come sei fatto

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Uno dei principali vantaggi del passaggio al digitale terrestre e della conseguente proliferazione di canali tv è stata la diffusione di trasmissioni televisive pensate per soli uomini. Un attimo, che cosa avete capito? I tempi del monopolio dell’autoerotismo da “Colpo grosso” sono ben lontani e la pornografia a costo zero ha smesso di essere esclusiva della televisione nelle ore notturne dall’avvento dell’ADSL. Oggi i programmi per soli uomini sono quelli che soddisfano il contemplativo in potenza che vive latente in ogni essere umano di sesso maschile. Trasmissioni quali “Come è fatto” o “Affari a quattro ruote” sono una vera e propria anticamera dell’umarell ma chi è maschio senza curiosità di cosa c’è dentro scagli la prima brugola. La smania di montare e smontare è una sorta di peccato originale che ci accompagna da quando, nella più tenera età, abbiamo reso inutilizzabile il nostro giocattolo preferito se non, nel peggiore dei casi, il principale strumento di lavoro di uno dei nostri genitori. Prova ne è che pure a me, che ho la manualità di una biscia d’acqua, capita di fermarmi con il telecomando in mano e dare un’occhiata alla trasmissione, non potendo smontare il televisore per vedere come è fatto dentro.

Ed è proprio lì che ho scoperto che è sufficiente la visione anche solo di qualche puntata dei programmi di cui sopra per avere materiale a sufficienza per intrattenersi in conversazioni con altri rappresentanti del genere maschile, specialmente se l’interlocutore è prossimo alla pensione oppure nei casi in cui l’età anagrafica non conta e non ci sono argomenti tali da consentire una vicinanza forzata. Magari siete a tavola costretti vicino a uomini con cui non avete niente in comune, non volete rischiare la solita discussione banalizzata perché la possibilità di imbattervi di fasciogrillisti e legaioli oggi è discretamente elevata oppure i thread topic del più e del meno (figa e calcio) sono già stati ampiamente smarcati o semplicemente vi trovate con anziani ingegneri che si dilettano nel fai da te estremo o nella morbosità di certi temi che appassionano tanto soprattutto i coetanei d’oltreoceano.

Con “Come è fatto” potrete acquisire il know how su qualunque cosa e per i più intraprendenti sarà addirittura possibile conseguire una laurea più o meno breve in una dei numerosi rami della facoltà di Ingegneria dell’università della vita.  Possiamo invece considerare “Affari a quattro ruote” una sorta di corso monografico dedicato ai motori, comunque un argomento sempre ai vertici del genere maschile. Vi concedo però un piccolo extra: potrete stupire i vostri commensali uomini anche con qualche citazione tratta da “Affari di famiglia”, attraverso un’incursione nell’immaginario collezionista dell’uomo italiano che, comunque, va di pari passo con il carattere da domenica pomeriggio ad aggiustare qualsiasi cosa abbia bisogno anche solo di una vite al freddo nel box. Tutto questo per dire che investire soldi in canali tv a pagamento è uno spreco di denaro. La cultura maschile si fonda su pochi, tradizionali e sani principi. L’obiettivo è fare pratica per scoprire, prima o poi, anche il corretto funzionamento delle nostre partner.

pensa te

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Ogni tanto nei talk show alla tv invitano a dire la loro qualcuno di quelli che, quando in sovrimpressione compare il nome e dettagli della professione che svolgono, subito non ci facciamo caso ma poi qualche considerazione ci viene spontanea. Anche io mi sono chiesto come si faccia a fare il filosofo di mestiere. La mia domanda è lecita perché se leggo la definizione di filosofia che riportano i cervelloni di Wikipedia sono in grado di flaggare tutti gli elementi della lista: anch’io mi pongo domande e rifletto sul mondo e sull’essere umano, anch’io indago sul senso dell’essere e dell’esistenza umana, anch’io tento di definire la natura e analizzo le possibilità e i limiti della conoscenza. Ne consegue che sono un filosofo fatto e finito.

