nome punto cognome

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Quando i colleghi mi chiedono a cosa serva avere un indirizzo e-mail ufficiale con il dominio della scuola penso a tutti quelli che si registrano ai portali del ministero o inviano comunicazioni ai dirigenti con indirizzi del calibro di fragolina75@libero.it oppure mischiano il loro nome e quello del partner o, ancora, riescono a storpiare in una manciata di lettere i diminutivi dei nomi più comuni sostituendo vocali e consonanti con lettere dell’alfabeto inglese. L’indirizzo ufficiale della scuola, ottenuto grazie alla Google Suite, conferisce un carattere istituzionale allo strumento di contatto. Finalmente anche gli insegnanti possono avere una e-mail aziendale che non sia su istruzione.it. Se il mio mestiere è quello di offrire un servizio, peraltro pubblico, è giusto che la mia sfera privata non venga coinvolta, indirizzo e-mail compreso. D’altro canto credo sia corretto che l’e-mail, a questo punto, diventi il canale principale di contatto con i clienti proprio come accadeva nelle aziende in cui ho lavorato prima di vincere il concorso da docente. E i clienti, nella scuola, sono le famiglie. Le colleghe mi hanno avvertito: sei pazzo a dare la tua e-mail ai genitori dei tuoi alunni. Non vedo però il problema: se qualcuno si espone a contattarmi sullo strumento ufficiale di comunicazione dell’organizzazione di cui sono dipendente lo fa assumendosene tutta la responsabilità. Scripta manent. E comunque lo trovo doveroso. Da genitore, se devo prendere contatto con un professore di mia figlia cerco l’e-mail sul sito della scuola gli scrivo. Ovviamente lo faccio se c’è una ragione. In caso di abuso, pubblicherò tutto qui, anche perché sono certo che gli spunti di divulgazione saranno motivo di interesse per i miei lettori.

che cosa fanno gli scrittori tra un libro e quello successivo

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Non lo so, e potremmo chiudere qui la discussione. Posso però condividere qualche considerazione. La scrittura è una disciplina soggetta a diversi fattori. Uno dei principali è quello che uno scrittore fa quando invece dovrebbe scrivere e viene subito dopo la bravura, la personalità, le conoscenze, il marketing. Lo scrittore pulisce la lettiera del gatto? Porta la figlia alle sette del mattino al capolinea della metro per andare a scuola? Prepara le cotolette di pollo con il contorno di patate al forno o il risotto con la zucca? Si reca all’appuntamento fisso del martedì pomeriggio e venerdì pomeriggio con il furgone ambulante del fruttivendolo? Va alla Coop a prendere il latte? Stira per il resto della famiglia quando vanno nel panico perché non sanno cosa mettersi perché nessuno ha voglia di spendere un capitale in vestiti nelle mezze stagioni? E, soprattutto, fa un lavoro per assicurarsi un’entrata sicura che però gli porta via diverse ore al giorno? Ecco,  fate una somma approssimativa di tutto questo tempo e scoprirete che cosa fanno gli scrittori tra un libro e quello successivo. La risposta è che ancora non lo so, perché se lo scrittore non riesce a scrivere il libro prima non lavorerà poi nemmeno a quello dopo e l’intervallo tra l’uno e l’altro non ha alcun parametro per essere calcolato.

