classici della letteratura italiana che renderebbero benissimo in versione serie tv

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

Cari amici di Netflix date retta e me e lasciate perdere tutto quello che state facendo. Concentrate i vostri investimenti per coinvolgere i migliori registi americani del mondo (ci siamo capiti) e ditegli che se vogliono fare veramente il botto devono creare serie TV partendo dai classici della letteratura italiana. Eccovi qualche spunto:

– una serie di mondi sottosopra e ultraterreni ricchi di storie da ripercorrere per uscirne sani e salvi con guide d’eccezione, una specie di “Stranger Things”, per farci capire
– saghe con mix tra guerre di religione, follie dovute a tradimenti amorosi, epica a bizzeffe e vicende di casate nobili così avvincente da far risultare insipida “Game of Thrones”
– storie d’amore che prima che vadano a buon fine ci si mettono in mezzo ostacoli di ogni tipo: poteri corrotti, chiesa, mafia locale e persino epidemie di lebbra, un mix tra “Suburra”, “True Detective” ma in salsa romantica
– format di episodi con numerose storie a sé raccontate da una brigata di sette ragazze e tre ragazzi che si rifugiano mentre una terribile catastrofe si abbatte nella città da cui provengono, una roba che quelli di “Black Mirror” se la sognano.

Ve ne vengono in mente altre?

tera di questi giorni

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in tecnologia e altri incidenti

Grazie a Internet ho trovato tutti i lavori che ho svolto nella mia vita e tutti i lavori che ho svolto nella mia vita hanno avuto Internet al centro. Anche ora che faccio l’insegnante di scuola primaria il discorso non è molto diverso. Mi sono iscritto al concorso su una piattaforma online (un po’ rudimentale ma comunque online), ho ricevuto via email l’esito dello scritto e ho preparato l’orale servendomi del web, per non parlare della didattica digitale che pratico quotidianamente e che ha sempre lì il suo fulcro. Mia moglie ed io ci siamo conosciuti in Internet, posso frequentare i miei vecchi amici distanti in rete e grazie ai Social Network ho incontrato persone molto interessanti da cui sono nate relazioni molto edificanti. E, ancora, l’Internet mi consente di coltivare i miei principali hobby. Da sempre in rete trovo nuova musica e riesco a scovare materiale su quella che amo. Inoltre l’ultima parte della mia piccola carriera da musicista si è presa grandi soddisfazioni grazie alle piattaforme di condivisione e distribuzione di musica. Internet mi permette quotidianamente di scoprire letteratura affine ai miei gusti, e, soprattutto, di scrivere quando, come, dove e soprattutto quello che voglio. Qui, sui siti e i blog che da metà degli anni novanta a oggi mi hanno ospitato, sui Social Network, posso ammettere di essermi realizzato come mai sarebbe stato possibile senza. Tralascio la parte di comunicazione, di collaborazione e di varia utilità che Internet mi mette a disposizione per togliermi da pasticci, per trovare informazioni, per risolvermi dubbi, per chiarirmi le idee, per informarmi e per confermarmi quando ne ho bisogno. E, sicuramente, in questo giorno del ringraziamento ho dimenticato di ringraziare Internet per qualche vantaggio che mi ha dato e che ora mi sfugge. Oggi il World Wide Web, che è il sistema che permette di usufruire dei contenuti su Internet, compie trent’anni. Certo, potrebbe essere migliore. Ma già così è abbastanza una figata.

Un extracomunitario avvicina un ragazzino finlandese nella metropolitana di Helsinki. Guarda cosa gli succede

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in alti e bassi di fedeltà sonora

[questo pezzo è uscito su Loudd.it]

“Un extracomunitario avvicina un ragazzino finlandese nella metropolitana di Helsinki. Guarda cosa gli succede”. Ecco. Se “Freestyler” fosse un video virale del 2019, con tutta la cecità sociale che si consuma quotidianamente dalle nostre parti, Facebook sarebbe invasa da fake news sull’accaduto e un clickbait di questo tipo farebbe il pieno di visite da parte dei populisti poco informati e rimandati in storia con cui siamo costretti a condividere il presente.

