le cose di nessuno

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Non riesco a farmene una ragione. A me le bici del bike-sharing lasciate incustodite in certe zone suburbane di Milano mi mettono ansia. Mi fanno tenerezza quando le osservo di notte appoggiate lungo certe strade di periferia male illuminate come se fossero animali domestici che si sono persi, forse perché tutto sommato hanno una linea che induce il prossimo a provare pietà di loro. Qualcuno avrà fatto degli studi per trovare un modello che ispiri questo genere di sentimenti e spinga gli utenti al rispetto, a non gettarle nei Navigli, a non appenderle sugli alberi, a non nasconderle in cantina per il proprio tornaconto. Nel nostro DNA è impressa da qualche parte questa forma genetica di possessività per i mezzi di trasporto privati, non si spiega perché si debbano dedicare costosi metri quadri dei propri possedimenti per ospitare automobili con l’obiettivo di proteggerle dalle intemperie e dai malintenzionati. La cosa funziona anche per le biciclette e per i babbei come me che legano le due ruote, oltreché alla rastrelliera condominiale, anche alla spensieratezza dell’infanzia. Biciclette, bimbi, sole e parco giochi, mentre bike-sharing in mano a chissà di notte nell’hinterland d’inverno è niente di tutto questo. Ne noto spesso tornando a casa, io che vivo in periferia. A volte nel buio si fa fatica a riconoscerle malgrado i colori sgargianti. Così abbandonate mi viene voglia di accoglierle in casa, di offrir loro qualcosa di caldo e di corroborante e poi un rifugio in cui passare la notte prima che qualcuno meno gentile di me se ne approfitti. Mi chiedo anche chi si spinga così lontano dal centro di Milano a quelle ore con quei catorci con cui persone mediamente alte fanno una fatica boia a pedalare e quale destinazione abbiano raggiunto gli utenti temporanei per averli lasciati in posti così poco frequentati da anima viva. Ecco, le biciclette dovrebbero restare vicino agli esseri umani e alla civiltà, anche se di qualità scarsa come quelle.

mentre ti aspetto schiaccio un pisolino

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Mentre ti monitoravano per trovare qualche indizio sulle tempistiche dell’imminente parto, operazione alla quale purtroppo non ho potuto assistere e intendo sia il monitoraggio (top secret) che il taglio cesareo in sala operatoria (chirurgia a tutti gli effetti), ero così teso nella sala d’attesa dell’ospedale che ho poggiato la nuca alla parete e, seduto, mi sono addormentato. Erano le quattro del mattino e ti avevo portato di urgenza in ostetricia alle tre dopo che mi avevi svegliato alle due causa rottura delle acque e dopo che ci eravamo coricati a mezzanotte passata, dopo una serata con degli amici. Ero assorto a pensare a come saremmo stati come genitori e poi qualcosa dentro di me ha spento la luce e poi non ricordo più nulla fino a quando l’infermiera mi ha svegliato per mettermi al corrente della situazione. Ieri mattina è successa una cosa analoga mentre ti sottoponevi a una visita i cui esiti temevo tantissimo. Ero così terrorizzato dall’idea che ci potesse essere qualche complicazione e continuavo a pensarci su perché ora siamo un po’ più vecchi da quella volta in ostetricia e quando l’età avanza, si sa, ne capitano di tutti i colori. Ero così spaventato che di nuovo, mentre pensavo a quali potessero essere le conseguenze – era mattina presto – ci sono cascato ancora. Mi sono assopito, ma questa volta per qualche secondo, forse un minuto al massimo perché quando dormiamo non è che stiamo lì con il cronometro a vedere per quanto tempo. Mi sono assopito finché non mi ha svegliato la tua voce, stavi dettando il nostro indirizzo alla dottoressa per la ricevuta, e dal tuo tono ho capito che stava andando tutto bene. Mi sono ricomposto in tempo. Pochi secondi dopo sei uscita dall’ambulatorio, mi hai confermato che non c’è nulla da temere, così ho pensato che la tensione che ti fa chiudere gli occhi e sprofondare nel sonno non è una cosa poi così strana, anzi, al risveglio porta sempre buone notizie.

nonna ma che suoneria forte che hai

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Mi spiace criticare il lavoro dei colleghi pubblicitari, ma onestamente non so se sia peggio il gioco di parole su “Brondi chi parla” o lo spot con Cappuccetto Rosso e, all’interno dello spot, la recitazione, i dialoghi, gli attori, il trucco della nonna e la sua scarsa credibilità (porro sul mento compreso), il montaggio, l’idea stessa. No dai, voglio essere costruttivo: l’idea in sé non era malissimo, forse però poi la cosa gli è sfuggita di mano. Se vi sentite target per questa cosa qui, fatevi avanti che vi dico quanto vi stimi. Saremo anche anziani, ma non siamo certo rincoglioniti.

