la domenica al centro commerciale

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Nella periferia di Milano trascorrere la domenica al centro commerciale è una pratica piuttosto comune. La prova di quanto ho appena scritto è riconducibile al fatto che i centri commerciali, malgrado la flessione economica e Amazon, continuano a proliferare. Nel dibattito che si è acceso in questi giorni non si tiene conto di questo paradosso. A due passi da casa mia sorge uno dei centri commerciali più grandi d’Europa, almeno così dicono, ma vi posso assicurare che posso scegliere tra almeno dieci colossi della grande distribuzione nel raggio di una manciata di chilometri ogni volta in cui ho reale bisogno di unire la spesa allo shopping ma anche se piove e non c’è niente di meglio da fare. Scherzo, naturalmente. C’è sempre qualcosa di meglio da fare rispetto a una gita al centro commerciale di domenica.

La morale è che l’attuale governo vuole ammazzare i consumi – suppongo elevati – del weekend che hanno già ammazzato i negozi di quartiere entrambi vittima degli acquisti online che al mercato mio padre comprò. Per non parlare di tutti quelli che per un capriccio populista rischiano il posto del lavoro perché, a monte, non c’è una regolamentazione in grado di ideare strategie occupazionali ed economiche per assorbire una manovra di questo tipo.

E ora, come immaginate, ecco il momento dell’aneddoto personale a prova di quello che appena scritto. Ho portato cinque stampe acquistate lungo altrettanti viaggi alla bottega di un corniciaio ubicata nel centro del paese in cui abito. Gliel’ho lasciate a metà luglio e, ad oggi, non ha ancora terminato il lavoro. Gliel’ho portate perché prima avevo chiesto un preventivo in un negozio di una nota catena di fai-da-te di un centro commerciale aperto anche la domenica e l’addetto mi aveva sparato una cifra completamente fuori mercato. Il corniciaio locale ha superato abbondantemente i settant’anni e mi ha chiesto meno della metà ma, a dirla tutta, i tempi lunghi dovuti alla lentezza della sua natura di artigiano e anche probabilmente alla sua età non sono in linea con le aspettativa della società del tutto e subito che si basa anche sulla possibilità di portare delle stampe alla nota catena del fai-da-te che si trova a fianco di un centro commerciale. Magari proprio di domenica mattina. E anche se il costo è decisamente più elevato.

senza confini

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Se non fosse per un problema di privacy che mi induce a farmi mille scrupoli prima di divulgare informazioni e immagini altrui ai milioni di lettori che frequentano queste pagine, avrei introdotto questo post con la foto che ho fatto venerdì scorso a Fulvio e Federica, nomi di fantasia che uso per evitare di pubblicare i nomi veri, per lo stesso motivo di prima. Fulvio e Federica sono i due amici più cari che ho. Vivono a Genova, che dopo Berlino probabilmente è la città che preferisco in assoluto, e una volta all’anno mi ospitano per un weekend, solitamente a luglio. Il programma prevede sempre alcune tappe obbligate: giro completo del centro storico e del Carmine, il quartiere in cui abitavo quando vivevo laggiù; aperitivo a Castelletto; corsetta dalla foce fino a Nervi e poi bagno a Quarto; focaccia e vino bianco fresco in abbondanza. Fulvio e Federica amano fare lunghe camminate, una pratica che è ottima se vivete a Genova perché è una città che, pur complessa e piena di contraddizioni, offre scorci senza confronti. Nel weekend di luglio che ogni estate trascorriamo insieme mi unisco a loro per godere della bellezza del capoluogo ligure. Venerdì scorso invece ho ospitato Fulvio e Federica a Milano, in occasione del concerto dei The National. Ci siamo dati appuntamento al capolinea della metro gialla ed è stato molto strano vederli in un contesto decisamente differente da quello solito a cui li riconduco. Dovevamo mangiare qualcosa prima di avviarci al luogo del concerto, così ci siamo seduti in una nuova tavola calda ubicata lungo i binari del tram per Limbiate che costeggia la Comasina. Si tratta di un locale gestito da curdi che prepara un ottimo kebab e altre specialità tipiche. Abbiamo preso posto in un tavolino ubicato nel dehors. Lì ho scattato la foto che avrei voluto pubblicare a corollario di questo ricordo. Fulvio e Federica seduti con uno stabilimento desueto alle spalle quasi completamente coperto di graffiti, il ponte dell’autostrada con i pannelli anti-rumore, la carreggiata sotto che, poco prima, è divisa in due da un parcheggio sterrato a pettine, entrambi con la piadina kebab in mano che sorridono all’amicizia che ci lega, anche in un luogo così estraneo alla loro vita.