la grande truffa dell’onda verde

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Se parli di onda verde in Italia il rimando è a qualcosa di tutt’altro che ecologico. Nulla di green o impatto zero, piuttosto il sistema di sincronizzazione con cui si programma una serie di semafori successivi lungo la stessa direttrice in modo che gli automobilisti trovino sempre via libera ai relativi incroci. Parliamo cioè di carburanti e gas di scarico e non, invece, di qualcosa in grado di investire e sommergere con i suoi valori di sostenibilità ambientale tutto ciò che ci circonda. Se però mi fermasse qualcuno all’uscita del supermercato per chiedermi se ho qualcosa in contrario con l’onda verde, come un tempo ci venivano poste a bruciapelo domande analoghe sulla droga con l’obiettivo di firmare fantomatiche petizioni per raccogliere fondi, io a questo giro risponderei di sì. Io all’onda verde non ci credo perché non ne becco mai una e secondo me è tutto un complotto. Mi spiace che non posso portarvi in auto tutti con me perché un giretto lungo le circonvallazioni milanesi convincerebbe pure voi. Ma se venite a Milano, e non necessariamente a trovare me, vi consiglio di lasciare la macchina a casa e trovare un modo alternativo. Questa sarebbe l’onda lunga dell’onda verde come dovrebbe essere intesa ma, soprattutto, vi eviterebbe picchi di pressione alta da nervosismo per due motivi. Intanto se vi capitasse di sera non trovereste parcheggio. Di giorno, invece, rimarreste imbottigliati sulle circonvallazioni da un’onda di mezzi a passo d’uomo tra un semaforo rosso e l’altro. Se mi devo recare in centro mi avvalgo dei mezzi. Ieri mattina, purtroppo, ho dovuto prendere l’auto per spostarmi poi dal centro a scuola. L’andata è stato un disastro e, ogni centimetro di strada conquistato a una velocità che, di peggio, c’è solo la retromarcia, mi chiedevo come fa chi sceglie di fare quel tipo di esperienza snervante ogni santo giorno, prima di entrare in ufficio e a sera, per rientrare a casa. Fortuna che ora lavoro in provincia e, abitando nell’hinterland, anche se sono costretto a guidare mi muovo sempre in senso opposto al traffico. Sto valutando però la bicicletta. In tutto si tratta di 17 chilometri a tratta lungo un buon 90% di ciclabile, circa un’ora all’andata e altrettanto al ritorno. Mi trattengono non tanto le levatacce, la nebbia – fuori dai centri urbani ce n’è ancora – e l’inverno, piuttosto l’arrivare a scuola e non potermi buttare sotto la doccia. Sono sicuro che, se fossi un tedesco e vivessi a Berlino, avrei tutto il necessario per coprire la distanza senza gravare di una particella sull’aria che respiriamo, anche se mi stancherei come un mulo lo stesso.

perché si dice mettere le mani avanti

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Gli ostacoli che si interpongono lungo i processi di comunicazione tra bambini e adulti, nel dettaglio tra i vostri figli e me in classe, sono molteplici. Metto le mani avanti, anche solo per entrare nel merito del titolo di questa mia considerazione, e ammetto di essere duro d’orecchi per non dire di peggio. Ma non è solo colpa mia, giuro. La maggior parte dei vostri figli parla come se esalasse l’ultimo respiro quando poi, se c’è da fare caciara, gli indicatori a lancetta sul visore virano indiscutibilmente sul rosso. Quando mi devono dire qualcosa che riguarda qualcun altro che si trova nella direzione opposta alla mia, interponendosi a metà tra il compagno in questione e me parlano rivolgendosi verso il compagno in questione senza tener conto di esprimersi a bassa voce, di avere un vocabolario individuale ancora oltremodo limitato, del fatto che magari intorno è esplosa la gioia collettiva dell’intervallo e che, come ho esordito sopra, il maestro è sordo e conseguentemente la lettura del labiale potrebbe tornare utile. Tenete anche conto che quando alzano la mano (se la alzano) durante lo svolgimento regolare della lezione, l’argomento dell’intervento raramente è contestuale e spazia in una gamma che va da “sai che mio zio si chiama Roberto come te?” a “un giorno la mamma mi porta al Parco Natura e poi mi compra Minecraft sul computer” a “maestro mi brucia il dito” quando magari sto affrontando un numero più alto del dieci, quindi a volte che io non capisca nulla di quello che mi dicono può essere interpretato come una forma di autodifesa, di sopravvivenza e di sicurezza sul posto di lavoro. Chantal, oltre a tutto questo, si mette costantemente le mani davanti alla bocca, per non dire in bocca. Quindi con lei i fattori da decriptare sono, nell’ordine: parla con me rivolgendosi verso qualcun altro con un volume ridottissimo in un linguaggio tutto suo e sgrammaticato con l’aggravante delle mani che, nei rari casi in cui potrei intercettare il labiale, occultano la componente visiva della comunicazione. Vanto record personali con vette di cose ripetute almeno cinque volte, spesso comprensive di un mediatore linguistico che, dal banco vicino, mi dà una mano nell’interpretazione e nella traduzione bambinese – adultico. E avete visto che sono riuscito a non dire nulla sul fatto che i genitori l’hanno chiamata Chantal? Se avessi studiato pedagogia, cosa che avrei dovuto fare per svolgere il ruolo che ricopro, dovrei essere in grado di dare un nome allo stimolo che spinge i bimbi a portare le dita in prossimità dell’apparato fonatorio. Ora lo cerco su Google e poi vi dico.