dischi che hanno fatto la storia: night time dei killing joke

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[recensione pubblicata su Loudd.it] Quello straordinario tritatutto timbrico che sono stati gli anni ottanta non ha risparmiato nessuno. A differenza di oggi, in cui con il senno derivativo del poi le band possono sbizzarrirsi sul richiamare con i suoni questa o quella decade preferita a cui ispirarsi, mai come in quella fase artistica è stato uso comune omologare i propri pezzi con certe linee guida che consentivano di rimarcare la differenza con il passato prossimo e ambire, allo stesso tempo, a un decoroso riconoscimento di vendite.

Un compromesso per nulla riduttivo, almeno visto da qui. Ma per i fan di un gruppo di durissimi e purissimi come i Killing Joke, “Night Time”, almeno ai primi ascolti, deve aver sicuramente causato più di un malessere da disorientamento. Che ci fanno chitarre così ricercate, mandate di effetti sulla batteria e persino tappeti di string sotto i pezzi degli stessi apocalittici autori di “Requiem” e “Wardance”?, si saranno chiesti in molti. Attenzione, però. Per i Killing Joke non c’è stata nessuna deriva commerciale, ci mancherebbe, solo un inabissamento nel dark più profondo dei suoni e delle tematiche dell’epoca che però, al momento della pubblicazione, in perfetto mood con i tempi che correvano, ha conferito loro una esposizione mediatica forse inattesa.

Per questo “Night Time”, quinto album in studio della band di Jaz Coleman, è stato una vera e propria pietra miliare e non solo della loro carriera. A cavallo tra i pungenti esordi post-punk e la svolta industrial successiva che ha avuto inquietanti presagi già a partire da “Extremities, Dirt & Various Repressed Emotions”, la parentesi di “Night Time” e del successivo (struggente quanto ingiustamente sottovalutato) “Brighter Than a Thousand Suns” costituisce l’apice senza ritorno di un fenomeno culturale e un’estetica musicale unica nella storia, a cui molti artisti alla ribalta nei decenni successivi hanno pagato un importante tributo.

La versione in vinile del disco presenta la sua cupezza già dall’artwork della cover e dalla busta interna, ancora prima di soffermarsi sulla lettura dei testi. Uno stile che trova la conferma sin dai solchi iniziali del lato A con la titletrack, un classico della dark dance già intriso degli elementi che caratterizzeranno poi l’intero album, a partire dal suono di chitarra e da certi arpeggi (e certi accordi) che ricorreranno in quasi tutte le altre canzoni. La luce di “Night Time” continua a rimanere rigorosamente spenta nella successiva “Darkness Before Dawn”, in cui risaltano il basso profondo del compianto Paul Raven e una trascinante parte ritmica, su cui la vocalità di Coleman dà il suo massimo.

Non ci sono poi abbastanza parole per descrivere la traccia successiva, “Love Like Blood”, l’inno di una generazione e senza dubbio uno dei brani meglio riusciti della storia del rock di tutti i tempi, una di quelle canzoni così perfette che si dovrebbero insegnare nelle scuole e tramandare di generazione in generazione anche solo per come sono in grado di far nascere l’amore e la passione per la musica.
Si torna alla cattiveria con “Kings and Queens” e “Tabazan”, due punti di collegamento con il passato dei Killing Joke, soprattutto con il precedente ellepì “Fire Dances”, e con “Multitudes”, che riprende la ritmica articolata e obliqua di “Love Like Blood”.

“Night Time” si chiude quindi con due altri pezzi di indubbia qualità: “Europe”, visionario e avvincente inno per un continente da giorni contati, e “Eigthies”, il manifesto di un’epoca di cui i Killing Joke di “Night Time” sono stati gli interpreti più autorevoli e brano oggetto di una controversia con i Nirvana a causa della evidente somiglianza con “Come As You Are”, querelle peraltro elegantemente archiviata dai Killing Joke a seguito della morte di Kurt Cobain.