dieci cose che dovete smettere di fare ai concerti

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Il concerto è una metafora perfetta della coesistenza in natura di amore o odio, perché il concerto vede presente simultaneamente e nello stesso luogo ciò che adorate di più, ovvero la band per vedere la quale avete speso cinquanta euro, e ciò che detestate di più, ovvero la gente. Perché non è vero che la gente è lì per il vostro stesso motivo. La gente va ai concerti per presenzialismo perché sono eventi a cui non è possibile rinunciare. Va ai concerti per far bella mostra di sé sui social network. Va ai concerti per attendere, per tutta la durata dell’esibizione, l’unico pezzo conosciuto. Va ai concerti per l’errata convinzione che i concerti sono eventi pensati per il divertimento fine a se stesso, allo stesso modo per cui le persone vanno in discoteca o, paragone più calzante, al multisala decidendo all’ultimo momento che film vedere, magari in relazione esclusivamente alla disponibilità di posti.

Se vi siete riconosciuti in una di queste categorie, è giusto che sappiate quanto vi detesti. Perché il problema non è tanto che vi troviate al concerto insieme a me. Gli spazi spesso sono abbastanza grandi. Il problema è che se andate ai concerti non esclusivamente per sentire e vedere il concerto sarete inesorabilmente indotti a tenere comportamenti che recano fastidio a me, soprattutto. E la compresenza di due fenomeni sempre più marcati e destinati ad aumentare col tempo, ovvero la mia età anagrafica e la stupidità delle persone, sta mettendo seriamente a rischio una delle mie più grandi passioni, la musica live. Che bello, direte voi: finalmente un altro anziano che si atteggia a ventenne desiste lasciando noi giovani liberi di comportarci ai concerti come vogliamo. Su questo non ci piove. Mi permetto così di levarmi dai coglioni lasciandovi una serie di cose che, davvero, ai concerti rompono notevolmente il cazzo.

1. ok va bene fare le foto con i telefonini, resta una brutta abitudine e guasta l’esperienza a chi sta dietro di voi ma le faccio anch’io. Quello che mi chiedo è che cosa ve ne fate dei video, in cui magari avete ripreso solo il pezzo di una canzone. Si vede di merda, si sente di merda, quindi dubito che poi a casa vi mettiate con le cuffie a rivivere il ricordo. Che ricordo è uno spezzone mosso, con l’audio distorto e la gente che ci canta sopra? Quante volte vi viene voglia di rivederlo? Quando siete davanti a me e tenete in alto e a lungo il vostro telefono di merda per fare video di merda mi viene da prendervelo e fracassarvelo per terra.

2. mi dite che senso ha parlare tutto il tempo? Capisco scambiarsi qualche impressione, ma ricordatevi che se chiacchierate lo fate sicuramente a voce alta per il volume del suono quindi, inevitabilmente, date fastidio. Per non parlare dei pezzi lenti: ieri sera, al concerto dei National a Milano, c’era gente che conversava su un pezzo come “About today”. Andate al bar a parlottare, vi assicuro che è anche più economico.

3. è bello vedere i concerti con il partner, ma limonare tutto il tempo per chi vi sta dietro è una tortura. Fate una colletta e pagatevi una camera in albergo e poi, una volta consumato, riprovate con la musica dal vivo.

4. se la densità di spettatori per metro quadro è oltre le soglie del benessere individuale, cercate di non cantare. Soprattutto se la band è anglofona e voi a malapena sapete l’italiano con il vostro accento dialettale. Soprattutto se le orecchie di chi avete davanti sono a pochi centimetri dalla vostra voce di merda.

