tera di questi giorni

Grazie a Internet ho trovato tutti i lavori che ho svolto nella mia vita e tutti i lavori che ho svolto nella mia vita hanno avuto Internet al centro. Anche ora che faccio l’insegnante di scuola primaria il discorso non è molto diverso. Mi sono iscritto al concorso su una piattaforma online (un po’ rudimentale ma comunque online), ho ricevuto via email l’esito dello scritto e ho preparato l’orale servendomi del web, per non parlare della didattica digitale che pratico quotidianamente e che ha sempre lì il suo fulcro. Mia moglie ed io ci siamo conosciuti in Internet, posso frequentare i miei vecchi amici distanti in rete e grazie ai Social Network ho incontrato persone molto interessanti da cui sono nate relazioni molto edificanti. E, ancora, l’Internet mi consente di coltivare i miei principali hobby. Da sempre in rete trovo nuova musica e riesco a scovare materiale su quella che amo. Inoltre l’ultima parte della mia piccola carriera da musicista si è presa grandi soddisfazioni grazie alle piattaforme di condivisione e distribuzione di musica. Internet mi permette quotidianamente di scoprire letteratura affine ai miei gusti, e, soprattutto, di scrivere quando, come, dove e soprattutto quello che voglio. Qui, sui siti e i blog che da metà degli anni novanta a oggi mi hanno ospitato, sui Social Network, posso ammettere di essermi realizzato come mai sarebbe stato possibile senza. Tralascio la parte di comunicazione, di collaborazione e di varia utilità che Internet mi mette a disposizione per togliermi da pasticci, per trovare informazioni, per risolvermi dubbi, per chiarirmi le idee, per informarmi e per confermarmi quando ne ho bisogno. E, sicuramente, in questo giorno del ringraziamento ho dimenticato di ringraziare Internet per qualche vantaggio che mi ha dato e che ora mi sfugge. Oggi il World Wide Web, che è il sistema che permette di usufruire dei contenuti su Internet, compie trent’anni. Certo, potrebbe essere migliore. Ma già così è abbastanza una figata.

i migliori modelli di auricolari per smartphone sul mercato

Mi piacerebbe essere un influencer in ambito tecnologico solo per ricevere in prova (o in omaggio) qualche prodotto e risparmiare così tutti i soldi che spendo per comprare quelli che si rompono. Sono pochi i dispositivi che mi sono durati tanto. Ho un impianto stereo con pezzi risalenti al 1978 e qualche innesto acquistato a metà anni novanta e va tutto da dio, per dire.

Da quando uso gli smartphone, invece, ho cambiato un numero di cuffie e auricolari esorbitante e, a parte in un solo caso in cui sono rimaste impigliate nella portiera della macchina e le ho trascinate per un centinaio di km, per il resto si sono sempre rotte loro. E non è nemmeno una questione di fascia di prezzo, a meno che non mi diciate che tra un modello da dieci euro e uno da quaranta la qualità sia la stessa. Ho alternato marche storiche come Philips e Pioneer a brand recenti come Aukey, ma per uno o per l’altro motivo qualcosa è sempre andato storto. Si rompe un canale. Malgrado siano commercializzati come waterproof non resistono al sudore della corsa.

L’ultima sorpresa sono queste Adorer Auricolari Sport RX6 che sono perfette, non scappano dalle mie orecchie asimmetriche, reggono la mia copiosa sudorazione e l’audio si sente egregiamente ma – non so dirvi perché – mandano in tilt il mio Moto G5 Plus. Dopo aver estratto le cuffie, lo smartphone resta come se le cuffie fossero ancora inserite impedendo il funzionamento del microfono e dell’audio del telefono. Si può telefonare solo in viva voce e la musica non si sente più dallo speaker del dispositivo. Per far tornare tutto normale occorre ingegnarsi con una combinazione random di metti e leva le cuffie, spegni e riaccendi il telefono, qualche ricerca in rete su come ovviare al problema e, perché no, qualche parolaccia contro il fato e la tecnologia. Ora, cari produttori di tecnologia, se seguite questo blog perché ne avete compreso le potenzialità di business che può portare al vostro brand, sappiate che sono a vostra disposizione per testare quello che producete e farvi pubblicità. Inizierei con un estrattore per la frutta e verdura, perché temo che una richiesta per un Mac Book Pro passerebbe inascoltata.

