manuale di corsa sul posto – day #26

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Ho uno scaffale pieno a metà di libri da iniziare. Alcuni li ho presi in biblioteca, altri li ho racimolati da mercatini e scarti. Potrei anche mettermi a studiare italiano, latino e storia per il concorso per le superiori senza contare che il web, di questi tempi, è ricchissimo di offerta culturale. Sono uscito fuori (sul balcone, che cosa credete) e l’aria di Milano è straordinariamente pulita e cristallina. Sembra di essere in montagna, ma è meglio tenere le camminate come desiderio nel cassetto. Le scarpe da running, invece, restano appese momentaneamente al chiodo. Non ho capito se posso permettermi una sgambata nel quartiere ma, nel dubbio, resto a casa anch’io. Faccio degli skip sul posto durante la mia scheda di allenamento a giorni alterni, se i vicini di sotto si lamentano pazienza. Ho persino riesumato il Microkorg, l’unico synth che non ho venduto quando ho deciso di smettere di suonare. L’avevo inscatolato in cantina con un’etichetta con su scritto da usare solo in caso di emergenza. Mi sono messo in poltrona e l’ho poggiato sulle gambe come faccio con il gatto o, più verosimilmente, con il portatile. Il Microkorg è un mini-sintetizzatore dotato di tasti piccoli che permette un’estensione impossibile sulle tastiere normali e quindi consente un approccio esecutivo del tutto diverso. Mi vengono composizioni che non potrei creare in nessun altro modo. Provo un suono e si concretizza un brano nuovo che, fortunatamente, come avviene quando improvvisi, dopo pochi secondi me lo sono già dimenticato. Sopraggiunge il silenzio, una condizione che non capisco e che mi fa riflettere su una cosa che non so esprimere e il cui senso ritrovo nelle parole di Scurati in questa intervista: “La mia generazione è giunta del tutto immatura a questo dramma collettivo, priva di quel sentimento tragico della vita che ha accompagnato per millenni le generazioni precedenti”

tutti i modi per dire buongiorno – day #25

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Abbiamo deciso che i genitori degli alunni possono restituire le attività, una volta terminate, utilizzando il canale che preferiscono. La didattica a distanza si scontra con il limite della dimestichezza delle persone con gli strumenti, della velocità di connessione e della rete stessa e delle prestazioni dei dispositivi a disposizione. Che poi, diciamocelo, con Instagram son tutti degli influencer ma quando gli chiedi di condividere un video da Whatsapp direttamente su Google Classroom son pronti a far le vittime del digital divide. In giro si dice che il rischio è quello di lasciare indietro i bambini con le famiglie meno attente e presenti e i più poveri, e detto tra i denti non ho un’opinione su questo. Tutti barricati in casa, smarrito il senso del tempo, come si fa a non accorgersi di un figlio vittima di un sistema educativo che non ha mai contemplato un’emergenza del genere? Qualcuno mi avvisa scrivendomi via mail di aver messo i compiti fatti nel posto giusto di Google Drive, ed è naturale che si scambi qualche battuta con i genitori, qualche considerazione o anche solo un saluto. La mamma di Anna mi ha chiesto come stiamo e non ha perso l’occasione di ringraziarci per quello che stiamo facendo, del modo in cui ci stiamo re-inventando, anche se credo sia il nostro dovere e il nostro lavoro. Le ho risposto che di certo non c’è mai da annoiarsi e che, comunque, nessun dispositivo potrà mai sostituire l’emozione di veder entrare Anna e i suoi compagni ogni mattina, in classe, e tutti i modi che ci siamo inventati per dirci che oggi sarà ancora una giornata speciale.