Per fortuna “Freestyler” è un brano uscito nel 1999, esattamente vent’anni fa, in un momento in cui non c’era ancora tutta questa smania di smantellare l’Europa socialdemocratica per un’illusoria democrazia diretta pilotata dalle fatiscenti piattaforme digitali controllate dalle aziende private, secondo una formula spacciata per antipolitica. In realtà anche allora le cose si potevano cambiare con un clic ma – come ci insegnano i Bomfunk MC’s nel video in questione – rigorosamente su un lettore Minidisc, l’ultimo dei grandi formati proprietari spazzato via dalla banda larga. Il ragazzino finlandese arriva sano e salvo a destinazione – perdonate lo spoiler – ma nel suo viaggio sui mezzi pubblici ferma, riavvolge, accelera le sequenze remixando a modo suo la realtà secondo una perfetta metafora delle potenzialità offerte dalla drum’n’bass.

E, della drum’n’bass, “Freestyler” dei Bomfunk MC’s – progetto che da lì in poi, ricordiamolo, è svanito nel nulla – è l’ultimo baluardo. Finisce il secolo e si cambia ritmo con un brano d’addio che fa il pieno di ascolti. C’è l’intro con il dobro, ci sono le sequenze, gli stop and go, le tipe maggiorate dai lineamenti misti (come tutti, del resto, nel video) che ballano il mistero di questo breakbeat raddoppiato che però, sotto sotto, ha il tempo di un reggae a velocità normale, e ognuno può scegliere davvero come muoversi sulla pista. Il problema è che già nel 99 oramai c’è davvero poca roba con cui mixarlo. Da lì a poco inizierà la restaurazione della cassa dritta e dovremo aspettare almeno sino ai Rudimental di “Not Giving in” o ai 21 Pilots della coda di “Lane boy” per riaccendere i motori, anche se a più di dieci anni di distanza.

Tutto questo per dire che ancora oggi c’è gente che farebbe carte false per amalgamare fattori così genuini e dare alle stampe una canzone così fortunata e travolgente anche se poi, a leggere il testo, non è che “Freestyler” sia un vettore di messaggi epocali. Puro ballo e flow scorrevole. Questo non ha impedito alla band finlandese di fare jackpot, considerando che il singolo ha raggiunto la vetta delle classifiche di diversi paesi europei fino all’Australia, alla Nuova Zelanda e alla Turchia, conquistando persino la posizione numero due nel Regno Unito, in cui è stato il singolo più venduto del 2000.

E allora, come fa il giovane protagonista del video in metropolitana, riavvolgiamo la traccia e riascoltiamola da capo, vent’anni dopo. E non mi riferisco al rifacimento del video appena pubblicato, in cui si vedono i Bomfunk MC’s, a differenza del loro successo, appesantiti da vent’anni in più sul groppone. Usiamo la fantasia. Notate le differenze? Il ragazzino, come i suoi coetanei, oggi vive secondo la moda maschile del momento che impone tagli di capelli che sfidano la gravità, altro che dreadlock da centro sociale. Si diletta con la depilazione totale e ha la pelle impiastrata da tatuaggi senza senso, comprese le scritte sulla faccia. L’abbigliamento è sempre sportivo ma le taglie XXLL lasciano il posto alle linee super slim fit e alle altre vestigia del poverismo della migliore trap di periferia. Al posto della Sony con il suo supporto – sparito dal mercato in tempi record – c’è la Apple con un modello di smartphone ultimo grido.

Per il resto, ditegli di continuare pure ad ascoltare la sua musica con le cuffiette senza preoccuparsi del prossimo: anche se la politica del terrore sfrutta la paura dell’immigrazione come diversivo, il massimo che può capitare a noi bianchi occidentali in metropolitana è che qualcuno ci tiri in ballo in un contest estemporaneo di streetdance per il quale, con il ritmo nel sangue che ci ritroviamo, ci spettano ben poche possibilità di vittoria.