5. se non sapete andare a tempo evitate di ballare. Il rischio di scontro con chi vi sta dietro e, come me, ha il ritmo nel sangue, è elevatissimo. Superato il numero accettabile di scontri, fate un’autoanalisi delle vostre abilità coreutiche e verificate che dietro non ci sia io che vi sto puntando i gomiti nella schiena per indurvi a stare fermi.

6. quando vi dovete spostare in mezzo alla folla cercate di verificare che gli spazi che percorrete tra le persone siano i più intelligenti in cui addentrarsi. Se trovate difficoltà a intrufolarvi tra una persona e quella davanti è perché uno dei due si è rotto il cazzo di sentirsi spostare e fa forza per non essere spostata.

7. se siete alti due metri e venti o siete più bassi ma sfoggiate acconciature alla Sigue Sigue Sputnik – che se non conoscete è bene che cambiate passione dedicandovi al calcio anziché alla musica – fate come si faceva alla elementari e mettetevi dietro di tutti. Capisco che tutti abbiamo il diritto di posizionarci dove vogliamo, ma il vostro atteggiamento trasuda presunzione. Siamo tutti responsabili dei nostri ingombri e non è giusto che il prossimo paghi le conseguenza della natura altrui.

8. quando la band sul palco è al decimo disco della sua carriera non rompete il cazzo con il fatto che la scaletta non comprende il lato B del primo quarantacinque giri autoprodotto nel 75. Non siete solo voi puristi i detentori dell’esclusiva emozionale di quello che si sta svolgendo. Ciascuno di noi, del proprio gruppo preferito fa quello che vuole. Solo io, al massimo, posso esprimermi in questo senso e questo vale anche per il punto successivo.

9. se avete vent’anni e non capite la differenza tra le band da ascoltare con concentrazione e quelle della vostra generazione i cui brani si possono anche sentire con la cassa dello smartphone non è un mio problema. Anzi lo è se vi recate a vedere un concerto a cui sono presente anch’io, vi piazzate vicino a me e seguite il concerto in un modo sbagliato.

10. come avrete capito, sono un esperto dell’approccio e dell’atteggiamento che si deve tenere ai concerti e non solo. Evitate, quindi, di farmi innervosire, di farmi pensare a ogni concerto che questo sarà l’ultimo a meno di una reunion degli Smiths, di contribuire a peggiorare la mia già scarsa stima per le nuove generazioni. Resto a vostra disposizione per organizzare un corso privato per insegnarvi a stare al mondo e, in particolare, come ci si comporta ai concerti a cui partecipo anch’io e, per i quali, anch’io ho speso 50 euro di biglietto.

non fare il prezioso

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Non passano nemmeno tre minuti dall’inizio del disco che Chrissie Hynde ha già mandato qualcuno a farsi fottere. Attenzione, però. “Precious” è la traccia uno del lato A dell’album d’esordio che qualunque gruppo al mondo vorrebbe comporre e mettere come brano iniziale per introdurre sé nel mondo dell’arte, ma non lo si può certo definire un biglietto da visita per i Pretenders. Intendo dire che, se vi piacciono le front-woman aggressive, con Chrissie Hynde è meglio non prenderci troppo gusto. L’esperienza insegna che la matrice dei Pretenders viri decisamente più sul pop-rock che sul punk-wave, e già alla fine di quel primo (comunque ottimo) 33 giri ci pervade la consapevolezza di non trovarci di fronte a una band di paladini della trasgressione. Ma qui ci limitiamo a parlare di “Precious”, emozioni da una botta e via, un pezzo con cui stupire i nostri amici quando le aspettative d’ascolto sono alte in termini di canzoni che spaccano, con ritmi veloci e da pogo.

Siamo alla fine degli anni 70 e a una personalità così forte e superiore come quella di Chrissie Hynde i limiti di un posto come Akron, Ohio, non possono che indurre una claustrofobia senza speranza. Mentre i concittadini Devo subiscono la provincia industrializzata tanto da mettere la paranoia dell’essere umano al centro della loro ispirazione, Chrissie Hynde non ci sta e scappa, appena è in grado, per raggiungere la culla della civiltà del momento e coronare, a Londra, il suo sogno di fare una rock band.