mandateli a lavorare

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Cinque figli, coppia non sposata, bambini con i capelli lunghi raccolti nei codini, esempi di democrazia diretta in famiglia direttamente impartiti dai genitori, ossessione per i modelli di consumo sostenibili, furgone come mezzo famigliare. Non gliel’ho mai chiesto perché ero l’insegnante di quello di mezzo ma posso scommettere che marito e moglie votino grillista. Avrei visto Leo e il suo clan in una cornice come quella del film Captain Fantastic, avete presente? Così attenti che il padre non si è mai fatto vedere ai ricevimenti tanto la madre, sia per carattere che per stazza, valeva per due. Così fresco di nomina e già con degli ex alunni, e qui mi riferisco a me. Leonardo è passato a salutarmi all’uscita in sella alla sua mountain bike e con uno smartphone su cui lampeggia la scritta “Casa” come chiamata di provenienza in continuazione. La madre, a cui non ricordo mai se do del tu o del lei, ha quello più piccolo ancora da noi e oggi il confronto al cancello all’uscita è stato inevitabile. La secondaria di primo grado può rivelarsi difficile se ti sei abituato a farti i cazzi tuoi nel ciclo precedente. Leonardo non se la cavava malaccio ma se avesse dedicato un quarto del tempo in cui esercitava la sua presunzione a seguire quello che dicevo, avrebbe potuto far fruttare meglio le sue capacità. La madre, manco a dirlo, ha ribadito la sua posizione sul fatto che alla primaria bisognerebbe lavorare di più. Fare più temi. Due temi alla settimana, vorrebbe lei. Perché poi alla secondaria di primo grado arrivano che non sanno scrivere. Mi è venuto spontaneo chiederle se in matematica se la cavi meglio, visto che è ciò che gli ho insegnato. Al momento nessun problema e, anzi, Leo le ha confessato che secondo lui sono fortunati quelli che hanno me, il suo ex maestro, quest’anno, in prima. La madre è la stessa che mi chiedeva più compiti nel fine settimana e, vedendo che non arrivavano, mi aveva fermato per dirmi di farle avere esercizi extra per Leonardo perché i bambini devono lavorare, lavorare, lavorare. Senza velleità polemica, le avevo suggerito di cercare in rete. C’è pieno di operazioni, espressioni, problemi, esercitazioni risolte e corrette. Il fatto è che poi, a casa, occorre seguirli, i bambini. A me piace spremerli il più possibile in classe e poi, nel weekend, lasciarli liberi. Sono appena alla primaria, avranno tutta una vita per diventare come la madre di Leonardo.

il senso del possesso

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La mamma e il papà di Irene sono giovanissimi. Anche se sull’età delle persone sono solito prendere cantonate, secondo me non superano i ventotto anni, il che significa che l’hanno avuta a ventidue. Irene è l’unica bambina in classe che veste con capi d’abbigliamento neri. Un look che, abbinato ai capelli lunghi sciolti, nell’insieme ricorda Mercoledì, la piccolina della Famiglia Addams, e non solo in questo periodo che precede Halloween. Irene ogni tanto va in tilt. Si blocca come se fosse un software con una rotellina immaginaria che gira e gira fino a quando necessita di un drastico spegni e riaccendi. Mette su la tipica faccia da broncio, si posiziona con le mani conserte e fissa un punto di fronte a sé a volte con un’intensità preoccupante. In quei momenti mi aspetto che si metta a parlare in latino, che vomiti sostanze raccapriccianti o, peggio, che compia una torsione a 360 gradi con la testa, come nella tradizione dei film sulle possessioni diaboliche. O, per tirare in ballo un’iconografia più comprensibile alle nuove generazioni, che scagli la cattedra fuori dalla finestra con la sola forza della mente, che faccia esplodere la testa al suo maestro e che, una volta consumata la vendetta, le esca una goccia di sangue dal naso. Scherzi a parte, in un paio di casi mi sono davvero preoccupato perché ha iniziato a tremare, e lì ho temuto il peggio, ma credo che se soffrisse di attacchi di qualcosa i giovani genitori ce lo avrebbero segnalato. Da quando ho appeso in classe la fila di pipistrelli di cartone pinzati allo spago che hanno preparato insieme alla collega di arte e immagine, Irene mi sembra più accomodante. Forse gli addobbi lugubri la tranquillizzano. Ha seguito anche con particolare eccitazione la mia performance con lo scheletro di zygote.com. L’ho fatto ruotare sulla Lim, ho ingrandito il teschio fino a una dimensione irreale ma nessuno si è spaventato. Quando avevo la loro età mi cagavo sotto per molto meno e Halloween non si festeggiava. L’unica occasione di mascherarsi da qualcosa era Carnevale ma, anche lì, non ne ho mai approfittato come i miei compagni che avevano mamme sarte in grado di cucire verosimili costumi da supereroi. Ricordo una dentiera di Dracula di gomma che, però, dopo un po’ che la tenevo in bocca mi provocava conati di vomito. Negli anni settanta c’era meno attenzione ai materiali con cui si costruivano le cose, a partire dai rivestimenti delle case in amianto. Oggi tutto è diverso. I più piccoli vanno in giro a fare dolcetto o scherzetto e vorrebbero persino conciarsi da mostri per venire a scuola. Io, fosse per me, acconsentirei senza problemi, ma devo vedere che ne pensano le colleghe delle altre prime.