l’urlo ribelle

Pubblicato il 1 commentoPubblicato in alti e bassi di fedeltà sonora

La mia compagna di banco si chiamava Anna e aveva incollato sul diario di terza una foto ritagliata dal settimanale “Ciao 2001” che ritraeva Billy Idol con una tuta da aviatore o da meccanico – quelle composte da un unico pezzo, per capirci – e la zip aperta dal collo fino all’altezza dell’inguine, in una posa che non lasciava dubbi sulla scarsa dimestichezza dell’ex leader dei Generation X con la biancheria intima. Prima dell’avvento di Internet l’immaginario sulla pornografia maschile era di dominio esclusivo degli addetti ai lavori e quell’immagine lasciva in un contesto sobrio e tradizionale come l’aula di un liceo aveva scardinato le mie priorità di maschio eterosessuale e di adolescente ancora prima di quelle di studente mediocre qual ero. La mano di una popstar dalla smorfia poco accomodante si insinuava a stringere chissà che cosa, là sotto, proprio all’altezza delle indicazioni sulla versione di “Urbis et Orbis” da ultimare per il giorno successivo. Anche alle ragazze piacciono le foto audaci, avevo pensato, e chissà se qualche porzione scoperta del mio corpo avrebbe avuto sulle femmine effetti paragonabili a quella macchina da sesso che sembrava essere Billy Idol. Senza contare che il cantante di “Flesh for Fantasy” esulava dai miei gusti sin dalla sua esperienza musicale precedente, da tutti considerata punk ma – oggettivamente – caratterizzata da molti più punti in comune con quel glam-pop a tinte hard rock che andava di moda a cavallo dei due decenni. E vi giuro che non credo di aver mai più pensato a Billy Idol nella mia vita da allora fino a ieri, quando un amico ha postato su Facebook la copertina di una sua raccolta a 33 giri. Ho fatto qualche ricerca in rete e ho così scoperto che, come la totalità di star degli anni ottanta, Billy Idol sta vivendo una seconda stagione di gloria interpretando se stesso e il suo urlo ribelle a sessant’anni suonati, suonando i cavalli di battaglia della sua stagione più fortunata, accompagnandosi peraltro con quel chitarrista suo compagno artistico di una vita, il vecchio (anche in senso anagrafico) Steve Stevens, che, incredibile a vedersi, risulta persino quasi più tamarro di lui.

un completo sconosciuto proprio come rolling stone

Pubblicato il 1 commentoPubblicato in comunicazzione

L’editoria alla frutta cerca giustamente sensazionalismi per raschiare il fondo del barile e cercare di non dissolversi nel nulla lasciando a casa tutti i lavoratori (che peraltro lavorano già da casa). Ogni occasione è buona per far scatenare l’Internet a favore o contro e raggranellare qualche manciata di click nella speranza che le concessionarie di pubblicità reali o virtuali possano giustificarne la proposta per gli spazi altrui. Non linkerò quindi l’inqualificabile articolo sull’8 marzo che la versione digitale di Rolling Stone Italia (quella cartacea è già morta e sepolta) ha pubblicato ieri. Dico solo che quello che separa il genere umano dalla bestia è intanto scrivere su Rolling Stone Italia e, secondariamente, anteporre la volontà e il buon senso all’istinto.

cominciamo bene

Pubblicato il 1 commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

In questi giorni ricorrono i primi sei mesi della mia nuova carriera da insegnante di scuola primaria. Sapete che sui social network queste cose vanno di brutto, ci sono persino quei sistemi che ti fanno automaticamente le animazioni con le foto per gli anniversari perché tu per loro sei speciale (certo virgola certo). Il punto è: meglio prima o adesso?

Di sicuro non rimpiango le suonerie che partivano a un volume esagerato nell’ufficio in cui lavoravo prima. Chi opera nella comunicazione passa molto del suo tempo al telefono a prendersi cura delle relazioni con clienti, partner e fornitori ma, malgrado decenni di sensibilizzazione sull’inquinamento acustico generato dagli smartphone, moltissimi operatori del settore spaccano il cazzo ai colleghi con le loro suonerie personalizzate a tutto volume. In particolare posso portare gli esempi di un pezzo rumorosissimo e tamarro oltre ai livelli di guardia della mia vicina di scrivania (una canzone dance commerciale che potrebbe essere dei Black Eyed Peas feat. David Guetta o una cosa del genere) e di una specie di sinfonia composta ad hoc per la Coppa dei Campioni di calcio che, in quanto a sobrietà, i Carmina Burana di Orff sembrano composti da Steve Reich. Raramente a scuola invece si sentono smartphone suonare incustoditi, senza contare che in classe gli insegnanti lo tengono in modalità silenziosa.

Di contro, però, nella scuola è bene informarsi su tutto perché nessuno ti avvisa su nulla mentre le aziende private, sotto questo punto ti vista, ti coccolano. Quando accade, nella maggior parte dei casi le istituzioni ti mettono al corrente di cose inutili o che sai già. In segreteria non leggono le e-mail e conviene segnarsi sul calendario tutto ciò che ti riguarda come docente perché non è come nel privato che gli impiegati amministrativi stanno dalla tua parte. Se vi scappa una scadenza di qualcosa siete fritti.

