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Al desktop della collega Assunta ho scattato persino uno screenshot che, se l’avessi divulgato sui social, avrebbe sicuramente fruttato il pieno di like. Ero connesso al suo pc da casa con Teamviewer per un intervento di routine, il solito problema del driver del microfono che hanno alcuni notebook Lenovo. Quando mi si è presentato il desktop mi ha assalito la stessa sensazione che avevo provato quella volta in cui ho spalancato la porta di accesso alla camera da letto di un parente affetto da una di quelle malattie di accumulo ossessivo compulsivo sulle quali gli americani fanno i programmi trash che poi rivendono alle tv che vediamo sul digitale terrestre. Il desktop di Assunta era completamente sommerso da icone di file di tutti i tipi.

Le ho chiesto come facesse a trovare il materiale in quella discarica digitale e da allora non mi stupisco più di nulla. La posizione di default per i file che scarica dal web è proprio il desktop, e quando le occorre aprire qualcosa visualizza la cronologia dei download di Chrome ed effettua la ricerca del materiale che le serve. Ho trovato questa procedura ai limiti della follia ma, si sa, sul pc ognuno è libero di comportarsi come cazzo gli pare.

La collega Assunta a settembre andrà in pensione. Nonostante questo ha dato fondo ai rimasugli della sua carta del docente per un portatile nuovo di zecca. Pur non conoscendoci nemmeno, se non per quell’intervento di help desk agli albori del lockdown, mi ha inviato un messaggio Whatsapp per chiedermi se potessi aiutarla nella configurazione del nuovo dispositivo. Stamattina ero a scuola per coprire le LIM con i teli in previsione di una serie di lavori sui caloriferi, così mi sono offerto di prestarle supporto. Non lo aveva nemmeno estratto dall’imballaggio, quindi sono partito proprio da capo, quando c’è Cortana che cerca di fare la simpatica ma sa perfettamente che, la prima cosa che farò, sarà installare Chrome, mettere Edge in cantina e dire no grazie, non mi serve One Drive.

Assunta non si ricordava la password dell’account di Windows e ha digitato il codice di recupero premendo un tasto per volta con l’indice della mano destra coperto dal guanto. Non si era nemmeno accorta di aver acquistato un modello privo di lettore DVD. Si è presentata con il cd di installazione della sua stampante. Abbiamo rimediato scaricando il driver dal web e non si capacitava del fatto che i DVD non li usa più nessuno se non la scuola italiana. Le ho installato e configurato anche Office 2016 con tanto di licenza scoperta grattuggiando l’inchiostro con la chiave, come si fa con il gratta e vinci.

Alla fine, come sempre, tutto funzionava alla perfezione. Le ho spento il PC e Assunta ha estratto il borsellino. “Quanto ti devo?”, mi ha chiesto. Avevamo la mascherina entrambi e quindi pensavo stesse scherzando. Poi ha insistito e allora ho capito che faceva sul serio. Non so con chi abbia a che fare nel quotidiano, la professoressa Assunta che a settembre andrà in pensione, né se trasmetto l’idea di uno che arrotonda nel tempo libero facendo il tecnico informatico per utenti che scrivono usando solo l’indice della mano destra. Le ho detto di no, ci mancherebbe, mica voglio essere pagato. “Ma hai usato il tuo tempo”, mi ha incalzato. Si sbaglia: ero a scuola, in una giornata lavorativa. Ma anche se fosse stato ferragosto avrei provato lo stesso imbarazzo. Per fortuna che, in Italia, il caffè salva sempre la situazione. “Mi offri un caffè la prossima volta”, le ho risposto. Ma a settembre la professoressa Assunta andrà in pensione e la mia consulenza informatica potrà tornare, a tutti gli effetti, nella categoria dei favori che si fanno perché si fanno e basta, e non c’è altro da dire.

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