Agli abitanti della sua cittadina di provenienza decide però di dire addio con una canzone, un concentrato di chitarra graffiante, suoni elettrici, ritmo serrato, parole taglienti e cinismo. Ce li immaginiamo, così come ce li descrivono i Pretenders, il jet-set locale in passerella per le vie del centro, gli scorci più in vista, i bei vestiti e le storie di sesso più torbide consumate sul pavimento, tutti in una gara a chi è troppo prezioso rispetto allo scenario sullo sfondo. Una corsa che Chrissie Hynde vince, alla fine, con il suo vaffanculo nell’ultima strofa, preludio per la fuga verso un ambiente più adatto alle sue potenzialità da cui poi, non a caso, prenderà il volo per il successo.

La cosa paradossale è che, per essere un pezzo così movimentato ed esplosivo, il cantato di Chrissie Hynde sembra pensato per domare un ritmo incontenibile con un flusso tra il parlato e la melodia, accelerazioni e pause, e le sue varianti nel timbro a volte sexy e altre dileggianti. Complice il tempo di batteria con quel modo, in auge all’epoca, di contenere la velocità anziché assecondarla, come invece faranno poi i musicisti punk più preparati tecnicamente negli anni novanta. Un effetto confermato dai rapidi botta e risposta di basso e chitarra nelle strofe e da certi cliché rock di altri tempi: il brano che si svuota e lascia tamburi e basso a lanciare il climax finale, il solo di chitarra che riproduce la sirena di una macchina della polizia (senza doppler, però, ed è sempre un peccato), e il one-two-three-four iniziale dato con le bacchette, che permette di sincronizzare l’entusiasmo degli ascoltatori con il feeling della canzone. Fino a quel tenero “Fuck off” conclusivo, il passaggio per il quale la canzone è marchiata ancora oggi, siamo nel 2018, per i suoi contenuti espliciti sulle piattaforme digitali, roba che in confronto un qualsiasi brano trap verrebbe precluso ai minori per il resto della storia del genere umano.

mi han detto che ti piacciono i ragazzi col ciuffo

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Con la competenza che ho maturato in ambito musicale e con i gusti raffinati che sfoggio qui e sui socialcosi mi vergogno un po’ a confessare qual è stato il mio primissimo amore. Da bambino impazzivo per il rock’n’roll ma quello vero. Quello di Bill Haley, di Chuck Berry e di Little Richards. Ma la passione per questo genere già vintage all’epoca – correvano i primi anni settanta – me l’avevano trasmessa i Kim & The Cadillacs, non chiedetemi perché. Avevo appreso i primi rudimenti di piano ma, quando ero solo in casa, mi atteggiavo a Jerry Lee Lewis. Avevo imparato a fare la linea di basso del rock’n’roll con la mano sinistra e a suonare l’accompagnamento con gli ottavi ripetuti con la destra, scoprendo che bastava sostituire l’accordo di quarta con la tonica minore settima per aver un effetto armonicamente coinvolgente. Ancora oggi non so resistere a quella rigida sequenza che poi altro non è che un blues accelerato. Non caso Marty McFly, quando accetta di eseguire ancora un brano sul palco dell’Incanto sotto il mare”, impartisce le sue istruzione alla band dicendo “Ok ragazzi questo è un blues con il riff in si perciò occhio agli accordi e statemi dietro. Ok?”. Non escludo quindi che ritornerò alla prima cotta, quando sarò ancora più vecchio di adesso. La fiamma mi si è riaccesa qualche sera fa quando sul primo hanno passato uno dei più sinceri interpreti del rock’n’roll di casa nostra, che risponde al nome di – non ridete, per cortesia – Little Tony. C’è poco da scherzare. Ma non è qui che volevo arrivare, perché poi, diventato grande e in quota punk e dintorni, mi divertivo tantissimo con gli Stray Cats. Da non credere, vero?