Ho deciso che aggiornerò il mio profilo su LinkedIn approfittando del fatto che ho cambiato lavoro. Ma anziché scrivere insegnante di scuola primaria oppure al limite copywriter freelance specializzato in tecnologia e digitale metterò, come professione principale, quella di filosofo. Il dubbio è capire quanto preveda il contratto nazionale dei filosofi, sempre che esista un pari trattamento economico tra kantiani e hegeliani, per esempio. Metterò filosofo come professione anche quando, tra qualche anno, mi toccherà rifare la carta di identità e già mi immagino il momento in cui sarò fermato per accertamenti da qualche agente in divisa e qualcuno dovrà registrare da qualche parte di trovarsi di fronte un filosofo in carne ed ossa. Sarà difficile però convincere che non tutti hanno la stoffa dei filosofi, almeno fino a quando non si potrà professare liberamente la filosofia in un mercato del lavoro in forte crisi come quello attuale. Ma se per essere felici vi piace seguire il vostro istinto, fate come me: mollate tutto e datevi alla filosofia professionale anche se, al momento, le licenze vengono rilasciate totalmente a caso. Un fenomeno che impone un approccio epicureo ma non preoccupatevi se non ricordate cosa comporta. A parte una frase celebre in latino che si ricollega a un film di successo, non sono in molti a capire di che si tratta.

lidl bells

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Potete anche dare il via al Whamageddon di quest’anno. Ho già visto le prime decorazioni nei negozi, ci sono già gli sconti strategici sui giocattoli più ambiti nei centri commerciali, si odono qua e là le prime conversazioni sul menu di Natale o sui lavoretti che faranno i bambini delle elementari. Ma c’è chi si è portato più avanti di tutti: alla Lidl ci danno dentro già da qualche giorno con gli spot a tema. Non mi resta che augurarvi buone feste. A proposito, che cosa fate a capodanno?

incompiuto

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Non mi sono sbagliato. La chiesa nella piazza del paese tagliato in due dalla Varesina ha appena suonato il tema di “Einstein a go go” dei Landscape con le campane. L’effetto non ha niente da invidiare al carillon del Tiergarten di Berlino, quando ti ritrovi a inseguire in mezzo a uno dei parchi più belli di tutta Europa la sorgente di un suggestivo concerto, per poi scoprirla in un sistema che fa muovere in modo automatico più di sessanta batacchi collegati ad altrettante campane. Certo: a Berlino il suono si spande nei boschi, qui lo percepisci mentre sei in coda al semaforo e, per di più, il panorama lascia a desiderare. Tutto questo ci insegna a fare molta attenzione: se dici di vivere a Milano-Milano, ripetendo due volte unite da un trattino il nome della città, devi poi dimostrare ai tuoi lettori di avere la residenza oltre l’anello della ferrovia. Se dici invece di abitare a Milano, una volta sola, vale anche la periferia e i borghi dormitorio che si illuminano di luci di posizione nelle sere d’autunno tutti intorno. Poi il semaforo diventa verde e, fino al successivo, alle cose brutte non ci si pensa più. La domenica pomeriggio è un gigantesco, corale e talvolta metaforico ritorno a casa. Ma c’è un momento in cui non fa ancora buio e dall’abusivismo edilizio e dalla sequenza di stabilimenti desueti e incompiuti si propaga una vasta porzione di campagna non ancora violata, se non dai cartelloni pubblicitari sul ciglio della strada che reclamizzano un dentista che ricorda Claudio Bisio e qualche camioncino che finanzia la camorra vendendo frutta e caldarroste. Dietro, ecco un’antica villa con un parco tutto intorno. Dura poco, nel panorama, e l’opportunità per rallentare e fare una foto a quell’anomalia in quel tripudio di antropizzazione sfuma nel giro di qualche centinaio di metri. Di lì a poco viene buio. A Milano-Milano le cose invece vanno un po’ meglio. Puoi scendere a fare due passi, se vivi in centro. In certi quartieri invece è meglio restare a vedere la partita alla tv. Il riposo è solo un’illusione, un apostrofo a forma di chaise longue tarocca tra due parole che nessuno si ricorda più.