siamo pallosi nonostante la tecnologia

Philip Seymour Hoffman è morto il due di febbraio di quattro anni fa, ma prima di dirvi esattamente in che anno è mancato mio papà ci devo pensare su qualche minuto e rintracciare i soliti punti di riferimento per non sbagliare. Dove sono andato quell’anno in vacanza, che classe faceva mia figlia e cose così. Risalgo così alla data precisa e scopro che l’anno è lo stesso di Philip Seymour Hoffman, il 2014, così d’ora in poi potrò utilizzare questo collegamento per dare una risposta con precisione. E se so di Philip Seymour Hoffman, anzi, se mi ricordo dell’anno in cui ci ha lasciati lo devo a Facebook e a quel sistema che ha escogitato per proporti le cose degli anni precedenti. A me non piace questo modo pervasivo che ha Facebook di tentare di occupare tutta la nostra vita. Leggiamo lì, ci informiamo lì, discutiamo lì, ci innamoriamo e ci infuriamo lì sopra e il problema non è l’Internet in sé, ma proprio il social media più ingombrante della storia dell’umanità. Ieri era il due di febbraio e Facebook mi ha proposto di condividere nuovamente un fotogramma di “Happiness” di Todd Solondz che ritrae Philip Seymour Hoffman nella celebre scena in cui interpreta il maniaco stalker che si masturba al telefono. Ricordate? Non ci ho pensato due volte e ho condiviso il ricordo ma poi me ne sono pentito proprio perché non riuscivo a ricordarmi invece di mio papà. Qualche giorno prima mi è capitata la stessa cosa. Era la “Giornata della memoria” e Facebook mi ha ricordato di quando ho pubblicato un disegno che raffigurava i troll che approfittano della ricorrenza con provocazioni sul tema delle foibe. Ho postato anche quello nuovamente, in bella vista sulla mia bacheca. Il punto è che Facebook è incentrato sulle ricorrenze e che noi, alla fin fine, diciamo sempre le stesse cose che abbiamo detto lo stesso giorno in tutti gli anni precedenti a quello in corso. Prima o poi esploderà.

tutto il resto è marketing

La costante moria di gente conosciuta, un trend al quale non c’è risposta tantomeno spiegazione, mi fa pensare ogni volta che accade se il famoso Tal dei Tali, mancato a tot anni, avesse ben presente quei libri e quelle storie finite le quali al lettore viene da chiedersi “e quindi?” e la risposta è “e quindi niente, è così è basta”. Grandi personaggi nati e cresciuti in ben altri momenti socio-culturali che, per uno scherzo del destino, sono state contemporanee di certe foto-profilo ai tempi dei socialcosi in cui tutti sembrano interessanti e poi, passati alle armi spietate delle foto casuali – quelle che ci riprendono nella vita reale che non ammette le pose e i filtri – l’espressione che ci ritrae è la stessa che mettiamo in carica ogni sera a pile esaurite, per accenderla il giorno dopo, ma comunque è sempre meno bella, punto e basta. Anzi, punto. Anzi. Potrebbe andare peggio? Certo. Invitate una manciata della gente che avete in contatto su LinkedIn una sera a cena e raccontatevi a vicenda le grandi narrazioni aziendali con le quali ammorbate il prossimo dal punto di vista professionale come se davvero a qualcuno interessasse qualcosa di quello che fate nei vostri uffici, nei vostri studi di partite iva o anche in quegli assurdi spazi di co-working di cui ci riempiamo le nostre bocche da disoccupati. Quei quattro gatti che inventano davvero qualcosa di tangibile (quindi astenersi start-up) e fanno il botto mi fan scappare da ridere. Bella la Tesla, certo, non si sente altro che parlare della macchina che va da sola o della macchina che cambierà il futuro della mobilità e probabilmente risolverà il problema dell’inquinamento da mezzi su gomma. Vogliamo parlare di quanto costa? Secondo voi i miliardi di persone che vivono nelle economie emergenti e annaspano per guadagnarsi una qualità di vita all’altezza di noi occidentali hanno le risorse per spendere 70mila euro per un’automobile? Ma senza andare troppo nel futuro, tocchiamo nelle nostre tasche e diamo un’occhiata alla marca del nostro smartphone. L’iPhone è figo e tutto quanto ma chi li butta via ottocento euro per un telefono? Questa domanda era retorica e ve ne sarete accorti tutti, ma il punto è un altro. Le vere innovazioni sono quelle gratis o al massimo che ci costano uno sforzo individuale, ancora prima che comune, per migliorare le cose. Tutto il resto è marketing. Ecco, per esempio, questa cosa qui che ho scritto, questo post come si dice sull’Internet, è una di quelle storie finita la quale, e ora è proprio finita, al lettore viene da chiedersi “e quindi?”. E quindi niente, è così è basta.