ok commuter

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Per la prima volta nella mia vita sono costretto a usare l’auto per recarmi al lavoro. Detta così sembra un’imposizione e mi spiace perché, in realtà, sono contento di questa svolta. Ho iniziato a usare mezzi di trasporto pubblico quotidianamente nel 1986, esattamente trentadue anni fa, quando mi sono iscritto per il primo anno a una facoltà che richiedeva, per certe materie, la frequenza obbligatoria delle lezioni. Sono ancora in possesso di qualche tessera di abbonamento studenti alla Ferrovie delle Stato di allora, vestigia di un tempo in cui davvero i treni non costavano nulla. Sulle carrozze dei locali per Genova si poteva fumare e, nei pressi del complesso industriale dell’ILVA di Cornigliano, alcuni miei compagni di viaggio si liberavano impunemente considerando che, dato il livello di inquinamento dell’aria di quel tratto, risultava impossibile risalire all’origine dei miasmi. Se frequentavate quella tratta in quegli orari di quegli anni, e siete sopravvissuti malgrado quella specie di Chernobyl che attraversavamo ogni giorno, vi giuro che non ero io. Non oso pensare che ne sia stato degli abitanti e di chi ci lavorava.

Ho fatto il pendolare anche ai tempi del mio primo impiego a Genova, e quando mi sono trasferito a metà anni novanta nella città che amo di più al mondo ricorrevo a quella che ai tempi era la metropolitana più breve della storia (credo due o tre fermate, non di più) più un autobus per il tratto finale. Poco dopo ho sottoscritto un vantaggioso contratto con un’agenzia milanese e, per quello che ricordo essere il periodo più spensierato della mia vita, ho sperimentato il pendolarismo estremo quotidiano da Genova a Milano in treno, andata e ritorno, pratica in auge tutt’ora tra un nutrito gruppo di liguri che mai cederanno alle lusinghe della metropoli lombarda e che, piuttosto che trasferirsi in pianta stabile, sono disposti a donare più di quattro ore del loro tempo ogni giorno a Trenitalia.

Infine, per sedici anni, ho usufruito delle Ferrovie Nord per raggiungere l’ufficio in cui ho operato fino alla settimana scorsa dalla periferia milanese. Venticinque minuti di lettura a tratta per un’esperienza di viaggio decisamente light e gradevole, malgrado le soppressioni di convogli random che il gestore usa infliggere ai suoi clienti più affezionati.

Da lunedì scorso invece compio una tratta non coperta dal trasporto pubblico, o per lo meno non coperta in tempi accettabili per una civiltà dell’occidente sviluppato e contemporaneo. Così ho iniziato a utilizzare l’auto per i quindici minuti occorrenti a raggiungere il mio nuovo posto di lavoro, una scelta che comporta più gas di scarico nell’ambiente, consumi di carburante che prima non avevo e lo spostamento in automobile in sé. Per fortuna sono in contro-traffico sia all’andata che al ritorno, il che mi mette al sicuro dalle code che, da queste parti, sono più che un must. Ascolto la radio, canticchio da solo, mi faccio guidare ogni giorno sul percorso più rapido da una di quelle app che ti tengono compagnia quando viaggi senza nessun passeggero. Non pensavo che, in fondo, anche il pendolarismo automobilistico potesse avere il suo lato romantico.

promiscuità

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Il Bring your own device era una teoria in auge qualche anni fa con cui, in parole povere, si cercava di convincere la gente a usare i propri dispositivi personali sul posto di lavoro. Ne conseguiva che le aziende potevano risparmiare evitando di comprare alcuni strumenti digitali ai dipendenti in cambio di cose come la liberalizzazione dell’uso di Facebook in orario di ufficio, anche se questo lo facevamo già tutti indipendentemente dal device utilizzato. A quella di far passare come concessione moderna una pratica da poveracci ci siamo cascati più o meno tutti.

Oggi, in senso traslato, potrebbe rientrare in questa casistica la bici con cui i rider ci portano a casa il pranzo e la cena. Questo è un caso ancora più estremo perché se sei povero e ti puoi permettere solo un catorcio arrugginito arrivi a fine giornata spaccato dalla fatica il doppio del normale. La tematica non è delle più semplici.

