tiro diritto

Il mestiere che per più di vent’anni mi ha dato da mangiare faccio fatica a spiegarlo, ancora oggi, a tutti quelli che mi chiedono che cosa facevo prima di diventare un insegnante-uomo di scuola primaria. A volte, anziché dire copywriter, mi verrebbe voglia di dire che ero un impiegato in un’agenzia di marketing digitale, ma poi anche il marketing digitale non è un concetto molto chiaro e nemmeno il marketing tout court. I lavori del web due punto zero si capiscono solo tra gli addetti ai lavori del web due punto zero e al resto del mondo sembra tutt’ora – giustamente – un mistero che esistano persone che mantengono una famiglia curando i profili Facebook conto terzi. Ma che lavoro sarà mai?

Il termine stesso copywriter si presta a storpiature divertenti quanto interessanti perché inconsapevolmente adeguate. Copriwater è quella più comune perché evocativa del fatto che per certi aspetti è un lavoro un po’ di merda. Copyrighter anche perché crea un link tra il fatto che un copywriter crea contenuti che poi nessuno dovrebbe copyarglieli, passatemi il gioco di parole. Il diritto d’autore, ai tempi della replicabilità dei dati e alla pervasività della loro diffusione però è un tema che dovrebbe essere rivisto completamente, perché è un po’ come utilizzare mezzi per lo smottamento del terreno in operazioni in mare. Non ci dovrebbe essere del tutto e nemmeno essere parte di un’economia che non ha ragione d’essere. Il digitale e l’analogico sono due ambienti completamente diversi, proprio come la terra e l’acqua. Complementari, costantemente limitrofi e con una parte in comune che cambia spesso fisionomia e linea di demarcazione, ma diversi. Uno solido e l’altro liquido, uno asciutto e l’altro bagnato. Non si tratta di proteggere qualcosa, di creare oasi o, peggio, riserve, ma di cambiare forma mentis. La produzione di contenuti digitali non è narrativa o saggistica, non è informazione, non è fotografia, non è arte, non è musica, non è cinema e nemmeno tv, non è giornalismo e non è politica. È tutte queste cose mescolate insieme e non ha ancora un nome. Possiamo chiamarla Internet, nel frattempo. E, se non ci piace, torniamo alle nostre musicassette, alle Moleskine, alle VHS, agli atelier, ai musei, alle emeroteche e alle biblioteche, e – credetemi – non è una critica alla rete. Provate a lasciare quello che non volete condividere fuori dal computer, sono sicuro che non ve lo ruberà nessuno.

mentre la bolla saliva

Marco ha la stessa maglietta di ieri, questo significa che ha trascorso la notte in ufficio e spiega anche il motivo per cui la porta dell’ufficio di Gianpaolo, che è il suo responsabile, è chiusa a chiave. Lì dentro ci sono un paio di poltroncine che, messe l’una di fronte all’altra, formano una branda per i casi di emergenza come questo. Gianpaolo deve aver gettato la spugna e ha lasciato Marco da solo a portarsi avanti con il lavoro, tanto è lui che macina codice e Gianpaolo che sia sveglio o dorma da un certo punto in poi non fa differenza. Nicolino addirittura ha fatto di questo regime uno stile di vita ed è un vero precursore di quello che accadrà più o meno vent’anni dopo con il telelavoro e i progetti da portare a termine senza il bisogno di orari e postazioni in ufficio. Nicolino dorme di giorno e lavora con il buio nemmeno fosse un vampiro ma ha imparato a fare così nei due anni che ha trascorso a Manhattan nel pieno della bolla che da loro è iniziata prima. Stefano mentre programma ascolta solo musica che compone lui e non si pone nemmeno il problema che altri, me per esempio, trovino irritante la techno degli autodidatti. Matteo invece è un creativo tradizionale. Si piazza a fianco di Hanna, che è una grafica finlandese (e come dice lui una granfica finlandese) e mi chiedo cosa ci faccia a Milano, e insieme portano avanti le loro cose. Comunque è vero che Hanna ha il suo fascino e Matteo ci è caduto in pieno, li ho visti pranzare insieme al chiosco del parco e lui con le sue manone le ha afferrato il polpaccio come a stabilire una forma di possesso. Anche io ho i miei flirt. Con Erica ci mandiamo sms e mail e chissà, prima o poi la invito a bere qualcosa. E anche a me capita di fare degli straordinari che, con la mia partita iva, non hanno nessun tipo di riconoscimento. Il nostro bagno ha persino una doccia e qualche volta, quando resto qui tutta la notte a lavorare, mi ci butto sotto per ripartire la mattina almeno a mio agio dal punto di vista degli odori corporei. Mi sono attrezzato con il minimo necessario, lo stesso che ci si porta in hotel nel caso dei viaggi di lavoro ma con in più una salvietta da palestra. Una volta ho avvisato Ale, il mio responsabile, che malgrado le ore extra non sarei comunque riuscito a chiudere tutto per il giorno successivo a causa di una richiesta del cliente. Alessandro era già a letto anche se non era nemmeno mezzanotte – non lo pensavo così reazionario – quando gli ho telefonato e non ha preso bene i cambiamenti sulla tabella di marcia. A volte arriviamo così a ridosso della consegna che il corriere non fa più in tempo a ritirare il master e a consegnarlo alla casa editrice, così ci imbarchiamo in imprese pittoresche tipo corse notturne in auto verso Roma o il treno con le cuccette. Non tutti reggono il ritmo, non a caso l’agenzia fallirà qualche anno dopo, ma quelli che sopportano meno lo stress li perdiamo man mano per strada. La Giò, anche lei una grafica, l’ho appena vista fuori in cortile con la sigaretta accesa a piangere su un manuale di un nuovo programma che si chiama Flash e che prima o poi dovrà imparare a usare, se vuole mantenersi aggiornata e conservare il suo ruolo. Qui nessuno è al sicuro, dovremmo scrivercelo da qualche parte per averlo sempre ben chiaro in mente nel caso ci facessimo piacere questo posto e dimenticassimo che cosa tutto ciò comporta.