ecco perché studiare da fabbro del proprio destino non consente sbocchi professionali

Le brutture del mondo ci fanno spesso dimenticare del nostro ruolo che, se ci pensate bene, nel bene e nel male è stato decisivo nella storia. Anzi, possiamo dire che senza il genere umano la storia sarebbe piuttosto noiosa, non trovate? Milioni di anni a guardare piante che fanno il cazzo che vogliono, bestie che si divorano senza problemi di cattività e seguendo leggi naturali su cui nessun filosofo ci possa metter becco (perché senza il genere umano oltre alla storia non ci sarebbe stata nemmeno la filosofia, ma nemmeno applicazioni tecniche, religione, letteratura greca, matematica e tutto il resto delle materie che si insegnano a scuola) secondo una catena alimentare libera da goffi bipedi pelosi ma intelligenti e con arsenali da caccia da paura. Oppure pensate a quei pianeti fatti solo di rocce e gas, che palle. Millenni che scorrono senza che non succeda nulla se non esplosioni, assestamenti tellurici, qualche scontro con dei meteoriti (noiosi tanto quanto loro) e poco più. Invece noi esseri umani per vincere la noia ci siamo dati abbastanza da fare e lasciate perdere il fatto che certe cose potevamo anche evitarle. Ma, appunto, tali brutture non ci fanno passare la fiducia che abbiamo per i nostri simili, prova è che in ogni istante nella nostra vita abbiamo a che fare con cose pensate, costruite e commercializzate da esseri umani il cui funzionamento ci guardiamo bene dal mettere in discussione, consentendoci di ottenere ciò per cui le abbiamo scelte, pagate e utilizzate. Dalla luce elettrica ai fazzolettini di carta, dalla tomografia assiale computerizzata al gel lubrificante per la penetrazione anale, dal gioco dei tarocchi fino alle confezioni di parmigiano già grattugiato, dalle ciaspole ai droni, dagli automezzi spargisale all’Aperol, dalle siringhe monodose ai treni ad alta velocità, dalle lenti a contatto ai pneumatici che non si bucano mai. In ogni istante della nostra vita, dicevo, abbiamo con noi qualcosa progettato e realizzato da altri e che maneggiamo dando per scontato che non dia problemi, che nel migliore dei casi faccia quello che deve fare e che non ci si ritorca contro. La percentuale delle cose fatte bene gioca comunque a nostro favore: pensate a quanto sono rari i casi in cui c’è qualcosa che non va. Per questo dovremmo essere più grati al genere umano. Anche se ha semi-distrutto il pianeta che ha colonizzato per il suo profitto, alla fine ne è valsa la pena e la vita è proprio questo, non vedo alternative. Dobbiamo sempre averlo in mente, come quelle religioni che riconoscono divinità in tutto. In ogni interstizio di quello che vediamo c’è il nostro zampino. Questi tasti che sto schiacciando in una sequenza tale da comporre parole e frasi che possano piacervi o meno si basano su una tecnologia inventata da individui come me e voi, nulla è stato creato dal nulla e funziona finché

deadbook

Da quanto tempo siete su Facebook? Tre anni? Cinque? Otto? Io dal dieci ottobre 2017, quasi dieci anni anche se non lo dimostro, ma non ve lo dico per fare quello che c’era già prima che diventasse un fenomeno di massa, perché come per tutte le cose c’è sempre qualcuno che ce l’ha più lungo, in questo caso il passato. Il punto è che, se siete da anni sul socialcoso di Zuckercoso lì, avrete già avuto occasione di sperimentare la morte su Facebook. Non la vostra, altrimenti non saremmo qui a parlarne. Intendo qualcuno che nel tempo vi ha lasciato.