Nella mia esperienza ho provato una di queste promiscuità tra vita professionale e vita privata solo sui social. Sarà capitato anche a voi di far parte di community virtuali di lavoro con i vostri profili privati. Se andate sul mio account di LinkedIn o su Facebook troverete un collegamento che richiama all’agenzia in cui ho lavorato sino all’altro ieri. Per mia fortuna non ho mai usato Whatsapp in ambiente professionale.

Qui, dove lavoro ora, sembra invece che Whatsapp sia uno dei principali mezzi di comunicazione. Avete presente i gruppi, vero? Ieri mi hanno aggiunto a quello che dovrebbe essere il primo gruppo WhatsApp di una lunga serie. Sono andato a spulciare nelle info del gruppo i colleghi di cui ne fanno parte e mi sono accorto che sono l’unico ad avere una foto filtrata con Instagram e uno status che non c’entra niente con quello che dovrò fare. La frase è un motto che mi sono inventato anni fa, un gioco di parole che dice “give synth a chance”. Ho pensato che cosa possano aver pensato i colleghi, tutti ligi a un più misurato “hey there! i am using WhatsApp”.

La stessa cosa è capitata stamattina. Mi hanno attivato l’accesso a un’area riservata del sito sviluppato in WordPress e, la persona che fino ad ora ha gestito il sito, si è sorpresa del mio gravatar, la copertina di “Jeopardy” dei Sound, non tanto per la copertina in sé quanto perché risulto l’unico ad avere un gravatar WordPress. Mi sono chiesto quindi quante siano le cose del mio passato di cui dovrei sbarazzarmi prima che la promiscuità tra professionale e privato mi faccia perdere credibilità. Forse anche questo blog è a rischio. Aiutatemi a mantenere l’anonimato.

ricominciamo

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La vita è fatta anche di colpi di spugna. Un trasferimento all’estero o in un’altra città, un divorzio, un lutto. Sono molteplici le cause che ci fanno fare piazza pulita della nostra vita precedente. Si volta pagina volontariamente o per motivi di forza maggiore. Ciò che ne consegue è tutto nelle mani di chi si è sottoposto a questa personale rivoluzione. La gamma varia da chi riesce a tenere i contatti con il passato a chi resetta completamente le relazioni. Poi ci sono gli strascichi, quelli che non riescono a liberarsi di qualcuno ma lo vorrebbero più di ogni altra cosa, quelli che calendarizzano le frequentazioni in modo da non lasciar passare troppo tempo tra un incontro e quello successivo per alimentare la fiamma dell’amicizia. Quello che è certo è che ogni colpo di spugna, volente o nolente, ci mette a disposizione un’opportunità senza confronti che è ricominciare. Ricominciare è una pratica che ha sia pros che cons, come dicono gli inglesi. Se partiamo dai contro, ci sono le cose nuove da imparare, questo indipendentemente dall’ambito in cui avete operato il vostro cambiamento. Ci sono le dinamiche su cui assestarsi. Molto spesso c’è anche un nuovo linguaggio da imparare, un nuovo gergo, nuovi termini tecnici, acronimi da risolvere, i parametri entro i quali regolare gli standard di ironia in modo da non risultare offensivi e così via. Gli ambienti con cui familiarizzare e gli spazi da controllare per vivere al meglio. Per non parlare delle persone da imparare a conoscere, dalle nuove relazioni da costruire. Con il fattore umano, però, siamo a cavallo tra i contro e i pro. Ricominciare consente infatti di evitare gli errori commessi l’ultima volta, fare tesoro dell’esperienza, mettere in pratica quello che prima non era possibile fare. I colpi di spugna sono molto dispendiosi dal punto di vista emotivo ma poi, una volta svalicato il passaggio tra il prima e il dopo, c’è un panorama infinito tutto da scoprire ed è lì che ci aspetta. E questo è molto motivante, anche se genera un po’ di agitazione. Da dove si inizia?, chiedono i più sprovveduti come me. Ecco. Non so se si è capito ma ho cambiato lavoro, e, se devo essere sincero, un po’ di paura ce l’ho, ma le aspettative sono molto alte.