bella non ho mica vent’anni, ne ho molti di più, e questo vuol dire, capirai, responsabilità

La fregatura si delinea sempre più nitidamente ogni giorno che passa. Una volta c’era infatti il fattore carriera che, con l’aumentare dell’età, ti sollevava gradualmente dalle rotture di maroni dell’operatività, quella più di basso livello. Cresceva cioè l’anzianità – nella vita e nel lavoro, anzi, nel lavoro e nella vita – e man mano si trascorreva sempre più tempo dietro le quinte a progettare, dirigere, demandare, controllare ma senza essere in prima linea, sul campo. Il che non è detto che comportasse responsabilità in numero direttamente proporzionale agli inverni di permanenza in azienda sul gobbone. Anzi, diventavi canuto, ispiravi saggezza, trasmettevi rispetto, fiducia e anche indulgenza: un simpatico vecchietto seduto ancora per poco a una scrivania in grado di dispensare consigli ed esperienza ma prossimo al ritiro in pensione, quindi se si dimentica qualcosa non bisogna arrabbiarsi, è l’età. Per noi invece gli unici valori che crescono sono quelli della pressione in giornate di stress. Osservando i 156 di massima sullo sfigmomanometro siamo sempre più convinti che alle soglie dei cinquanta certe mansioni che più o meno sono le stesse di quando abbiamo iniziato a venticinque anni non fanno proprio più per noi. Non abbiamo la stessa resistenza alla tensione che poi è la componente principale del nostro lavoro sul cliente e di ciò che produciamo se, come me, lavorate nel marketing e comunicazione digitale che poi è altro non è che l’evoluzione di ciò che una volta molto più romanticamente si chiamava pubblicità. Ma poi sappiamo tutti quello che è successo. I soldi sono finiti e lo spazio per fare carriera e per mettere i vecchietti come il sottoscritto a dirigere e controllare gli sbarbati ci è stato usurpato dalla crisi, con il risultato che facciamo le identiche cose di quando abbiamo iniziato. Con strumenti diversi, ma nella sostanza non c’è alcuna differenza. Anzi, mi permetto di osservare che gli strumenti consentono una sempre maggiore efficienza e risultati in minor tempo, e con la scusa che si fa meno fatica ci è richiesta una velocità superiore rispetto a quando abbiamo iniziato. Ma, ripeto, non abbiamo più trent’anni. Io per esempio sono cambiato, e ci mancherebbe. Ci vedo di meno, porto gli occhiali, mi alzo il doppio delle volte per fare la pipì, ho una figlia adolescente che occupa gran parte dei miei pensieri, dormo male perché le preoccupazioni si coricano insieme a me, ho la mamma anziana, sono stressato perché pensavo che a cinquant’anni avrei potuto iniziare a tirare i remi in barca, le continue distrazioni del lavoro digitale hanno trasformato il mio cervello in una specie di flipper e così via. Probabilmente tra tre o quattro stadi evolutivi saremo pronti ad affrontare un mondo del lavoro così strutturato da anziani. Al momento, noi che siamo i primi siamo abbastanza in difficoltà. E se mi leggete dall’alto dei vostri trent’anni o molti di meno, preparatevi perché probabilmente sarà sempre peggio.