a questo punto se ne riparla a settembre – day #24

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Trascorro così tante ore al computer che la gatta ha inventato un modo per stare in braccio e appoggiarsi con le zampe anteriori al mio polso sinistro, come se fosse affacciata a un davanzale, lasciando le zampe posteriori sulle mie cosce, mentre scrivo sulla tastiera. Quando facevo il copywriter, prima della mia nuova vita da insegnante, ero arrivato al limite della sopportazione delle otto ore in ufficio, seduto davanti al PC. Verso le tre del pomeriggio la pressione mi saliva alle stelle, malgrado la pastiglia contro l’ipertensione che assumo da anni ogni mattina. Avevo ricondotto la causa all’immobilità, alla frustrazione di un dispositivo lentissimo, al dover dimostrarmi creativo nonostante la piattezza della routine professionale, al fatto di essere in sei persone con otto computer accesi in una stanza, alla vicina di scrivania che si scaccolava e faceva le call in viva voce senza nemmeno porsi il problema di spostare se stessa e il suo portatile e di sfruttare gli spazi per le riunioni di cui l’agenzia era provvista. Non a caso, da quando faccio l’insegnante, che invece è il lavoro più vario del mondo, non ho mai più avuto problemi di questo tipo. Nelle ultime settimane, però, il mio ruolo di super amministratore della piattaforma didattica della scuola (Google Suite for Education, la piattaforma che come la Settimana Enigmistica vanta innumerevoli tentativi di imitazione!) mi impone di non staccarmi da qui. In più, il computer mi permette di preparare le lezioni, scrivo sul mio blog, faccio qualche lavoretto extra di redazione testi, tengo i contatti con gli amici sui social. Insomma, per farla breve, l’altra sera – dopo giorni e giorni di lavoro – mi sono sentito provato e fiacco come allora.

Senza contare che non posso nemmeno più uscire per correre: anche se attraverso aree poco frequentate, sarei comunque di cattivo esempio. Faccio attività fisica in casa. Il mio coach di circuit training manda le schede e i video-tutorial sul gruppo Whatsapp e, a giorni alterni, stendo il tappetino in sala e mi ci dedico. Devo far attenzione allo skip sul posto, non credo che il mio vicino di sotto sia contento. Mia figlia, come tutti gli studenti delle superiori, si sente invece ormai smarrita. Priva delle relazioni con gli amici, degli impegni scolastici tradizionali e della scansione del tempo propria dei ragazzi, sembra un astronauta che vaga con il suo scafandro anti-contagio nello spazio della sospensione della vita. Mi chiedo, da un punto di vista psicologico, quali conseguenze questa catastrofe comporterà ai più giovani. Stamattina però ho tolto le tende dalle finestre per metterle in lavatrice, una botta di vita che mi ha entusiasmato. Ho persino pensato di rispolverare l’unico sintetizzatore che mi è rimasto, il mio piccolo caro Microkorg. Lo avevo messo in cantina, inscatolato e fasciato, con un biglietto: da aprire solo in caso di emergenza.

sotto la via lattea – day #23

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Se siete consumatori di serie tv per ragazzini su Netflix avrete notato che è curioso che degli adulti siano in grado di divorare, nel più famelico dei binge watching, proprio delle serie tv per ragazzini, questo anche prima della clausura da pandemia. Per farmi capire, è come se mia mamma e mio papà, nel 77, si fossero precipitati a casa ogni giorno in fretta e furia dal lavoro, per non perdersi alle 19:20 una puntata di Orzowei.

Ci sono diverse chiavi di lettura di questo fenomeno. Non abbiamo risolto del tutto i nostri problemi con l’adolescenza? Siamo stati ragazzi felici in un momento storico bellissimo e proviamo una inappagabile nostalgia? Direi tutte queste cose insieme, con l’aggravante del fatto che certe serie per ragazzini trattano contenuti che permettono ai grandi di riconoscersi in modelli genitoriali alle prese con le complessità di essere madri e padri nella contemporaneità. Storie che consentono anche di saperne di più dei propri figli, o anche di conoscere meglio noi stessi quando eravamo adolescenti, a partire dalla sensazione di sentirsi diversi dal resto del mondo, che è poi lo stato d’animo più comune in cui si sente ogni individuo adolescente in quel complicato periodo della vita. Un tema che, sempre più, è reso attraverso la tecnica narrativa del superpotere come arma di emancipazione, valvola di sfogo per la rabbia verso la propria debolezza e difesa nei casi di bullismo, il tema del momento.