Resta la questione degli innumerevoli mesi di vacanza che spettano agli insegnanti, ma su questo vi saprò dire a luglio. Al momento seguo le feste che fanno i ragazzi ma tenete conto che chi vuole fare le cose per bene e cioè prepararsi le lezioni, documentarsi, cercare cose belle per incuriosire gli alunni, i corsi di aggiornamento e altro che in questo momento non mi viene in mente, sta sul pezzo tanto quanto quelli che, come me, nelle aziende private erano costretti a lavorare nei fine settimana e ben oltre l’orario stabilito. Non nego che oggi, quando rientro a casa fatte le mie ore in classe, oramai ho un appuntamento fisso per una mezz’oretta sul divano con i gatti addosso ma in questo conta anche il fattore anagrafico. Per il resto, potrei lavorare continuamente dieci ore al giorno e ci sarebbe sempre da fare.

Quando lavoravo in ufficio non parlavo mai se non per far finta di convincere i clienti che mi interessavano le cose che mi chiedevano di fare. Oggi, a marzo inoltrato, ho già perso la voce tre volte. La mia collega, che ogni tanto mi osserva per suggerirmi i metodi più adatti a insegnare al meglio, mi ha detto che dovrei diminuire il tono quando parlo ma non è facile e credo sia un problema di sicurezza di sé. Mi sono iscritto a un corso per imparare a utilizzare la voce in modo appropriato, sperando che sia sufficiente per non arrivare alla pensione afono.

I bambini sono fantastici. MA se avete qualche esperienza, anche solo genitoriale, converrete con me che qualche volta rompono i maroni e capita che li corcheresti volentieri con il battipanni come facevano i genitori pre-sessantotto. Esauriti gli ammonimenti, le urlate, le note sul diario, quelle sul registro, la convocazione dei genitori, i provvedimenti disciplinari con il preside, qualche rimpianto sull’operare con gli adulti sovvenga. Per esperienza vi assicuro che dura poco. Ho capito però che quello dell’insegnante alla primaria è come un lavoro a giornata con un cliente diverso. Magari finisci alle 16.30 che ti guardi in cagnesco con quella del primo banco che ti interrompe a sproposito in continuazione ma poi, la mattina dopo, il ciclo riprende come nulla fosse. Credo sia la vita dei bambini a essere così. Avendo poco tempo alle spalle, per loro una giornata intera è un’enormità ed equivale a una frazione enorme di quanto hanno vissuto, a differenza nostra.

Bisogna anche stare attenti a mescolare la vita privata con il lavoro. Se sei in ufficio e ti arriva una brutta notizia vai su Facebook e scrivi due minchiate oppure esci a farti una sigaretta o a prendere una boccata d’aria inquinata. A scuola hai sempre quelle facce davanti e non puoi prendertela con loro se sei stato sfortunato. La mia collega Maria, che per certe cose è il mio guru, mi dice che in quei momenti meglio evitare di esporsi con spiegazioni o confronti diretti. Si scrivono una dozzina di operazioni alla LIM e si lasciano i ragazzi da soli nello svolgimento, tenendo conto che va bene il lavoro di gruppo e il peer to peer e la classe capovolta e tutto quanto ma in certi momenti le attività compilative in una sana e tradizionale lezione frontale sono il non plus ultra per tenere le distanze e sbollire la tensione.

Quanto ai rapporti, c’è da dire che i colleghi, rispetto a prima, sono molto meno cazzoni. Anzi, a dirla tutta, non sono cazzoni per nulla. Nel senso che non ho nessuno che fa magliette super creative o lo smanettone che ha le convulsioni per i videogiochi o i nerd che comprano tutte le novità in fatto di elettronica consumer. A parte che sono tutte colleghe, la cosa più alternativa che ho visto è una supplente di sostegno con la t-shirt tarocca di “Unknown Pleasures” ma ben nascosta sotto la felpa. Sono tutte persone molto serie, il lavoro che facciamo è una cosa seria e con il gruppo classe – bambini, genitori, colleghi – spesso l’undo o il ctrl+x o la funzione modifica il post non funziona. Non per questo a scuola è vietato scherzare. Con i bambini essere rigidi è efficace ma è un approccio molto più facile e permette di industrializzare gli effetti didattici. La severità a pioggia consente maggiore controllo. Essere collaborativi e puntare a esaudire le richieste individuali è molto faticoso ma aiuta a instaurare rapporti molto customizzati con gli alunni. Probabilmente lavorare così alla lunga è logorante, ma al momento mi piace.