oh no, l’ennesimo post sul telelavoro

Ieri mi hanno portato fuori per pranzo al Pollo Campero del centro commerciale Torri Bianche di Vimercate, questo perché i miei clienti sono differenti dai vostri che invece vi fanno perdere tempo con le specialità del posto nei ristoranti costosi con tanto di boccia di amarone che poi vi sfido io a lavorare dopo. Ho chiesto così quanto spesso loro e i colleghi consumano la pausa pranzo e il fegato con le fritture sommarie lì ma dimenticavo che l’azienda in questione è una delle più accese sostenitrici del telelavoro. Hanno una sede fighissima che non vi sto a descrivere perché finisce che poi mi sgamano, ma la policy interna spinge i dipendenti a starsene il più possibile a casa e gli mette pure a disposizione connettività a banda ultra-larga, smartcoso e portatile ovviamente, ma soprattutto dei sistemi efficientissimi per fare le video-conferenze senza muoversi dalla loro abitazione.

Gli unici limiti sono di spazio, perché poi a casa devi avere intanto una poltrona comoda ed ergonomica come quelle degli uffici perché stare ore sulle sedie della sala come quella da cui vi sto scrivendo ora procura mal di schiena. E se non hai una stanza apposita da dedicare a studio, prima provi a ritagliarti una zona-ufficio in camera da letto, ma è poco pratica perché se la persona con cui la condividi vuole coricarsi occorre decidere a chi spetta il sacrificio della rinuncia e provate a indovinare l’esito. Quindi vieni declassato su uno dei vari tavoli della casa. Quello da cucina, da cui bisogna allontanarsi quando si approssima l’ora di cena. La scrivania della camera dei ragazzi, che diventa off-limits da una certa età in poi. L’ultimo stadio è rappresentato dai vani di serie B a partire dalla cantina, la soffitta, il box e il cesso, che spero per voi costituisca davvero l’extrema ratio.

Il secondo limite è il tempo, nel senso che sei tu che devi saper mettere degli orari all’interno dei quali inscrivere comunque la tua giornata lavorativa. Uno dei due ingegneri seduti come me al tavolo del Pollo Campero mi ha detto che gli capita di rispondere a e-mail a mezzanotte passata. Ma non è un mistero. Ogni tanto capitano anche a me certi periodi in cui il lavoro straripa dall’orario regolamentare e devo fare cose dopo cena o nel fine settimana, come del resto ho occasione di lavorare intere giornate o parte di esse da casa mia per un motivo o per l’altro. I vantaggi sono considerevoli ed è inutile che li stia a enumerare qui, ci tengo solo a sottolineare che c’è differenza tra lavorare da casa quando e come vuoi, nel senso che sei tu padrone del tuo tempo e quindi scegli in quali ore della giornata essere produttivo, per cui segui tua figlia nei compiti e poi azzanni le consegne dopo le sei del pomeriggio. Oppure se uno iper-mattiniero come il sottoscritto che alle 10 esce a correre perché ha già macinato cinque ore di produttività. Un conto è invece – nel mio caso è la cosa più frequente – dover osservare a casa lo stesso orario della vita in ufficio, quindi scordati di accompagnare tua moglie al lavoro, o di fare la spesa alle tre quando c’è meno casino al supermercato e via dicendo.