Non so dirvi se questo piano interpretativo sia colto dai telespettatori più giovani. Avvezzi alla narrazione marveliana e di quella roba lì a stelle e strisce grondante di effetti speciali, di gente che fa cose pazzesche ne avranno fin sopra i capelli. Nei protagonisti delle serie tv, invece, sono le fragilità a costituire la forza con cui, alla fine della storia, vincono su tutto e tutti, il che è un bel messaggio. Nell’ultima che ho visto, “I Am Not Okay with This”, si parla di confusione sessuale, resa come capacità di far esplodere teste o devastare biblioteche o foreste con la sola forza del pensiero.

Serie peraltro che mi ha lasciato un po’ così, a parte la divertente citazione del film “The Breakfast Club” con i ragazzi costretti a stare assieme a scu0la in punizione. Il fatto è che oramai la fiction è satura di stereotipi, non solo nei personaggi. La formula vincente delle serie per ragazzini su Netflix – pensate per essere viste soprattutto dai loro genitori – è l’ambientazione negli anni 80, traslata intelligentemente ai giorni nostri.

Mia figlia riconduce il motivo al fatto che gli anni 80 costituiscano un vero culto per la loro generazione, anche se si tratta di un decennio già di culto a metà anni novanta. Io invece sostengo che produttori e sceneggiatori vogliano fare il possibile per far sentire a proprio agio i ragazzi degli anni 80, e cioè me e quelli come me, in quanto loro stessi ragazzi degli anni 80. Ci avrete fatto caso. Sedicenni che giocano con il cubo di Rubik e guardano tv a tubo catodico ma usano smartphone per comunicare tra di loro. La moda di allora attualizzata secondo i canoni del nuovo secolo. Auto vintage dotate di mangiacassette per ascoltare le compilation su nastro delle canzoni preferite mentre ci si reca al ballo della scuola.

Un minestrone spazio-temporale in cui la musica facilita le cose: gli artisti di oggi pagano un pesante tributo agli anni 80, e nelle serie tv di questo tipo vi sfido a distinguere un brano d’epoca da uno registrato oggi. La colonna sonora di “I Am Not Okay with This” attinge a piene mani da quella dell’archetipo di questo genere cinematografico, il film “Donnie Darko”, a partire da “The Killing Moon” degli Echo & the Bunnymen. Peccato che manchi la splendida “Under the Milky Way” dei The Church. Dovete fare attenzione, però. “Under the Milky Way” è uscita nell’88, quando gli anni 80 non ne potevano già più degli anni 80 ed eravamo già tutti proiettati verso il decennio a venire, un errore fatale di cui ci pentiamo ancora oggi, mentre guardiamo serie tv ambientate negli anni ottanta. A proposito, vi siete mai chiesti perché in “Under the Milky Way” ci sia un assolo di cornamusa?

questo pomeriggio alle 4 e 33 tutti sul balcone a cantare 4′ 33” di John Cage. Condividi se parteciperai. – day #22

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Ai conoscenti che mi chiedono, da addetto ai lavori della scuola, come andranno le cose e quando finirà, rispondo che quest’anno ce lo siamo giocati e ci vediamo a settembre. Si farà un condono, tutti gli studenti di ogni ordine e grado saranno ammessi d’ufficio alla classe successiva, gli esami di maturità si terranno a settembre e ci sarà la possibilità di iscriversi all’università in autunno. Stessa cosa per i test di accesso alle facoltà a numero chiuso. Il sistema scolastico nazionale terrà conto, da un punto di vista didattico (programmi svolti) e organizzativo di quest’anno breve. Per una volta non si terranno le prove invalsi (ommioddio, che ne sarà della nostra società). Si recupererà per tutti al rientro, chi era scarso prima continuerà ad esserlo anche dopo e verrà fermato con un anno di ritardo, chi era medio o bravo avrà tutto il tempo per confermarlo. Non capisco dove sia il problema. Qualcuno obietterà che non è giusto per chi era lanciato verso un futuro di successo? Poco male. La brillante carriera della giovinezza dorata nazionale avrà inizio con una manciata di mesi di ritardo.