non vorrei mai essere un fonico di X Factor

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Se fate un lavoro nello svolgimento del quale è impossibile commettere errori siete gli esseri più fortunati del mondo ma, a dirla tutta, non mi viene in mente nessun mestiere che soddisfi questa condizione. Se prendete iniziative c’è il rischio di risultare impopolari. Se svolgete operazioni elementari come schiacciare un pulsante e nient’altro per tutto il tempo magari può capitare che vi dimentichiate di farlo. Ieri sera, a X Factor, nel regno dello sfarzo e della perfezione televisiva di una delle trasmissioni più seguite del pianeta, un fonico o chi per esso ha messo in mano a Shaggy – sul palco insieme a Sting – un microfono spento o non funzionante, oppure ha lasciato il pulsantino del mute sul mixer audio disattivato, o ha invertito i canali tra il cantante giamaicano e il corista o chissà cos’altro ha combinato. Sta di fatto che la voce di Mr. Boombastic è rimasta ampiamente dietro le quinte del programma e suppongo che, con tutti i soldi che girano tra pubblicità e investimenti sulle future star del pop protagoniste dei live, qualche sedia sarà saltata. O magari anche nel regno dello spettacolo estremo e nelle multinazionali del divertimento senza soluzione di continuità sussiste la pratica della seconda chance, del “tranquillo, poteva capitare a chiunque”, ma la vision di XFactor sembra ben lontana dalla pratica dell’indulgenza: fai una stecca al live e il pubblico o i giudici ti puniscono per sempre. Figurati nel caso in cui sei uno di quelli pagati per garantire che tutto funzioni. Oggi ero dal parrucchiere e pensavo a una gamma dei lavori che hanno maggiori o minori – se non nulle – conseguenze. Il neurochirurgo ha una responsabilità che non oso nemmeno immaginare. Il lavoro che facevo prima, invece, consentiva margini di correzione piuttosto ampi: scrivevo cose che andavano online e se qualcuno si lamentava correggevo il testo il giorno dopo e la cosa finiva lì. Nulla era definitivo, anche se certi clienti gli svarioni e i refusi li prendevano sul personale. Così mi è caduto l’occhio sulla collega di chi mi stava tagliando i capelli che vedevo dietro di me, grazie allo specchio, intenta a colorare la chioma di una attempata cliente. Ho pensato che quello sì che è un lavoro che sta a metà tra il neurochirurgo e il copywriter, perché se sbagli una tinta o ti scappa una sforbiciata un po’ troppo azzardata c’è poco da ridere. Bisogna aspettare la ricrescita dei capelli del cliente, sempre che il cliente non cambi salone a causa della pessima customer experience. E chissà che fine farebbe la pettinatrice in questione, se esistono percorsi di redenzione per i coiffeur che sbagliano ma poi si pentono, se per un errore di acconciatura sei licenziato in tronco, se le clienti sono disposte a chiudere un occhio in caso di una distrazione, anche se pagano profumatamente, e chissà se il fonico colpevole di X Factor ha un parrucchiere bravo o forse no, forse è pelato e il problema non sussiste.

l’Italia vi odia

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L’Italia vi odia perché ha subito per troppo tempo la vostra sovraesposizione. Avete esasperato il clima con la vostra cultura, con i vostri punti di riferimento, con la complessità del vostro lessico, con la vostra integrità e la difficoltà degli obiettivi che avete posto. L’Italia vi odia perché avete messo la collettività al centro delle vostre politiche e non l’individuo e avete preteso troppo educando più generazioni a migliorarsi per superare gli standard di civiltà entry-level con cui un essere vivente è equipaggiato al momento della nascita. L’Italia vi odia per il modello che avete largamente diffuso, per la distorsione della natura che impone quel primato del pubblico sul privato che avete voluto imporre come costitutivo della società di cui, per decenni, siete stati i fautori.

Vi odia accecata dall’invidia di chi ha scelto di non lasciare spazio a chi è privo dei numeri e delle qualità per contribuire allo sviluppo dell’algoritmo evolutivo che, a causa vostra, ha toccato vette di benessere senza confronti. Vi odia perché non ha mai avuto spazio per dimostrare che avrebbe potuto far altrettanto con ingredienti più scadenti a partire dalla fede, la semplicità e la faciloneria, l’oscurantismo, i valori primitivi che avevano ampiamente fallito anni prima, l’ignoranza, l’invidia, la presunzione.

E oggi, finalmente, l’Italia e gli italiani hanno finalmente gli strumenti per odiarvi e perseguirvi e hanno istituzionalizzato le dinamiche per mettere a punto la loro vendetta. Oggi l’Italia vi odia con la sua nuova classe dirigente, con l’arroganza che è subentrata al dialogo, con le puerili dimostrazioni che non eravate proprio niente di che e che chiunque sarebbe stato capace di fare lo stesso, al vostro posto. Vi odia con le generalizzazioni, con il fasciogrillismo, con i Toninelli e i Salvini e i Di Maio. Vi odia con la trap e con Casapound. Vi odia nei nuovi spazi che si è ritagliata sui social e nei vecchi che sta riconquistando. Vi odia sui mezzi pubblici e vi mena pure, se avete qualche lineamento differente dai canoni estetici della nuova miseria culturale.