Ci sono anche non dico degli svantaggi, perché di questi tempi oggettivamente l’importante è lavorare comunque, ma dei diciamo piccoli aspetti del telelavoro che possono essere migliorati. A me per esempio ogni due per tre mi viene da aprire il frigo o la dispensa e sgranocchiare qualcosa, a qualsiasi ora del giorno. Magari stappare una birretta. Poi ci sono i miei due gatti che sono appiccicosissimi – sfatiamo il mito che vuole i felini come animali indipendenti e autonomi nei sentimenti – e mi vengono in continuazione in braccio, si mettono a camminare tra me e lo schermo del portatile, cercano in tutti i modi di catturare la mia attenzione. Per non parlare della pennichella. Mi sdraio due minuti nel momento più pericoloso per rilassarsi, che per me è a metà pomeriggio, ed è subito sera senza aver combinato nulla. Così ogni tanto penso che tutto sommato l’uscire alle sette e mezza vestito e sbarbato, affrontare la calca della metro, combattere con i colleghi che telefonano a voce alta dimenticandosi di avere un dispositivo mobile a disposizione per spostarsi a piacimento in ufficio e pranzare al Pollo Campero, tutto sommato non è male. Per la cronaca, ieri è stata la prima volta che ho mangiato al Pollo Campero e ho scelto il piatto con il bacon e una coca media.

nessuno dovrebbe mai scegliere per voi la colonna sonora della vostra vita

La percentuale bulgara con cui il Partito dei Tastieristi ha staccato gli avversari alle recenti amministrative fa presagire un nuovo corso per la politica italiana. Come per l’ascesa al potere di Forza Italia nel 94 e il recente consenso allargato raggiunto dal M5S si sono sprecate analisi dei media e dibattiti nei talk show per questo nuovo fenomeno che non ha eguali al mondo. Per una volta la forza persuasiva non dev’essere individuata né nella volontà di premiare l’anti-politica tanto meno nel desiderio di dare fiducia una proposta elettorale diversa. Dietro al centro di comando e di controllo del PDT siede un team ben determinato che profonde musica con tappeti elettronici e vari messaggi subliminali di synth con cui – non dimentichiamo il filosofo/intellettuale di riferimento, Alessio Bertallot – è stata pervasivamente messa in modalità snooze l’intera nazione. Per manifestare la loro ferma opposizione, i centinaia di migliaia di dissidenti (un manipolo rispetto ai milioni che si sono lasciati travolgere dalla più melliflua delle correnti di pensiero) continuano a coricarsi e a dormire in boxer e maglietta e si rifiutano di stirare i numerosi cambi di pigiama – diversi per ciascuna stagione – dei componenti dei loro stessi nuclei famigliari. Tra gli attivisti più radicali, sul fronte opposto, si sta diffondendo persino la pratica di fare le fusa come i felini domestici che, ricordiamolo, sono considerati tra i principali influencer di questo nuovo corso. Un mondo governato da persone che hanno abbandonato la stanza dei bottoni per una postazione di home theater in cui basta un gatto che, camminando su una tastiera di un pc, schiaccia il tasto sbagliato che potrebbe davvero combinarqwoeifslfhiroiuncsdaawihiowsdomèar9888888865te

un gita domenicale in un posto dall’indiscutibile fascino

Se ci avessero detto, quando consegnavamo brevi manu i curriculum ancora impregnati dell’odore delle foto-copisterie a SMAU negli anni novanta, che saremmo finiti a fare un lavoro così impensabilmente di merda come i socialmediacosi nel duemila e rotti avremmo cambiato strada subito e scelto un destino meno vacuo. A partire da quando poi ci chiamavano per i colloqui nei centri direzionali come il Colleoni di Agrate Brianza in cui non c’era nemmeno un mezzo pubblico da cristiani per raggiungerlo senza la macchina. Ci sono passato di fianco proprio ieri che era domenica, all’imbrunire. Sapete meglio di me l’impatto fisiologico che i luoghi destinati al business vissuti nei giorni festivi hanno sugli esseri umani sensibili. Nausea, mal di pancia, malesseri intestinali.

Una volta avevo letto di un bar ubicato proprio in uno di questi non-luoghi che si era inventato nei fine-settimana estivi delle serate con musica e cocktail. Si tratta di esercizi pubblici che vivono grazie ai ticket restaurant degli impiegati delle aziende che hanno la sede lì dal lunedì al venerdì. A nessuna di queste persone verrebbe mai in mente di recarsi in un posto che puzza di ufficio lontano un miglio nel weekend, e se a questo ci aggiungete che queste aree sono ben isolate dai centri urbani potete immaginare il successo dell’iniziativa. Luci colorate, tavole imbandite per l’apericena, long drink esotici preparati da un barman acrobatico ingaggiato per l’occasione, musica con il meglio della merda latino-americana del momento e il locale vuotissimo all’inverosimile.

