chi si vede

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Il lavoro di Guido consiste nell’organizzare l’andirivieni delle comparse quando nei film o nelle serie tv ci sono quelle scene in cui due persone si dirigono da qualche parte passando per la strada e dietro e di lato vedi transitare gente, amici che camminano e chiacchierano, anziani che si fermano a prendere il giornale, bambini che si attaccano alle macchinette distributrici di gomme, coppie che si sbilanciano perché il cane tira uno dei due da una parte, l’immancabile bellona che passa di corsa con la pelle lucida di sudore, lo sfigato un po’ nerd che esce dal negozio di alimentari con due borse piene di roba e la camicia aperta su una maglietta grigia con qualche chiazza equivoca, nonni che interrompono il traffico attraversando e spingendo una carrozzina con un neonato, le auto che si fermano, lasciano che la via si sgomberi e poi ripartono prima l’una e poi l’altra, il lavavetri che ci dà dentro con lo straccio sull’ingresso della farmacia, la ragazza tutta attorcigliata al cavo della cornetta del telefono (Guido si occupa di queste cose da tanto tempo, addirittura sin da quando la telefonia mobile era fantascienza) che ride alle scemenze che le dice qualcuno all’altro capo della linea ma che in realtà non esiste, nel senso che le comparse che fanno questo genere di cose in punti che non si vedono sullo schermo non sono contemplate. Tutto questo mentre i protagonisti registrano una manciata di secondi di azione e con il rischio che nessuno li noti. A me piacerebbe dirigere le persone di ruolo secondario nel mondo in questo modo. Assicurarmi che ci sia sempre uno sfondo brulicante di gente poco importante che fa cose – anche inventate – per la popolazione mondiale che invece ha in mano i nostri destini. Vi consiglio quindi di guardarvi intorno, mentre camminate, come faccio io. Potreste notare una macchina da presa da qualche parte puntata altrove ma in punto in cui, prima o poi, passerete anche voi senza che nessuno se ne accorga. Grazie Guido per il tuo prezioso lavoro, senza di te serie tv e film non sarebbero gli stessi.

fare soldi con la musica

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“Ho trovato tracce di te su Amazon”, mi scrive un affezionato lettore. “Googlando il tuo nome e il tuo cognome risulti in qualità di autore di alcuni brani musicali in vendita”. Non è difficile lasciare un segno nell’Internet, gli ho risposto. Metti online qualcosa e sei condannato alla visibilità in eterno. Quei brani musicali, per dire, sono stati pubblicati lì senza che io ne sapessi nulla da uno zelante duo di operatori del settore. Avevo inviato loro una manciata di basi elettroniche piuttosto asettiche, quelle che si sentono come sottofondo nei documentari con una mera funzione riempitiva. Un vocione descrive la libellula, l’immagine si ferma qualche secondo su un dettaglio ripugnante, il vocione si interrompe, quell’accompagnamento musicale che prima non avevate nemmeno notato sale lievemente di volume ed ecco che potete riconoscere la mia arte che vi saluta in quegli interstizi tra una descrizione e quella successiva, per poi rientrare nel meritato oblio che si merita, funzionale soltanto a fare un po’ di brusio per non far sentire troppo sole le immagini con il loro commento. In realtà avevo sottoposto al giudizio di terzi quei brani con l’unico scopo di chiedere se avessero dignità, appunto, di essere inseriti in qualche raccolta destinata all’industria di quelli che una volta si chiamavano “audiovisivi”. Che tenerezza. I due volponi non solo non mi hanno mai fatto sapere nulla ma, senza chiedere autorizzazione alcuna, li hanno messi a disposizione del web. Però dai, ammettete che sono stati carini a farlo a mio nome. Poteva andare peggio. Avrebbero potuto farlo a loro nome e chi si è visto si è visto. Di certo, io non ho visto nemmeno il becco di un quattrino. D’altronde, sull’Internet è tutto gratis.