D’altronde, avete presente che cosa sia un’emergenza? Se aveste vissuto nella Berlino del 39, o a Santiago del Cile nel 73, come avreste reagito? Siamo tutti nella stessa situazione. Stiamo a casa, facciamo finta di esserci presi tutti qualche mese sabbatico e morta lì. Continuiamo pure a fare gli spettacolini tutti insieme alla finestra. Lancio io un’iniziativa: questo pomeriggio alle 4 e 33 tutti sul balcone a cantare 4′ 33” di John Cage. Molto meglio di Rino Gaetano, non vi pare? Come dice un mio amico, “pochi sanno che il tacet è un flashmob”. Chi riconosce la semi-cit. vince una settimana premio a casa propria.

affacciati alla finestra amore mio – day #21

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C’è un pazzo nel mio quartiere che odia la retorica. D’altronde come potremmo mai biasimarlo? Ieri sera stava lavorando, anche se era domenica. So che fa l’insegnante e poco prima di cena stava registrando un video per spiegare la modalità di esecuzione di alcune attività programmate per la didattica a distanza di questa settimana. A un certo punto dal palazzo di fronte qualcuno ha messo a tutto volume “Ma il cielo è sempre più blu” di Rino Gaetano. Ha messo così la sua attività in stand-by, proprio come il software che usa per preparare questi tutorial, nell’attesa della fine della canzone, non immaginando che quella era solo la prima di una selezione musicale a dir poco vergognosa. L’inno di Mameli, “Azzurro” nella versione di Celentano, una canzone della tradizione napoletana e, all’improvviso, un inaspettato regalo: “Albachiara” di Vasco Rossi. Almeno venti minuti di un dj set più che discutibile. Prima di riprendere il lavoro a pensato a una reazione. “Cosa penserebbe il vicinato”, si è chiesto l’uomo, “se spostassi le casse sul balcone e mettessi 666 the number of the beast degli Iron Maiden a tutto volume?”. Sarebbe potuto passare per un anarchico, un troll, persino un satanista o anche solo un cinico che risponde con ironia alla cultura dei flash mob, che poi magari ci si commuove davvero a prenderne parte ma che ci volete fare, lui si sente così. Ma soprattutto qualcuno lo avrebbe scambiato per un metallaro, e non c’è cosa più distante di questa dalla sua natura. Le azioni partecipate e condivise non gli sono mai piaciute. Povero individualista. Nemmeno un applauso dal balcone. Nemmeno uno striscione per ricordare che andrà tutto bene. Nemmeno un saluto alla finestra, giusto per far sapere che è preoccupato quanto gli altri e spera di poter tornare alla vita normale, prima o poi. Anch’io, comunque, quando si è propagato il flash mob nel quartiere stavo lavorando. Mi sono messo le cuffie, però, e ho ascoltato il disco di esordio di una band newyorchese post punk fresco di pubblicazione, riflettendo su questa situazione, assurda per tutti.

l’essenziale – #day 21

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Mi metto nei panni delle persone che operano nei servizi superflui quando, in momenti come questi, conta l’essenziale. E lo faccio ascoltando una canzone di Mengoni, il che ha dell’incredibile.