Vi odia nelle scuole se alzate il tiro, nelle code se vi prodigate a far rispettare la fila, nei mercati se provate a portare gli esempi dell’insicurezza del rinascimento al quale ha rinunciato per preferire la sicurezza terra terra di un nuovo medioevo. Vi odia perché nei dibattiti avete ancora ragione e costringete gli altri a odiarvi perché non lasciate argomenti. L’Italia vi odia perché vi ha costretto a lasciare l’Italia in balia di se stessa e ora, disabituati all’umiltà, gli italiani non hanno il coraggio di chiedervi un aiuto, un’indicazione, un suggerimento sul modo, l’unico, per tornare al punto in cui l’Italia ha iniziato a odiarvi e ad ammettere che, almeno fino a quel punto, avevate ragione voi.

magliette sbagliatissime

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L’ironia sulle t-shirt è una delle più belle invenzioni della contemporaneità (e il mio amico ideatore di “Magliette sbagliate” è il Massimo esponente di questo fenomeno), seconda solo alla t-shirt come mezzo di comunicazione di qualcosa che vogliamo dire al prossimo senza proferire parola e solo “essendo”, quindi con il nostro corpo, con il nostro muoverci in spazi condivisi da altre persone che leggono i messaggi che ostentiamo orgogliosamente stampati sul nostro torace o altrove. La settimana scorsa, mentre correvo in un parco qui vicino, avevo qualche passo davanti a me una ragazza che indossava uno di quei capi fatti in tessuto tecnico che recava sulla schiena una frase che suonava più o meno come “non perdere tempo a leggere, concentrati sulla tua corsa”. Ho pensato allora che si potrebbero realizzare pantaloncini da corsa con le scritte dietro, pratica già ampiamente in uso in quegli sport femminili che poi la tv trasmette e in cui i cameraman si soffermano sul didietro delle giocatrici, dove gli sponsor intelligentemente posizionano i loro marchi. Così sul retro dei pantaloncini da corsa si potrebbero stampare avvertimenti del tipo “cazzo guardi, ho meno della metà dei tuoi anni” o cose simili, così a chi gli è caduto l’occhio si ravvede subito e torna sul messaggio ironico e sicuramente più in linea con lo sport ubicato sopra. Capita però talvolta che le scritte sui capi di abbigliamento siano particolarmente fuori luogo. Le prime pagine dei quotidiani online vedono ancora fresca di pubblicazione la nazi t-shirt di taglia XXXXXLLLL (taglia che, vista la stazza di chi la indossa, sarà stata di certo tessuta ad hoc) in cui campeggia il mash-up tra il logo della Disney rivisitato con il tetro cancello di un campo di concentramento e, sotto, la scritta Auschwitzland che no, non è la versione da topo di fogna delle vignette di Charlie Hebdo. Roba di gusto inqualificabile che mi ha fatto riflettere sul fatto che, ovunque nel mondo, sia impossibile, ancora oggi, scindere l’essere fondamentalmente sottosviluppati nel cervello dall’essere nazifascisti. Potremmo rispondere con il logo Dreamworks e, anziché l’omino che pesca sulla mezzaluna, disegnare un omone pelato appeso alla luna a testa in giù perché la giustizia è un sogno che funziona, sempre. La grafica fatela voi, mica voglio rischiare una denuncia.

l’apprezzamento di terreno

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Non ho tre figli, una adolescente basta e avanza. Però nel mio piccolo sono l’ultimo di tre fratelli. Anzi, in verità ho due sorelle maggiori grazie alle quali la terra che avevo, comprensiva di una cascina costruita da qualche mio antenato chissà quando nel mezzo del terreno che apprezzavo moltissimo, mi è stata sottratta da un noto istituto bancario proprietario della relativa ipoteca. Non sto a entrare nei dettagli oltremodo tragici che è più salutare non far riemergere, ma la bizzarra iniziativa dell’attuale governo – ironia della sorte – mi ha fatto sorridere se, nel mio caso, non ci fosse invece da piangere. Sono certo che la cosa non sarà proprio così, che la banalizzazione dovuta alla sintesi a cui è soggetta l’informazione genera mostri giornalistici, però è un peccato che un provvedimento di questo genere non possa essere retroattivo e farmi recuperare, almeno parzialmente, quel poco di eredità che se fossi stato figlio unico mi sarebbe spettata. Invece niente. Ricordatevi inoltre che le spartizioni nei casi di successione dividono più dell’amore, giusto per parafrasare i Joy Division, quindi meglio concentrarsi su un rampollo solo e lavorare per il suo benessere. Comunque io, a zappar la terra e poi mettere le mani callose sporche di fango sulla tastiera di un pc, non mi ci vedo proprio. Per non parlare di chi sta per spendere diverse migliaia di euro per i nuovi Mac presentati ieri. Anzi, perché non un bel MacBook Pro al terzo parto? Della terra i giovani d’oggi non sanno proprio che farsene. Io per primo, anche se sono fuori target. E vi dirò anche che non sarò mai un luddista e non lo sarei nemmeno se fossi un contadino: sono a favore dell’uso dei più moderni mezzi per agevolare il lavoro nei campi e non denigrerei mai i macchinari che si utilizzano in agricoltura, non ho proprio l’indole del de-trattore (questa era sottile, vediamo se l’avete capita).