La morte online, considerando che nulla è più eterno del dato digitalizzato, è l’aspetto paradossale dell’eternità virtuale. Profili fotografici che non invecchiano mai, cose scritte che restano nella cache di Google nei secoli dei secoli, attimi colti e resi immortali da meme perenni, errori altrui anche di un secondo ma portati all’estremo e c’è persino gente che si suicida per queste cose ed ecco che il cerchio si chiude perché può capitare che qualcuno dei vostri contatti ci lasci le penne (toccatevi forte come lo sto facendo io).

Tra i miei 647 amici in senso facebookiano ne ho tre morti certificati, nel senso che è gente che più o meno conosco e so essere defunta. Scusate il cinismo e non prendetelo come mancanza di rispetto, è che la leggerezza della rete che è più o meno equivalente ai ventun grammi del peso dell’anima rende tutto un gigantesco quanto imperituro baraccone di cose online, colori sgargianti, tutto e il contrario di tutto, eccessi e finto rigore, un rondò finale dove tutti esagerano nelle loro peculiarità e, proprio come in questo post, non ci si capisce un cazzo.

E il paradosso è che le pagine di questi tre che so per certo essere morti continuano ad essere attive. Gente morta taggata da altri sui cui diari compaiono inviti a eventi o iniziative varie. Ogni tanto qualcuno posta un pensiero giustamente triste, in occasione dell’anniversario di morte fioccano i post di affetto, i ricordi degli amici. A me spiace un po’ che ci sia un sistema che consenta questa simultaneità tra la vita e la morte, che solo l’Internet e qualche drammaturgo del passato hanno reso possibile, e spiace soprattutto quando nel box degli amici a sinistra in basso compaiono le loro foto profilo. In mezzo ai colleghi, ai maître à penser del marketing digitale, ai musicisti con cui sono in contatto, parenti e amici di ogni ordine e grado ci sono quindi anche i morti, non tantissimi ma tre di sicuro e certificati a meno che, nella pletora di quelli che ho aggiunto o si sono aggiunti a questo enorme blob relazionale, non ci sia qualche sconosciuto di cui non ho sentito più parlare o letto status alcuno e il motivo è perché, non si sa quando o come, è morto anche lui. A lato, in basso a sinistra, tra il giornalista esperto in cyber-sicurezza e la mamma dell’amica di mia figlia e il mio ex principale che fabbrica pasta con farina di insetti in Tailandia ogni tanto compare un fantasma, non so come altro definirlo, qualcuno che non c’è più ma che ha una piattaforma numero uno in borsa che lo mantiene, a suo modo, in vita.

quando l’allievo supera il maestro ma prende la multa

Ho atteso che l’ingegnere terminasse il suo intervento ieri al seminario di “Scienza delle costruzioni oniriche” per farmi mostrare il suo modello di materiale rotabile per uso sotterraneo, ciò che noi imbevuti di cultura umanistica volgarmente definiamo metropolitana, che ha sviluppato nel sonno dopo un hamburger doppio con non ricordo che salsa e che ha poi riprodotto (il convoglio, non la salsa) grazie a una modernissima stampante 3D. La somiglianza con il mio ideale di trasporto pubblico ad alta frequentazione in effetti era impressionante, a partire dai sensori incorporati nei sedili intelligenti che riconoscono il passeggero seduto sopra e inviano informazioni come la pagina del libro da cui riprendere o un sistema laser per pulire le lenti appannate degli occhiali. Si possono sfruttare anche i big data, per esempio con un sistema che mette in relazione certe informazioni personali con le persone sedute vicino e, in caso di particolare compatibilità ma non necessariamente per fini seduttivi, i due sedili si illuminano come quelle macchinette per il videopoker quando si fa jackpot. Pensate che imbarazzo.