Per questo i centri direzionali come il Colleoni di Agrate Brianza a me fanno tenerezza perché, come certe specie animali di allevamento, sono l’ennesimo prodotto della smania di fare soldi dell’uomo. Tonnellate di cemento e di attrezzature Ikea da ufficio sfruttate senza ritegno e poi abbandonate a loro stesse in un tripudio di ipocrisia. Un tempo, quando l’economia girava, probabilmente tutto ciò incuteva timore. Quelle persone che sono state chiamate per un colloquio dopo aver consegnato il loro curriculum a SMAU negli anni novanta e che non avevano mezzi propri per attraversare gli effluvi di brodaglia delle industrie alimentari nelle vicinanze di Agrate sono arrivate all’ingresso del Colleoni che ancora era buio per sfruttare la combinazione di treno + metro + navetta da Cascina Gobba a un costo conveniente.

Oggi invece chi immagina che cosa è rimasto in quartieri di affari nei tempi crisi come quello transita in macchina a fianco, la domenica sera, consapevole che non c’è quasi più nulla da perdere, che uno alla volta qualcuno viene allontanato da lì senza essere più rimpiazzato, e che i giganti edificati per aggiungere ricchezza alla ricchezza oggi sono come vecchie attrazioni da circo a cui faccendieri senza scrupoli, imponendo gli standard della cattività da arrivismo, hanno negato la loro vera natura per sempre. Da lontano, all’imbrunire, nemmeno una luce accesa. Il buio, il vuoto, l’incertezza che lunedì qualcuno, in quelle stanze, disinserisca ancora i codici di allarme. Le aziende oggi si sono spostate quasi tutte a sud di Milano, in altri centri direzionali. Che almeno tutto ‘sto andirivieni di uffici che traslocano da una parte all’altra, in cerca dell’affitto più conveniente e della classe di efficienza energetica più adeguata ai tempi che corrono, abbia portato qualche soldo in tasca a qualcuno.

vita, morte e miracoli di un personaggio virtuale

Siete abbastanza grandi da ricordare il paradosso del tamagotchi, quello che ne ha decretato il successo ma che ci ha lasciato tutti sgomenti. Ma come? Un prodotto della programmazione software progettato per morire e non svegliarsi più, in casi ben chiari di incuria del possessore. Il primo game over definitivo della storia senza nessuna possibilità di fare un’altra partita. La morte di un’entità artificiale ci ha colto così impreparati, ha riempito le tasche di qualche industria giapponese e ha distrutto i sogni della pong generation. La posta si era alzata, guastando la festa di chi si gettava a capofitto nel mondo virtuale per trovarvi l’eternità non disponibile al di qua del display.

Oggi i tamagotchi si chiamano amici o contatti o follower sui social network. Sono identità digitali che dobbiamo accudire a seconda del rapporto che ci lega a loro: persone che conosciamo o meno anche dal vivo, amicizie e relazioni nate sul web, oppure sconosciuti che ingrandiscono il valore della nostra popolarità su Internet e, di conseguenza, a quanto ammonta in soldoni il nostro status di influencer. Lasciare uno di loro senza la nostra attenzione, che è l’equivalente dell’accudimento del tamagotchi, può anche causarne il distacco definitivo dai nostri profili. Quando uno dei nostri contatti ci toglie l’amicizia o ci defollowa sparisce dalla nostra vita virtuale, che è un po’ come non esistere più. Morire, insomma.

Ma alle identità digitali che corrispondono a persone in carne e ossa può capitare di morire davvero. Non mi riferisco alla morte raccontata in tempo reale, che è un argomento che raccoglie molti consensi perché fa molto tv verità. Io stesso ho scritto molto della malattia di mio papà e ho pubblicato persino due righe quando è mancato su Facebook. Poi me ne sono pentito perché la spettacolarizzazione di fatti così privati non è una cosa di buon gusto.