per regalo voglio un harmonizer con quel trucco che mi sdoppia la voce

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in alti e bassi di fedeltà sonora

“Bigmouth Strikes Again” è uno dei pezzi più belli del mondo mondiale e forse il singolo più celebre degli Smiths. Se c’è una cosa però che sopporto a malapena sono i coretti fatti con l’armonizzatore da Morrissey e i giochi di pitch sulla sua linea vocale del ritornello e delle strofe successive alla prima che danno quell’effetto Alvin Superstar. A me l’ironia sulle cose serie non piace. E poi basta ascoltare una versione dal vivo per rendersi conto di quanto sia più efficace senza quei cazzo di coretti.

del perché con chi è imbranato con il computer abbiamo poca pazienza

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I miei colleghi sono rimasti perplessi quando ho sostenuto con fermezza che nel 2019 qualunque lavoro non può prescindere da una dimestichezza base con il digitale. Anche se fai il falegname o il netturbino o l’animatore del villaggio turistico o il pizzaiolo ci sono form da compilare, password da ricordarsi, portali a cui effettuare l’accesso, file da caricare, documenti Word da convertire in PDF. Oggi sono tutti influencer su Instagram ma poi quando gli chiedi di mettere in ordine alfabetico un elenco su Excel vanno nel panico perché – dicono – vanno in vacca le corrispondenze tra la colonne e allora perdiamo la pazienza. Ma che diamine di comando avete utilizzato? Un uso accettabile del computer, poi, comporta quello che una volta era il saper scrivere a macchina. In questo sono autodidatta: scrivo velocemente con due mani e anche a occhi chiusi ma non credo di applicare le regole tradizionali della dattilografia. Poi serve saper usare i tasti funzione e, soprattutto, le combinazioni principali per velocizzare le operazioni. Ci vuole un po’ di intuito con i programmi e ricorrere al più adeguato a seconda di quello che si deve fare. Il fatto è che i dispositivi portatili – smartphone e tablet – generano qualche equivoco con certe operazioni che i più credono possano essere solamente eseguibili con il pc. Se dobbiamo scrivere, per dire, è bene procurarsi una tastiera esterna da abbinare via bluetooth al dispositivo e in alcuni casi l’assenza del mouse non facilita le cose. Tutto ciò genera l’urgenza di risolvere problemi a un sacco di gente, per chi se la cava in queste cose. E da qui nasce la necessità di un approccio metodologico a spiegare con pazienza le cose a chi mette le chiavette USB nelle prese di rete, a chi si dimentica di avere un notebook con monitor touch e si ostina a dare ditate a casaccio creando interazioni improbabili, a chi usa Edge come browser predefinito o Libero come motore di ricerca. Per insegnare certe buone pratiche bisogna stare calmi, parlare lentamente, eventualmente partire da lontano per far capire l’approccio a priori. Quando le richieste di help desk provengono dai propri cari, poi, è ancora più difficile. Almeno per me. Ma con il tempo ho imparato spiegare le cose in modo efficace, le stesse cose ogni volta che mi viene rivolta la stessa domanda.

la scuola azienda

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Se le scuole fossero tutte aziende piccole, medie e medio-grandi si creerebbero tantissimi posti di lavoro. Attenzione, però. Prima di alzare il dito per avviare il solito dibattito sulla scuola pubblica, leggete bene. Non ho scritto aziende private, perché non è quello il punto. Il fatto è che nella scuola servirebbero diverse figure professionali che nelle imprese più strutturate fanno funzionare al meglio l’organizzazione. Certo, direte voi. Così poi avremmo altre migliaia di dipendenti che, anche se si comportano da fannulloni, non potrebbero essere esposti a nessun provvedimento. Allora, visto che siamo un blog e sui blog tutto è possibile, inventiamo una storia.