le aziende che si fanno i dispetti – day #20

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C’è una leggenda che narra che Edge, che è la versione due punto zero di Internet Explorer, si usi una volta sola per scaricare Chrome per installarlo non appena si acquista un pc nuovo. Una volta fatto, io tolgo persino l’icona sulla barra delle applicazioni, tanto mi dà fastidio, e se si potesse disinstallare da Windows lo farei volentieri. Non prendetela sul personale. Il fatto è che ogni tentativo di sviluppare qualcosa per contrastare leader consolidati di mercato – tentativi encomiabili, sia chiaro – mi suscita un mix di tenerezza e di compassione. Immaginate di inventare un social network di massa alternativo a Facebook, o un pacchetto di software da ufficio per far concorrenza a Office, un programma di editing fotografico migliore di Photoshop, un sistema di content management più fluido di WordPress e cose così. L’emergenza del Covid-19 ha spinto molte multinazionali dell’ICT ad aprire al pubblico le loro piattaforme di collaborazione, comunicazione e soprattutto di didattica a distanza, come se Google Suite for Education gratis non esistesse. Se siete docenti e la vostra scuola ha in dotazione quel ferrovecchio di registro elettronico della Axios avrete però provato l’ebbrezza di fare un viaggio negli anni 90 con la loro piattaforma “impari”, che probabilmente – forte di un incolmabile gap di risorse – si prununcia ìmpari con l’accento sulla i iniziale.

Figuriamoci poi scalzare Google dalla vetta dei motori di ricerca e Chrome da quella dei browser. Il collega che mi ha preceduto alla gestione della componente informatica della scuola aveva installato sui pc della secondaria Linux e Libreoffice. Io Linux non lo so usare e non l’ho mai usato sui miei dispositivi perché certi software che mi servono per lavoro o per diletto – Cubase, Photoshop, Premiere sono i primi che mi vengono in mente – non hanno omologhi in versione open source. Cioè, non è vero. Sicuramente ne esistono. Ma poi c’è sempre qualcosina di diverso rispetto ai software commerciali e devi essere tu utente sufficientemente flessibile a cambiare le tue procedure. Peccato che abbia cinquant’anni e non ne vedo il motivo. Trovo invece molto efficaci le app di Google per la scrittura, il calcolo, i moduli (miglior app del mondo mondiale) e la collaborazione in genere. Ecco, possiamo dire che la dicotomia commerciale/open source si è risolta da quando c’è il cloud che ha messo d’accordo tutti. L’ex collega di cui sopra mi ha persino mandato un link su whatsapp con una paternale di Wu Ming sul fatto che dovremmo degooglizzarci che è un po’ come dire da stasera basta alla fame nel mondo.

Sul fronte desktop ci sono però delle cose che mi mandano in bestia, e ritorno a Edge, Bing e a quella parrocchia lì. Gli utenti poco esperti si ritrovano sempre Bing pre-impostato come motore di ricerca principale e – a meno di non cercare l’Aranzulla del caso – non lo riescono a smuovere dal browser. Vi racconto questo aneddoto: una collega insegnante non riesce ad accedere alla Google Suite della scuola perché tutte le volte che digita www.google.it finisce su quella merda di Bing e così si è arresa. Il mio invito a quelli della Microsoft è quindi quello di ritirare Edge e Bing dal mercato, tanto non se li incula nessuno, danno solo fastidio e ci fareste pure la figura dei signori.

dieci cose inventate che però potrebbero succedere mentre la vita è in stand-by – day #19

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Potrebbe andare peggio? Sì. Intanto potrebbe piovere, come dicevano in quel film di culto con Marty Feldman. Peraltro una delle citazioni più in voga ai tempi del corona virus – sempre tratta da lì – è “taffetà caro, taffetà tesorino” per salutarsi con il gomito quanto non ci si può nemmeno dare una pacca sulla spalla. Comunque se piove, quando devi stare in casa per forza, chi se ne importa. Be’, a me fa differenza perché per vincere il logorio della quarantena moderna un giorno sì e un giorno no mi sveglio alle sette meno un quarto e mi permetto una corsetta di nascosto dalle forze dell’ordine. Ma vi giuro che vado da solo, se incrocio qualche altro malintenzionato in tuta mi faccio da parte – ben oltre il metro di distanza – ed evito di rilasciare sudore nell’aria.

Ma ci sono altre cose che potrebbero peggiorare la situazione. Potrebbe manifestarsi un’indisponibilità di Internet in casa, un guasto o qualunque catastrofe sulla banda larga che impedisca di aggiornare il proprio blog, tenere videoconferenze con i propri studenti (vale solo se fate l’insegnante), guardare serie su Netflix o anche solo controllare la quantità giusta di ingredienti di una ricetta che non ci si ricorda più.