Capita invece che un amico di Facebook o un qualcuno che segui su Twitter, giovane o vecchio che sia, ci lasci le penne. Ora non mi soffermo sul lutto in sé perché potete immaginare le sensazioni che si provano quando viene a mancare un’identità digitale con cui hai condiviso momenti sui social network, una casistica in cui entrano in gioco diversi fattori, in primis la sensibilità soggettiva. Ma è la dinamica che mi colpisce sempre, ed è successo proprio un paio di giorni fa per il caro Marco Scud Scudeletti, un tizio sulla sessantina  che spammava bonariamente i social network con le sue foto scattate in giro per Milano. Lasciano uno status su Facebook la sera prima di coricarsi, magari una boutade o qualcosa che ti capovolge tanto è divertente, o uno spunto di riflessione. Un video di youtube. Una immagine appena trovata in rete con un commento. Come fanno tutti insomma. Poi, la mattina dopo, sulla pagina o sul profilo Twitter trovi la brutta notizia, o magari qualcuno che ne è già al corrente scrive qualcosa in ricordo e tu non capisci, pensi che non sia possibile, fino a ieri sera ha commentato in botta e risposta con te qualcosa, o ti ha dato man forte nel trollare l’ennesimo grillista con la verità in tasca.

Ma che ci volete fare: sono le nuove realtà virtuali a cui dobbiamo fare l’abitudine e imparare, soprattutto, a comportarci di conseguenza. Farci un corredo di stati d’animo ad hoc per la nostra vita digitale. Nel frattempo, scrivere due righe di commiato, un’epigrafe in bit, non mi sembra tutto sommato una cattiva procedura. Quindi, caro Marco Scud, ti saluto anche se ti ho visto di persona una volta sola, ma spero che ti sia riuscito a procurare in tempo un teleobiettivo potente per continuare a fare le foto da lassù.

firma qui per riavere online “A pàggina de Bèllo Segnù”

AGGIORNAMENTO: “Bèllo Segnù” è risorto!! https://www.facebook.com/bellosegnu

Troppo spesso ci dimentichiamo che molti dei beni che utilizziamo quotidianamente non sono un nostro diritto o ci sono dovuti. Il fatto che usiamo magari anche per lavoro certi programmi e, soprattutto, che passiamo ore su alcuni spazi del web che oramai diamo per scontato non ci deve autorizzare a pensare che siano pubblici. Pensate a Facebook, che oggi consideriamo una utility alla pari di luce, gas e carburante. Non dovremmo mai dimenticare (e chi era su FriendFeed l’ha provato sulla propria pelle) che si tratta di servizi privati, dietro ai quali ci sono decisori che possono fare quello che vogliono e anche scegliere arbitrariamente che cosa può rimanere online e cosa invece cancellare. Io stesso sono ospite qui su WordPress e spero che esista per sempre. Ogni giorno dovrei ringraziare il signor WordPress per l’ospitalità, non è così banale, sapete. Quante volte ci siamo indignati perché un contenuto su Facebook è stato rimosso o, viceversa, lo abbiamo segnalato perché ci dava fastidio? Non riesco a immaginare questa stanza dei bottoni tutta blu nel regno di Zuckerberg dove opera il board di controllo sui miliardi di cose che un’umanità oramai senza speranza riversa ogni secondo, quali algoritmi – se di algoritmi si tratta – riescano a esaminare pixel per pixel video e foto per distinguere quelle innocue da quelle ossessive.  E quando interviene la censura siamo tutti i charlie di questo o quest’altro dimenticando che Facebook è un’azienda privata, con un capo, dei responsabili, gente che lavora applicando policy di controllo, investitori e, considerando la diffusione, ha gli occhi di tutte le istituzioni mondiali addosso. Se volete uno spazio dove fare i vostri comodi, bestemmiare, inneggiare al duce in tutta tranquillità dovreste comprarvi dei server e farvi un sito o una piattaforma social indipendente, open, come del resto già ce ne sono. Gli stessi principi che Facebook applica per la rimozione di contenuti inappropriati sono oggetto di sterili discussioni. Perché il materiale presunto blasfemo sparisce che è un piacere mentre i gruppuscoli neo-nazi e tutta la fuffa anti-rom o apertamente razzista rimane? Questo è un mistero ma, ripeto, Facebook non è un ente pubblico e – ci piaccia o no – può fare quel che vuole.

Detto ciò, stamattina ho amaramente constatato che la pagina Facebook “A pàggina de Bèllo Segnù”, una trovata esilarante e tutt’altro che irrispettosa verso la religione (qui trovate un articolo su Repubblica) non è più online. Uno spazio in cui venivano pubblicati dipinti o immagini sacre con didascalie decontestualizzate in genovese, un’iniziativa davvero divertente e in grado di risaltare nelle tonnellate di battute di gusto elementare con cui la gente oggi si crede arguta solo perché ha un profilo online. Non so se si tratti di una decisione dell’autore, cosa di cui dubito considerando il successo che stava avendo, oppure se il comune senso del bigottismo abbia ancora una volta annebbiato la lucidità del fantomatico comitato di controllo della piattaforma social. O magari, davvero, qualche programmatore ha messo a punto degli algoritmi tutti a forma di croce adinolfiana. Ecco, spero vivamente che la pagina di Bèllo Segnù sia indisponibile solo temporaneamente, magari un guasto o una svista o una di quelle rogne informatiche che ci capitano di continuo, e se qualcuno l’ha oscurata spero che il suo pedante oscurantismo gli si ritorca contro.