in acido

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Ho scoperto che ci sono divertimenti per i giovani d’oggi che sono riproduzioni fedeli dei divertimenti dei giovani di qualche tempo fa, che è diverso da dire che sono gli stessi divertimenti che si sono imposti sull’impietoso oblio a cui molti dei divertimenti di quando eravamo piccoli noi cinquantenni di oggi sono stati condannati. Vi faccio un esempio. Chi si comprerebbe lo “Slaim” (o, in lingua originale, “Slime”), quella schifezza puzzolente chiusa nell’inconfondibile barattolo in plastica dalle sembianze di un bidone della spazzatura che solo a ricordarne l’odore mi viene a vomitare ancora oggi? Ma la retromania, che è quel fruttuoso fenomeno commerciale per cui si spingono gli adulti ad acquistare cose che ritengono interessanti per i propri figli ma solo perché si tratta di cose che erano in auge quanto gli adulti avevano l’età dei loro figli, convincendo gli adulti che i loro figli si divertiranno un mondo ma in realtà l’induzione all’acquisto è messa in atto solo a soddisfacimento del proprio ego, mica per i propri figli, non so se è chiaro. Dicevo che la retromania in realtà giustifica la messa in commercio di copie di cose che andavano un tempo rivisitate in chiave attuale ma che, a parte qualche linea di design, sono la versione duemila e rotti dell’originale. Esatto, proprio come il Nokia 3310 o le Nike sa il cazzo che modello o la Fiat 500 o il gelato Winner Taco.

Qualche sera fa ero in un locale molto carino di Milano in cui un nutrito gruppo di ventenni o giù di lì ci dava dentro con il karaoke e già, siamo proprio nel 2018. Cosa spinga i post-millennials a cimentarsi con un divertimento della primissima era digitale non ci è dato conoscere. Potrei però definire quella versione del karaoke a cui ho parzialmente assistito (il divertimento era dentro il locale, io stavo fuori con la birra in mano a chiacchierare con alcuni amici) una sorta di karaoke aumentato perché i pezzi che i ventenni o giù di lì sceglievano (cantavano quasi sempre in gruppo, probabilmente consapevoli che nel branco l’imbarazzo si stemperi) erano canzoni che, quando esisteva il karaoke vero e proprio, non facevano certo parte del repertorio. Una su tutte “Rock’n’Roll” dei Led Zeppelin e, soprattutto, “Acido Acida” dei Prozac+. C’era proprio una versione corale di “Acido Acida” dei Prozac+ a un volume vergognoso mentre ero in coda per prendere la birra. Mi è passata davanti un’amica a cui ho chiesto cosa bevesse, per avere un’alternativa alla birra, non sono molto competente sui cocktail, e lei mia ha risposto “Anal”. A me non verrebbe mai in mente di abbreviare analcolico con anal. Comunque il punto è che poi, tornato a casa molto presto da quella serata, il giorno dopo mi aspettava una levataccia, ho letto su un sito di news musicali che i Prozac+ festeggeranno a breve i vent’anni di “Acido Acida” con due concerti. Una reunion a tutti gli effetti da cui sicuramente scaturirà l’ennesima operazione commerciale di retromania, per quella definizione che ne ho dato prima. Così ho pensato che c’è posto per tutti, in questo mondo, ma se continuiamo di questo passo prima o poi le risorse si consumeranno tutte e dovremmo trovare delle alternative.

in che ramo sei

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Non si ha tutti i torti a ribadire che la politica è ovunque. Gli italiani stanno sempre più a destra ma nel momento in cui a destra dovrebbero starci sul serio, e mi riferisco alle tre corsie dell’autostrada, si piazzano in centro come un Casini qualunque. La corsia di destra si dovrebbe percorrere nei momenti di marcia normale, quando è libera, anche procedendo a velocità sostenuta. Gli automobilisti italiani che invece occupano quella di mezzo anche quando quella di destra è vuota lo fanno perché guidare da quella parte equivale ad ammettere che si è dei perdenti, che si opta per la sconfitta, che si accetta il fatto di essere gli ultimi, individui remissivi disposti a lasciarsi superare in tutto e per tutto.