Ho pensato anche, in questo momento di panopticon generalizzato, che qualcuno potrebbe organizzare un colpo di stato. Tutte le risorse sono impegnate sul fronte dell’emergenza e dell’ordine pubblico per scopi sanitari e chissà se da qualche parte non si trova una breccia per infiltrarsi nell’apparato e scardinare lo stato democratico dall’interno. Sì, lo so, stare tutto il tempo a casa a leggere e vedere film libera la fantasia. E, a proposito di politica, ho appena letto che persino l’Isis ha chiesto ai suoi adepti di proteggersi, quando io invece credevo che starnutire tra la folla potesse costituire il metodo più efficace per creare vittime rispetto a un attacco kamikaze tradizionale.

E chissà come si sentono quelli che patiscono un malanno qualunque, quelli che oggi sono passati in secondo piano perché il Covid-19 ha rubato completamente la scena. Si può chiamare comunque un’ambulanza? Ci si può recare lo stesso al pronto soccorso? Boh.

Ho un amico, invece, che ha avviato una relazione con una donna proprio alla vigilia del primo blocco cautelativo, a fine febbraio. I due si sono innamorati, si sono incontrati una volta e poi basta. Chiusi nelle rispettive abitazioni ubicate nelle proprie città a centinaia di km di distanza, si salutano su Skype e attendono che finisca tutto per rivedersi dopo quella prima volta che inizia a essere lontana e dare inizio finalmente al nuovo capitolo delle loro vite. Al contrario, ci sono coppie consolidate e insieme da anni a cui la convivenza estrema 24×7 non fa bene. Uomini e donne abituati a trascorrere intere giornate in ufficio a cui la vacanza domestica forzata con i propri cari non fa mica bene. Fate come me: mia moglie, mia figlia ed io – tutti impegnati a portare avanti le rispettive attività su dispositivi connessi alla rete – ci impegniamo a mantenere la calma e ci siamo imposti una soglia di emergenza di irritabilità, una buona pratica che permette una convivenza più serena.

Ad Annamaria, una vecchia compagna di liceo con cui sono in contatto su Facebook, invece si è guastata la lavatrice. In molte case i lavori domestici costituiscono, di questi tempi, un valido passatempo. Mai come oggi ci è stata data la possibilità di badare alle condizioni delle nostre abitazioni. Ci sono scaffali in alto pieni di polvere, box da riordinare, tende da lavare, armadi da cambiare – nel senso del cambio di stagione – e cose così. Può capitare che un elettrodomestico vecchio, sovrautilizzato come in questi giorni, ci lasci a piedi. Riuscirà la nostra eroina a farselo aggiustare?

Il marito di una collega, poi, ha comprato una bellissima e costosissima automobile nuova qualche mese fa che è stata consegnata al concessionario proprio il giorno prima in cui il decreto del presidente del consiglio mettesse fine alla nostra libertà di spostamento. Il cruccio di quest’uomo è duplice: non poterla ritirare, e chissà fino a quando, e anche nel caso ci riuscisse il non poterla lanciare sulle strade a tutta velocità come aspettava da tempo. Che disdetta.

Mi sento vicino anche a tutti i ragazzi che praticano sport agonistico e che si sono visti interrompere i campionati giovanili. Una ex compagna di squadra di volley di mia figlia, passata a una società che milita in serie C, stava vivendo il sogno di guidare il proprio girone in vetta alla classifica, per la prima volta nella sua carriera. A voi giovani atleti non posso che consigliare di tenere duro, sono sicuro che la prossima stagione sarà quella giusta.