Non mi aspettavo però, da parte di un cervellone come lui, un apprezzamento sulla mia attività di autore di trame impossibili da sviluppare, un settore molto poco razionale. Pare aver gradito quella mia vecchia pubblicazione in cui c’è un tizio che per la prima parte della sua vita scrive un libro sulla seconda parte della sua vita, e al momento dell’ingresso nella seconda parte della sua vita è il libro stesso a raccontare la prima parte a ritroso. E se sapete leggere tra le righe, avrete capito chi è l’allievo e chi il maestro, in tempi in cui siamo così lontani dalle radici per cui nessuno si ricorda più chi viene prima di chi. Mi è successo ben due volte nel giro di qualche giorno. Un cliente mi ha chiesto di usare, per un video che abbiamo realizzato per la sua azienda, una musica “tipo i Rondò Veneziano, per esempio qualcosa di Bach”. Poi una giovane bibliotecaria, dopo avermi consegnato il nuovo di Kent Haruf e aver scambiato quattro chiacchiere con me sulla sua trilogia, mi ha detto che potrebbe piacermi Carver.

record di velocità indoor su carta

Chi l’avrebbe mai detto. La letteratura più in voga nel duemila ha cicli di vita rapidissimi come gli annunci in rotazione di una volta, quelli sui led rossi. Nella letteratura del duemila non è importante l’autore, colui che ha generato il pezzo di letteratura, perché essa segue un modello che può essere paragonato a quello della tradizione orale. A non so quanti anni dall’avvento della stampa ora la letteratura, quella del duemila, si è riaccaparrata della sua consistenza originaria in cui è la storia in sé il fine narrativo e non più il libro. Le storie della letteratura del duemila sono più corte di qualunque altra espressione, persino degli haiku e scorrono a fiotti lungo le pagine Facebook dei lettori. I lettori del duemila non leggono più un’unica storia raccontata lungo le centinaia di pagine di un libro, leggono simultaneamente centinaia di storie in un’unica pagina Facebook. Così se chiedi a un lettore del duemila che cosa leggi non saprà risponderti perché l’evoluzione della lettura ci ha imposto nuovi modelli comportamentali. Come cosa leggo? Leggo e basta, perché non esistono più oggetti e soggetti. Si legge e la lettura è lo stream di Facebook. Se accusate un millennial di non leggere vi risponderà che no, non è vero, lui legge eccome. La letteratura del duemila è multiforme e si articola in battute, immagini, giochi di parole, accuse, notizie false, pensieri semplici, espressione di sentimenti elementari. Non ha nemmeno delle regole sintattiche, tanto ci capiamo comunque. Gli autori siamo noi è siamo miliardi ed è per questo che la letteratura del duemila è tutt’altro che remunerativa, non c’è domanda né offerta, c’è solo la letteratura del duemila che poi è la nostra vita e il modo in cui abbiamo imparato a semplificarla.

bisogni uno punto zero nell’internet del due punto zero

Visto che anche la Nokia è tornata sui suoi passi con la riedizione del celebre 3310 sfrutterei il momento-nostalgia con un’operazione analogamente vintage e vi dico che se fossi zuckercoso lavorerei a un social network come Facebook ma a 8 bit e non solo con una grafica adeguata tutta pixel e senza fronzoli come un Commodore 64. Allestirei un social network elementare anche dal punto di vista dei contributi dei suoi iscritti, e lo so che i contributi degli iscritti a Facebook sono già sin troppo elementari e anzi, molta di quella gente da come scrive e da come scrive le cose che scrive sembra che le elementari davvero non le abbia nemmeno frequentate, un po’ come me.