ma non per te e per me, amore mio

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I capolavori della musica del novecento non li tiriamo fuori spesso per ascoltarli, preferendo qualche novità, qualche gruppo più di tendenza o comunque più attuale, una playlist meno impegnativa che ci accompagni mentre facciamo altro. Sono dischi che abbiamo messo tante volte, sui social li citano ogni due per tre, in certe monografie che passano nei programmi TV ci sono esperti che li sezionano nei minimi dettagli tanto da farli sembrare reperti archeologici da conservare nelle teche asettiche per preservarli dal deterioramento. Un po’ come per la Cappella Sistina, in cui l’accesso è consentito a numero limitato per volta. Avevo visto un programma dedicato a “Heroes” di Bowie in cui il brano veniva analizzato traccia per traccia. Una procedura un po’ nerd che, per quello che ho scritto prima, è affascinante come quando ci fanno vedere con qualche diavoleria elettronica i disegni a matita sotto i grandi dipinti della storia dell’arte. L’esempio di “Heroes” è calzante anche sotto un altro punto di vista: sembra che il nastro che contiene la registrazione sia comunque destinato a rovinarsi ed è per questo che è stato tutto passato su un supporto digitale e l’originale sia conservato come una reliquia. Il modo più efficace per svecchiare le canzoni da museo è sentirli come se li passassero alla radio, come una nuova uscita qualunque, come un’anteprima a Discoring, se ci fosse ancora Discoring. In questo modo possiamo considerare certi 33 giri alla stregua di quando li abbiamo comprati venti, trenta, quaranta anni fa. “The Queen is Dead” è uno di questi, e ogni volta che lo ascolto la sua bellezza mi sorprende in un’esperienza per nulla guastata dalla sua diffusissima celebrità.

vendo l’Eneide in ottime condizioni

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Le sedute di riabilitazione a un anziano malato di Alzheimer sono faticose per i parenti che assistono. Per i pazienti è un fattore difficile da calcolare perché non tutti sono in grado di condividere ciò che provano. Per Francesca, che fa la fisioterapista, questa volta c’è un duplice coinvolgimento. Alla carica emotiva dovuta alla vicinanza del mistero di un male così radicato in profondità di un essere umano si aggiunge un aspetto personale. Il paziente è lo zio, ora ottantenne, del ragazzo che tutti davamo per scontato diventasse suo marito, da come si erano messe le cose. Si erano conosciuti grazie all’Eneide. Gerardo aveva diffuso la notizia che si sarebbe liberato dei libri di seconda e Francesca lo aveva contattato a ridosso dell’inizio della scuola per l’unico testo che le mancava. Francesca pretendeva che lo sconto del 50% dovesse essere applicato sul prezzo di copertina ma l’edizione del poema di Virgilio su cui aveva studiato Gerardo era stata acquistata nuova quando la sorella, quasi dieci anni prima, aveva percorso la stessa carriera scolastica del fratello minore per cui, venduto alla metà, risultava un prezzo risibile. Poi Gerardo aveva riempito di frasi tratte da canzoni dei tempi e di bandiere colorate con gli evidenziatori gli spazi bianchi dei margini intorno ai versi tradotti dal latino, ma di questo Francesca non ne aveva fatto cenno. A Gerardo però era stato riferito che questa Francesca, appena promossa alla seconda, fosse molto carina e allo stesso tempo semplice. Usava un lucidalabbra glitterato ma, per il resto, non era per nulla appariscente. Così il primo settembre di trentacinque anni fa Gerardo aveva cercato di dare un’idea di sé più seria del solito per presentarsi all’appuntamento con Francesca e consegnarle la sua copia dell’Eneide. Ma poi è successo che l’antica fiamma, riconosciuta immediatamente, si è spenta in un modo tragico che preferirei non raccontare, se non vi spiace. Al momento godetevi la storia finché è bella, sino a qui.