Ma c’è un ultimo aspetto che potrebbe trasformare la vostra clausura in un inferno. C’è un blogger che di mestiere fa l’insegnante e che si occupa di amministrare tutta la componente informatica e digitale dell’istituto comprensivo in cui è di ruolo, una scuola di un paesello alle porte di Milano. La scuola ha lanciato una bellissima iniziativa, chiedendo agli studenti di fare un disegno sul tema “andrà tutto bene”, fotografarlo e mandarlo a chi gestisce il sito dell’istituto, che è poi l’insegnante blogger di cui sopra, che da due giorni non fa altro che ridimensionare foto – tagliando spesso i volti dei bambini che, come è noto, non si possono pubblicare – e aggiungerle alla gallery in home page dedicata. L’iniziativa è piaciuta molto, che ci volete fare. Vabbè, finirà anche questa.

svalutati – day #18

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Il limite della didattica a distanza è la valutazione, un principio evidente di per sé che deve far riflettere gli insegnanti sulle attività da assegnare agli studenti quando sono a casa. A casa ci sono genitori ingegneri, sorelle all’università, fratelli al liceo, parenti di terzo grado pronti a intervenire a causa di adolescenze irrisolte. E poi c’è internet, le versioni di latino prêt-à-porter, i tutorial su Youtube. In questi giorni di iper-vacanza la bomba è esplosa: le famiglie patiscono la valanga di compiti tradizionali o autentici, i docenti imbranati sulla rete impazziscono cercando di familiarizzare con le soluzioni innovative per rimanere in contatto con la classe, gli studenti ormai ce li siamo giocati, del tutto fuori controllo e inadatti a sopravvivere nel cammino verso le competenze, pur avendo strumenti potentissimi a disposizione.

La scuola fuori dalla scuola fa acqua da tutte le parti, un segnale che il gap del nostro sistema educativo con la realtà, con il lavoro, con la pratica, vive e lotta contro di noi. Pensate al valore che può avere una qualsiasi attività traslata dai banchi della classe alla scrivania della cameretta. In terza media ho disegnato una proiezione ortogonale di non ricordo che cosa a mia figlia perché aveva fatto tardi all’allenamento di pallavolo, non ce l’avrebbe fatta a terminare tutti i compiti, e grazie a me ha preso un voto altissimo, mi pare un otto o un nove. Oppure pensate ai prof che vogliono fare le interrogazioni in videoconferenza. La sorella maggiore che si sta laureando si mette dietro lo schermo del laptop e suggerisce le risposte di chimica all’alunna a cui il docente rivolge delle domande per metterle un voto alla fine. Sembra la solita incompatibilità tra la sfera analogica e quella digitale: didattica a distanza e voti vivono in due mondi diversi, come una mela e un bullone.

Ma dal momento che non voglio far parte del problema ma portare soluzioni, ecco secondo me quello che noi insegnanti dovremmo prescrivere ai nostri alunni in situazioni come queste, fermo restando che è auspicabile che non si avverino più. Leggete romanzi, digitali o di carta. Tanti romanzi. Nei romanzi si imparano tutte le materie, persino la fisica e il disegno tecnico. Guardate tanti film, ma solo dopo aver letto tanti romanzi. Cercate tanti articoli di divulgazione in rete, c’è pieno di capoccioni che spiegano tutte le cose che ci sono da capire. Mettete sul piatto tanti dischi e ascoltateli dalla prima all’ultima traccia. Poi ascoltateli una seconda volta, una terza e una quarta, e poi provate a scrivere quello che avete capito. Scrivete su Word, su un file di blocco note, su un blog come questo, ma scrivete tanto e scrivete tutto quello che vi passa per la testa. Chiamate gli amici, i nemici, quelli a metà, le persone con cui avete poca confidenza, le nonne di novant’anni, i cugini di terzo grado. Fatevi raccontare cos’è la vita, com’è la vita, cos’è la morte, come sarà morire.

Avete mai notato quelli che su Facebook dicono di aver studiato all’università della vita? Ecco, forse parte del programma per una laurea triennale all’ateneo della strada è compreso in un piano di studi di questo tipo, senza aule né docenti, con la differenza che in strada ora è meglio non andarci. Possiamo chiamarla università di casa propria. Ora poniamoci il problema di valutare, quando tutto tornerà alla normalità, quelli che in questi mesi di quarantena e clausura si sono preparati così. Dei veri geni? Ci potete scommettere.