“Night Time” ebbe un grande successo internazionale, arrivando 11esimo nelle classifiche UK, e tutt’ora è un must-have di ogni collezione discografica che si rispetti. Il tentativo dei Killing Joke di raggiungere e mantenere un equilibrio tra antagonismo e accessibilità non durò però a lungo. D’altronde canzoni come “Love Like Blood” capitano una volta nella vita e, spesso, sono causa di frustrazione in quanto impossibili da eguagliare nel resto della carriera. In fin dei conti, però, è giusto così. È proprio la rarità di una cosa a mantenere inalterata la sua bellezza tanto che, ancora nel 2017, “Night Time” può essere giustamente considerato un indiscusso capolavoro post-punk (e non solo).

c’è posto per tutti

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I genitori di Gualtiero sono stati molto previdenti e hanno adottato per lui, ancora prima che nascesse, un modello di persona omologato per due. Questo gli consente di ospitare un’altra persona nel suo corpo agevolmente e quindi di passare la vita insieme a un altro se stesso all’interno di se stesso, perdonate la ripetizione. Potete immaginare quali siano le potenzialità di questa innovativa modalità esistenziale più rivoluzionaria delle auto elettriche e dei social network. Intanto quelli come Gualtiero possono prendere sempre decisioni con qualcuno senza chiedere consiglio a nessuno, non so se vi è chiara la dinamica. Siete sempre voi a scegliere ma c’è qualcun altro che si assume l’onere al posto vostro pur rimanendo di vostra competenza. Si riesce a delegare ad altri la responsabilità di certe cose e, a essere il meno opportunisti possibile, ci si può anche confrontare costruttivamente ma tutti sanno che, alla fine, all’altro sé si lasciano i compiti scomodi e i lavori sporchi, come si fa con le bad company.

Ma io vorrei sottolineare la vera opportunità senza precedenti di quelli come Gualtiero che è il non trovarsi mai da soli di fronte ai dilemmi cosmici, ai grandi dolori della vita e anche di fronte alla morte. Per questo la moda delle multi-proprietà, chiamiamole così, si sta diffondendo sempre di più e oggi è abbastanza frequente conoscere gente a 4 posti o addirittura nella versione van per 6-8 persone se non addirittura nel modello mini-pulmino accessoriato che porta anche gruppi di 12 e, a parte il fatto che ci vuole la patente di livello superiore, è comunque un modo divertente per fare le vacanze  in giro per l’Europa, cosa che non è sempre facile e se avete fatto qualche viaggio con degli sconosciuti avrete presente tutte le difficoltà di adattamento che si presentano con il tempo.

Oggi anche è disponibile la variante virtualizzata, una pratica difficile da spiegare se non siete avvezzi con l’informatica. Mettiamola così: l’hardware, che in questo caso è il corpo umano, è lo stesso ma dentro ci possono coabitare più persone ma solo come istanza delle persone stesse, siamo sempre nei termini del software quindi se non avete capito non preoccupatevi, magari chiedete a qualcuno che se ne intende. Stare negli altri corpi lo si può anche fare, infine, con gli affitti, cioè con rapporti del tipo locatore e locatario e anche per periodi limitati come su Airbnb, finché non avremo veri e propri fenomeni migratori gli uni verso i corpi degli altri. Fate come volete, l’importante è che, quando ve ne andate da un corpo altrui, lasciate pulito e in ordine.

qualche spunto per avere successo domani

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Sul lavoro non si scherza, ragazzi. Non fate battute, evitate l’ironia, cercate di non fare casino in ufficio perché i colleghi non hanno tempo da perdere. Se vi chiedono chiarimenti e non ne date a sufficienza il tono cambia immediatamente e si irritano perché la vostra simpatia è d’intralcio alla loro deadline, alla fine della loro giornata lavorativa, al loro stipendio. Le aziende investono sul team building quando la vision resta da sempre “ognun per sé” e su questo sono d’accordo, alla fine di fronte al bancomat, al POS di Zara o anche al macellaio siamo sempre da soli. Non c’è nessuno che ci mette qualcosa di suo per alleviare il dispiacere da distacco dei risparmi cartacei o elettronici.

Sul lavoro non si sorride se non per finta, per mostrare la resistenza alla fatica, per ispirare fiducia a chi vorresti mandare affanculo, ed è per questo che non bisogna mai smettere di farlo. In ufficio bisogna portare soluzioni, non problemi, quindi è importante rispondere sempre di sì. A qualunque richiesta provate a dire sempre sì, tanto poi le cose non sono mai come sembrano ed è impossibile fare previsioni. Qualcuno si mette in mezzo, qualche imprevisto piomba nel bel mezzo di un processo operativo, la neve blocca la città, le cavallette, al cliente rubano tutte e cinque le ruote della BMW e il giorno della consegna slitta di una settimana oppure il progetto non si fa più, se ne parla dopo Natale, subentra una variazione nell’esecuzione, qualcuno vuole metterci del proprio, bisogna avere l’OK da più persone, commissariano il cantiere (solo nell’edilizia), si fotte l’hard disk (funziona in tutti i settori), qualcuno telefona che c’è una bomba, si paga una tangente, al tuo capo viene il cagotto e quindi è tutto da rifare. Quindi fate un po’ come volete. L’importante è che gli altri vi percepiscano seri e convincenti, solo così potrete fare carriera.