Grazie a Chiara Salvarezza si può firmare la petizione qui

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ho comprato il dominio così ora posso dominiare il mondo

Tutti quei giudizi superficiali che alimentano il dibattito tra i profumisti della carta contro i praticisti dell’e-reader hanno un corrispettivo nel caso si parli di acquisti on line vs shopping in carne d’ossa con tanto di calca e di commesse dall’italiano approssimativo. Mia suocera, dall’alto dei suoi ottantacinque anni portati con disinvoltura, asserisce che sotto casa sua è un continuo via vai di furgoni guidati da addetti alle consegne sudamericani, e che quindi dovremmo smetterla con l’e-commerce se ci teniamo all’ambiente. Io la penso come lei ma il mio timore riguarda la musica che i fattorini sudamericani ascoltano nei loro abitacoli quando, col caldo che fa, viaggiano con il finestrino giù. Malgrado ciò credo che tra portare a termine un acquisto quando si ha davanti solo il click finale rispetto a mettere mano al portafogli dal vivo in prossimità della cassa il genere umano sia più propenso a concludere una transazione nel primo caso perché comunque la sfera virtuale un po’ il senso della realtà ce lo fa dimenticare, e non dite di no. Fattori quali i socialcosi, i modelli digitali e la programmazione software stessa conferiscono una sorta di delirio di onnipotenza perché consentono di affrontare un simulacro dei problemi senza la loro massa fisica, che è il caso in cui se perdi le staffe usi la violenza e hai la forza per reagire mentre dietro al pc subentra la frustrazione. Senza contare che l’informatica e l’internet sono tutta un’attesa: file da scaricare, da salvare, eseguibili che si aprono e si installano, pagine che si visualizzano, risposte nelle chat da altri, per non parlare del loading, del buffering, degli aggiornamenti del sistema operativo e di altre snervanti pratiche a cui la modernità ci ha costretto ad abituarci. Sono tanti però gli individui che non si sono ancora abituati, ed è per questo che dovremmo avere a disposizione una sorta di autoreply o commento automatico per rispondere a chi se lo merita che se non sa stare sui social network è bene che se ne stia a casa propria.

Comunque dovremmo argomentare questa tesi con dati che dimostrano che siamo più propensi a comprare on line anziché nei negozi per l’arrendevolezza dei tasti con cui comandiamo il nostro comportamento sui dispositivi informatici e telefonici. Pensate a quanto poco dista il vostro polpastrello dalla decisione che state per prendere. Confermo l’acquisto o no? Io nel dubbio dico sempre di sì e lo scrivo con l’accento per dargli maggior enfasi. Provare per credere: da oggi digitando www.plus1gmt.it arrivate su questo blog. Però da buon ligure arrivo all’ultima fase del processo già convintissimo, mentre per sfogare il potere assoluto d’acquisto in Internet faccio il solito gioco del carrello, lo stesso che si faceva dal vero per provare l’ebbrezza dell’opulenza. Aggiungo prodotti di ogni tipo e poi, quando vado a fare il checkout premo il pulsante “ho scherzato” e rimetto tutto a posto sugli scaffali virtuali.

avessi studiato

Oggi fare le cose belle è molto più facile grazie all’informatica e al digitale, di questo ve ne sarete accorti tutti. Il valore che sancisce la sufficienza qualitativa è facilmente superabile grazie agli strumenti che sopperiscono alle capacità dei singoli, quasi che un estro collettivo o un sistema di conoscenza open source corra in supporto ai limiti delle persone in una generale democratizzazione delle arti e dei mestieri. Chi scrive e ha un blog, chi fa il grafico, chi fa siti e chi cura i rapporti sui social media senza saperne nulla ma solo perché ha una risorsa come l’Internet che può fare le veci. Ecco: nella maggior parte dei casi il risultato è una merda.