Pensavo più a un social network dei bisogni primari in cui uno scrive solo cose come ho fame, ho sonno, ho voglia di scopare, ho caldo, ho freddo, sono stanco, vorrei mettere i piedi a bagno, mi scappa la cacca, mi scappa la pipì, ho finito il dentifricio, avete un bicchiere di vino bianco per fare il risotto perché mi sono dimenticato di comprarlo all’Esselunga?, mi prude la schiena, mi gratti la schiena?, ho le dita gonfie, conoscete un orafo di fiducia per allargare una fede perché mi si sono gonfiate le dita?, ho sete, ho mal di pancia, ho mal di testa, ho mal di schiena, ho il torcicollo, ho la cervicale, mi sento fiacco, sento la primavera, sento il cambio di stagione, mi fischiano le orecchie, qualcuno mi sta pensando?, mi sono svegliato tardi, mi sono svegliato presto, non riesco a dormire, sto per uscire, sono appena uscito, sono a casa, vi sono mancato?, mi manchi, ti amo, ti voglio bene, tu sei l’unica donna per me, scendo a fare quattro passi, scendo a comprare le sigarette, scendo a comprare le sigarette ma poi non torno più, non mi sento bene, mi sento in forma, sto sudando, sto gelando, ho finito il latte, sapete come impostare le termovalvole elettroniche?, qualcuno può comprarmi il latte?, mi passate a prendere, qualcuno ha bisogno di un passaggio?, vado a letto, sto per addormentarmi, buonanotte.

[immagine presa da qui, se avete qualcosa in contrario prima di scatenare un sabba di avvocati fatemi sapere e la tolgo]

generazione spacebar

Andate a giocare fuori che c’è la copertura wireless con la fibra ottica, dicono mamme nonne e zie stanche di osservare i bambini chini sui loro smartcosi confinati nelle loro stanzette virtuali e confinati, a loro volta, nelle stanzette domestiche con connessioni Internet dalle basse prestazioni. Oggi che sono finiti i tasti sulla tastiera del PC per dare un nome alle generazioni, dopo la X e la Y e tutti gli altri caratteri dell’universo unicode per categorizzare i nostri figli, nipoti, alunni e ragazzetti in genere, non resta che la barra spaziatrice che, ironia della sorte, coincide con il vuoto assoluto, lo spazio bianco che per carità, da un punto di vista tipografico è più che fondamentale e ci consente di dare un senso a quello che leggiamo e scriviamo, ma la metafora a cui ci porta non è certo delle più felici.

Eccoci dunque alla Generazione Spacebar e l’interpretazione passa quindi da due significati opposti che impongono più di una riflessione: da un lato quello che in codice html si scrive “&nbsp” (e lo metto appositamente tra virgolette e senza punto e virgola finale altrimenti non lo vedreste), dall’altra lo spazio bianco separatore inteso come elemento cardine della comunicazione senza il quale ci troveremmo di continuo, per comprenderci reciprocamente, a risolvere quei giochi enigmistici in cui in una marea di lettere apparentemente gettate alla rinfusa occorre rintracciare a colpo d’occhio parole di senso compiuto. Ci sono anche simpaticissimi tormentoni su Facebook, gli avete visti vero? Quali sono le parole che visualizzate per prime?

E pensare che la Generazione Spacebar di Facebook se ne fa un baffo, tutta presa nell’inchiostro digitale simpatico delle storie su Snapchat che evaporano dopo ventiquattr’ore, volatili e sfuggenti come la giovinezza che noi da qui ormai la vediamo col binocolo, a meno di non lavorare nel settore. Oggi contro la Generazione Spacebar se ne dicono di tutti i colori. Non sanno scrivere in italiano, non leggono, buttano via il loro tempo a rincorrere meme sui social, sono anafettivi perché abituati alle relazioni mediate dalla tecnologia, porno-dipendenti, egoriferiti, dei mostri, insomma, che noi con le nostre radici nell’etica tradizionale novecentesca non sappiamo come prendere. Non possiamo insegnare nulla a loro perché le materie come sono state insegnate a noi non esistono più. Oggi è un unico calderone di cose che durano una manciata di giorni, qualche milione di visualizzazioni, balletti e smorfie di cui nessuno conosce la provenienza, probabilmente dallo spazio inteso come universo e non come spacebar , appunto, in un caos cosmico che ci sta mettendo a dura prova. Il gap generazionale non è mai stato così ampio, molto più di uno spazio bianco separatore, molto più del tab, d’altronde il tasto spacebar , se ci fate caso, è quello che si differenzia più di tutti.