In un presente distopico e, perché no, ucronico, le scuole sono – appunto – aziende piccole, medie e medio-grandi. Il dirigente è un amministratore delegato che supervisiona tutto l’ambaradan, decide mission e vision nel senso anche di indirizzo didattico, ha l’ultima parola sulle decisioni imprenditoriali. Poi c’è un ufficio dedicato all’HR con tanto di manager. Lì si occupano di tutto quello che riguarda il personale: contratti, orari, ferie, stipendi, permessi, malattie, cambi turno, ma anche di tutti i grattacapi che gli insegnanti riversano abitualmente su segreteria e dirigenza e che hanno a che fare con la componente emotivo-comportamentale dei docenti. Ci metterei poi qualcuno a seguire la parte di procurement, da tutto ciò che riguarda la vita quotidiana a scuola all’adozione dei libri di testo fino alla mensa e ai cartoncini colorati per le attività che si fanno in classe con i più piccoli, magari con uno di quei sistemi digitali che permettono di tenere traccia di tutto e integrati con il resto dell’ambiente di lavoro.

Poi ci vorrebbe qualcuno che ci sa fare veramente con le relazioni con le famiglie a occuparsi di Customer Relationship Management e che, in stretta collaborazione con un responsabile marketing e comunicazione, si occupa di brand awareness sul territorio. La segreteria come l’abbiamo ora potrebbe continuare a occuparsi della componente burocratica e ministeriale, per quella non c’è distopia o ucronia che tenga. Un po’ di risorse le dedicherei anche modernizzare il lessico degli addetti al lavoro. Basta circolari, albo pretorio, organi collegiali e a tutto il naming da scuola gentiliana.

Non dovrebbe mancare quindi un team dedicato alla gestione della componente tecnologica. Per farvi capire, noi abbiamo il sito della scuola sviluppato in WordPress e gestito da un’organizzazione esterna che si occupa di scuola digitale e che si smazza la macro-manutenzione del sito, propone migliorie e lo ottimizza anche a seconda dei requisiti imposti dal ministero. Poi c’è il registro elettronico, un’altra piattaforma a sé seguita dalla segreteria, che ospita la parte didattico-gestionale a cura dei docenti, integra l’anagrafica degli alunni e fornisce alle famiglie una dashboard quotidiana dell’andamento dei figli. Infine usiamo la Google Suite – di mia gestione – per condividere materiale anche con gli studenti e per collaborare tra insegnanti. Una figura dedicata all’IT potrebbe, oltre a cambiare i toner della stampante e collegare correttamente le periferiche USB ai docenti nella corretta presa anziché nell’uscita HDMI, ottimizzare e integrare tutto in un unico ambiente con una soluzione commerciale di quelle che si usano nelle aziende strutturate. Sarebbe un sogno, vero?

Ci vedrei anche, infine, qualcuno addetto al R&D, attività che dovrebbe essere di competenza degli insegnanti ma poi, dovendo seguire molto di quanto descritto sopra che, in un presente tutt’altro che distopico e, perché no, ucronico è di pertinenza del corpo docente, alla fine devono pensare a mille cose e a volte l’attività in classe decade nel di cui. Ma se le scuole fossero tutte aziende piccole, medie e medio-grandi, probabilmente gli insegnanti lavorerebbero otto ore al giorno mantenendo la stessa quantità di ore di docenza di oggi ma poi, in un ufficio dotato di tutti i crismi come quelli delle imprese vere e proprie, potrebbe dedicarsi a migliorare la loro offerta didattica. Senza contare, ogni ventitré del mese, uno stipendio all’altezza degli altri mestieri, competitivo, incentivante e in linea con il resto del mercato.