brucia

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Stavo ultimando un gioco con una cartina muta dell’Europa e l’interruzione di Andrea è stata provvidenziale perché, per quelli come me rimasti al Patto di Varsavia, distinguere il Montenegro o certe ex repubbliche sovietiche senza nemmeno un riferimento politico risulta oltremodo complesso. L’ora di Geografia in quarta A era una supplenza in cui avrei preferito volentieri giocarmi qualche carta di simpatia e coinvolgimento con una delle mie lezioni di musica ma la collega che sostituivo aveva lasciato istruzioni ben precise. Andrea ha alzato la mano e mi ha fatto notare quanto il cielo color petrolio fuori dalla scuola fosse anomalo per le quattro del pomeriggio di un giorno di fine ottobre, anche se – ed è stata la prima risposta che mi è venuta in mente – avrebbero dovuto essere le cinque per la storia delle lancette un’ora indietro.

Giusto il tempo di realizzare che quella non poteva essere la causa plausibile di quella specie di video di “Black Hole Sun” dei Soundgarden che stava prendendo corpo all’orizzonte che l’inferno si è scatenato sotto forma di fulmini da record. Una serie di scariche di energia si sono sprigionate da non so quale strato del cielo verso un punto apparentemente vicino alla mia scuola. Saette degne di un qualunque programma di divulgazione scientifica si sono manifestate per un tempo preoccupantemente superiore alla media lungo la stessa direttrice, tra il cielo e la terra, a due passi da dove mi trovavo. Poi l’apocalisse: grandine e pioggia violentissima contro gli infissi appena sostituiti dalla zelante amministrazione comunale, che per fortuna hanno tenuto producendo solo un rumore assordante.

I bambini si sono precipitati a godersi lo spettacolo della natura dietro i doppi vetri. Io invece ho istintivamente arretrato la posizione di qualche passo, sapete meglio di me che con l’età si diventa più codardi a meno che non vi chiamiate Walter Kowalski e non interpretiate il ruolo da protagonista in un bellissimo film di Clint Eastwood. L’apparente pericolo poi si è esaurito con la stessa velocità con cui si è palesato lasciando ovunque un fortissimo odore di bruciato. L’aria fuori ne era zeppa e ha impregnato anche i nostri respiri dentro, come fosse la prova del male che, in qualche modo e per qualche inspiegabile vendetta soprannaturale, aveva appena dominato tutto il resto.

Quando sono uscito, qualche ora più tardi, l’odore si sentiva ancora malgrado il vento e i postumi della pioggia. Ho avviato la macchina per tornare a casa e la musica che si è diffusa in automatico è stata incredibilmente perfetta per quello che stava succedendo anche se, a ripensarci dopo, è difficile trasmettere lo stesso effetto.

non ho paura a non dirlo

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Bene o male, purché se ne parli. Si dice così in comunicazione. Non solo. Sono in molti a sostenere che è bene trattare degli argomenti tabù perché è proprio discutendone che si esorcizzano le paure. Ebbene, io non sono d’accordo. Secondo me faremmo meglio a non parlarne ed è per questo che evito di scriverne. Cerco di essere superiore al livello che può assumere un dibattito sull’argomento e mi astengo dal pubblicare qualunque presa di posizione pur avendone una chiara e consolidata e potete immaginare qual è. Secondo me meno ce ne occupiamo e meno la questione si colloca al centro dell’opinione pubblica. Questo non toglie che continuino a proliferare sostenitori, ma meno si dà loro la parola e più rari saranno i casi di emulazione. Il tema sarà un non-tema con un non-problema alla base, dal momento che se si diffonde l’idea della non sussistenza della questione non ci sarà nemmeno l’urgenza di trovare una soluzione. Basta girarsi dall’altra parte, lasciar correre le dicerie, evitare la risonanza, il tam tam mediatico soprattutto ai tempi dell’Internet in cui la diffusione è oltremodo granulare. Anche io li detesto e vorrei porre fine decretandone l’anti-costituzionalità, ma la democrazia (erroneamente) ne contempla l’esistenza e, per questo, c’è ben poco da fare. A me fanno schifo, e non ho paura a non dirlo.