Dal punto di vista della progettualità, infine, la scuola è una landa desolata e se hai un minimo di inventiva, fantasia, competenze ed entusiasmo puoi sperimentare di tutto. Se il dirigente vede che non fai dei danni e sei una persona affidabile è possibile davvero sbizzarrirsi. Non vi dico poi se sei bravo con le tecnologie e in ambito digitale. La scuola è affamatissima, sotto questo punto di vista. Sono interpellato per qualsiasi problema ma mi sta bene così perché sono ricambiato con un’umanità che non penso esista in nessun altro settore. Spero sia sempre così, anche dopo dieci anni di mestiere.

da una sorpresa su cinque a una canzone su tre

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in alti e bassi di fedeltà sonora

Chi vuole imporre più musica italiana nelle radio probabilmente non ascolta la radio. Alla radio suonano molta musica di merda e la maggior parte di questo schifo è tutto italiano. E la cosa assurda è che non è che alla radio si senta l’indie o la trap, che per lo meno hanno una loro dignità. Alla radio potrei scommettere che due canzoni su tre sono di quel pop italiano da quattro soldi con i rapper che sciorinano strofe che si alternano alle cantanti che fanno i ritornelli, roba che in confronto a Sanremo ci vanno i King Crimson come concorrenti. Non ricordo un periodo più a sfavore della musica americana o inglese nella hit parade e, di conseguenza, nelle scalette delle emittenti commerciali. Per non parlare del rock: chi lo porta più tra i canali della cultura nazionalpopolare, e non valgono gli over 40? Per cui non ho nessun dubbio che se passasse una legge di questo tipo tornerebbe a vantaggio degli stranieri. Senza contare che, prima o poi, tutto il sommerso indie e trap sarà mainstream e così cantanti o progetti come i Coma Cose ce li ritroveremo da Fazio (o da chi prenderà il suo posto dopo il reset della RAI fasciogrillista) come se fosse una cosa normale e, finalmente, tre pezzi su tre saranno cantati in quella lingua che parlano i giovani e che non si capisce bene cosa sia.

il nome della rossa

Pubblicato il 1 commentoPubblicato in tv[umtb]

Si chiama Antonia Fotaras ed è la tipa di Adso da Melk nel remake de “Il nome della rosa”, la mendicante con i capelli rossi che al momento non si è visto nulla ma si sa già che poi, a un certo punto della storia, finiscono a letto, anzi per terra, il tutto ampiamente previsto dal sagace Guglielmo da Baskerville. Comunque, se proprio volete una veloce recensione, c’è poco da dire se non che mi sono addormentato a tre quarti della prima puntata ma credo sia un mio problema. Turturro tutto sommato regge l’eredità di Sean Connery, a mia moglie non era nemmeno piaciuto il libro ai tempi in cui si gridava al best seller e mia figlia, essendo troppo tardi, non l’ha nemmeno visto. Ora la cerco su RaiPlay, provo a seguire il primo episodio con maggior attenzione, e poi vi dico. Ci tenevo però a farvi ridere con il titolo di questo post. Io ho riso molto e non so se, a provare piacere dalle cose che uno scrive, si commetta un peccato. Nel dubbio, mi faccio un bel penitenziagite.

attaccabrighe

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in alti e bassi di fedeltà sonora

Ci sono diversi motivi per apprezzare i Prodigy. Primo perché si chiamano come un Moog che faceva parte della mia strumentazione. Un bel sintetizzatore analogico con la cassa in legno, piccolino ma bastardo nella cattiveria con cui strizzava i suoni con i suoi filtri. Poi perché i Prodigy hanno campionato Max Romeo di “Chase the devil” e lo hanno spalmato come la Nutella in “Out of space” e quando ascoltavo Max Romeo in ufficio i colleghi giovani mi venivano a chiedere informazioni. “Ma chi ha fatto questa versione reggae dei Prodigy?”, obiettavano. Poveri ingenui. Ho visto i Prodigy dal vivo a Milano nel novantasette, avevano i Marlene Kuntz come supporter e, obiettivamente, hanno fanno entrambi la loro sporca figura. I Prodigy in concerto hanno lo stesso limite di tutti i gruppi elettronici, e cioè non capisci se suonano o è tutto registrato. Ho trovato però su Youtube alcuni filmati da tournée recenti e ho scoperto con piacere che mettere una batteria acustica sotto “Firestarter”, che in italiano ho sempre tradotto con “Attaccabrighe”, ha un suo perché. E ho sempre pensato che Keith Flint, il folle urlatore e front-man con quelle pettinature assurde, una specie di Johnny Rotten in versione pasticche e roba chimica, nella vita di tutti i giorni fosse proprio così. Un attaccabrighe pronto a importunare il prossimo solo per passare il tempo.