Resta il fatto di chi paga tutto questo ma, come vi dicevo, siamo un blog e sui blog tutto è possibile.

doppia faccia

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Se avete un figlio che a breve inizia la scuola primaria datemi retta. Se non sa ancora leggere, scrivere o contare non importa perché ha tutto il tempo per imparare. Impegnatevi semmai di più nell’insegnargli certe competenze pratiche che lo rendano più indipendente a scuola e, soprattutto, facciano risparmiare ore utili agli insegnanti che avrà. Tempo prezioso che potrà essere dedicato ad attività più core business, a partire dall’insegnare ai compagni di classe che vostro figlio avrà – e che ancora non lo sanno fare – a leggere, scrivere e contare.

Mi riferisco a cose come tagliare la cotoletta, versare l’acqua, sbucciare una banana se non una mela con il coltello, aprire una merendina e un pacchetto di patatine, forare con la cannuccia di plastica un cartoncino di succo, allacciare le scarpe con le stringhe e, soprattutto, vestirsi e svestirsi.

I dieci minuti che separano il suono della seconda campanella al momento in cui riconsegno i miei bambini ai rispettivi genitori al cancello sono un incubo che – in prima – aumenta di giorno in giorno in proporzionalità inversa con il valore della temperatura esterna. Più fa freddo e più i miei alunni hanno strati di indumenti da indossare prima di uscire da scuola. I genitori più attenti ricorrono a tute facili da mettere e togliere. Quelli che antepongono l’eleganza alla praticità (non me ne vogliate cari genitori di bambine ma spesso è il caso delle vostre figlie bambine) vestono i loro figli con capi che poi tocca a noi infilare, uno ad uno, in un momento in cui la classe, da quanto è fuori di sé, avrebbe bisogno di un esorcismo collettivo. Tutti vogliono riabbracciare la mamma, i nonni o le baby sitter e, contemporaneamente, hanno bisogno di aiuto per indossare maglie e cardigan dalle fogge più anti-ergonomiche in rapporto alla taglia dei proprietari. Senza contare le lampo dei piumini con quel meccanismo infernale fatto apposta per incepparsi con i lembi del tessuto interno della zip dentro, avete presente? Si chiude sino a un punto di non ritorno, quando una forzatura potrebbe essere fatale. Nei modelli delle marche più scadenti nel frattempo si apre tutta la parte della cerniera chiusa sotto così, sotto gli occhi delle colleghe e le loro classi pronte di tutto punto e in fila per due, sei costretto a infrangere le più comuni leggi della fisica applicata, in ginocchio per operare a livello di un bambino di sei anni, con una temperatura inesistente in natura che ti fa sudare come un maiale.

Ci sono poi i casi limite delle giacche double-face. Dennis ne ha una grigia fuori e blu dentro, o viceversa. Ieri mi ha chiesto aiuto per indossarla e, considerando che avevo altre diciotto richieste dello stesso tipo, non mi sono preoccupato di chiedergli quale parte preferisse perché simultaneamente gli si era bloccata la cerniera della felpa e si era messo a piangere perché non riusciva a chiudersela. Ho pensato che la giacca dalla parte grigia fosse più appropriata, considerando che la felpa era blu. Gli ho sistemato la chiusura della felpa, l’ho aiutato con le maniche della giacca (grigia) e poi mi sono dedicato alla sua compagna di fila. Le lacrime di Dennis, a quel punto si sono moltiplicate e sono durate tutto il tempo della vestizione collettiva. Sono tornato da Dennis che pensavo fosse ancora disperato per la lampo della felpa e mai più pensavo invece che fosse per via del colore esterno della giacca. Così, malgrado nel frattempo fosse arrivato il nostro turno di uscita, gli ho tolto lo zaino dalle spalle, gli ho levato la giacca grigia, ho capovolto l’interno con l’esterno e gliel’ho rimessa su blu. 

Al cancello, Dennis aveva ancora una lacrima sulle guance e il padre, che è un rumeno gigantesco con un vocione allarmante, mi ha chiesto perché piangesse. Gli ho raccontato l’accaduto e si è messo a ridere. E si piange per così poco?, gli ha chiesto. Ho tirato un sospiro di sollievo perché temevo di non aver dedicato la giusta attenzione a Dennis. Resta il fatto che, secondo me, la giacca stava molto meglio dalla parte grigia. Almeno, io con una felpa blu l’avrei messa così.