A me piace piazzarmi ai centodieci da quella parte e se poi trovo qualche prepotente che non si schioda dalla corsia di mezzo malgrado proceda più lentamente, lo supero sulla destra. Anzi, non è un’affermazione corretta perché in realtà non supero nessuno. Io vado dritto per la mia direzione, il problema è tutto di quello che occupa il centro della carreggiata con la sua presunzione, oltreché con la sua vettura. È altrettanto appagante starsene sulla corsia di destra durante le code perché studi scientifici hanno dimostrato che la corsia di destra procede sempre più velocemente delle altre, e sfrecciare dal lato sbagliato delle macchine che hanno intasato lo spazio rimanente pensando di fare prima, e che risultano bloccate, non ha prezzo.

Questa è una situazione tipica da rientro della domenica sera dal lago, soprattutto ora che inizia a far bello. Ho trascorso una buona mezz’ora in coda proprio poche ore fa, rientrando da un paesino nei pressi del Lago di Lecco che ha ospitato un raduno degli alpini. Il problema è che siamo nel 2018 e ancora si tengono i raduni degli alpini, oltre al fatto che è il 2018 e ancora esistono degli alpini. Abbiamo pranzato presso lo stesso ristorante, io non mi trovavo allo stesso tavolo con loro, per fortuna. Poi un alpino (che poi erano tutti ex alpini eh, non c’era nemmeno un militare in divisa ma solo anziani fuori forma con il tipico cappello) ha sollevato il bicchiere pieno di dolcetto e ha intonato le note iniziali di una canzone, subito seguito da tutti. L’aspetto curioso è che la canzone, una canzone tipica degli alpini tutta intrisa dei valori degli alpini che, principalmente, riguardano gli alcolici da pasto, ricalcava perfettamente la melodia di “Bandiera rossa”. Il problema dell’orientamento politico degli alpini, come potete immaginare, non è ancora del tutto risolto. Gli alpini sono dalla parte dell’Italia, l’Italia è antifascista, ma gli ex militari – soprattutto quelli di certe zone della Lombardia come quelle a ridosso del Lago di Lecco – non hanno ben chiari gli schieramenti e, al terzo bicchiere del dolcetto di cui sopra, puoi star tranquillo che sono pronti a intonare quelle canzonacce del ventennio che meriterebbero punizioni corporali severissime.

Il problema è che tu pensi alla Lombardia ma la Lombardia non è solo Milano. Ci sono province con un livello di deprivazione umana gravissimo (pensate a certi paesi del bresciano, della bergamasca, ma anche del cremonese per non dire del varesotto) con gente che si mette il cappello da alpino e trinca dolcetto parlando in dialetti che fanno accapponare la pelle. Mi sarei alzato in piedi a fare un mash up tra la canzone del vino (chiamiamola così) degli alpini e “Bandiera Rossa” se non ci fosse stata mia figlia testimone, non voglio passare per uno patetico. E pensare che mia mamma e mio papà, una volta sposati (vi parlo del 1960) sono venuti in viaggio di nozze sul Lago di Como, che è quell’altro ramo rispetto al Lago di Lecco, sulla cui superstrada è bene stare a destra anche se, di destra, ne avete già visto tanta a pranzo.

oplà

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Papà da una parte, la mamma dall’altra, la bimba in mezzo aggrappata alle mani di entrambi, i genitori contano uno due tre e oplà, tirano su le braccia e la bambina salta in avanti. Da dietro riesco a riconoscere nelle loro ombre lunghe del tardo pomeriggio – è probabilmente il primo sole di primavera – una scena di gioco e di amore che si tramanda di generazione in generazione dalla notte dei tempi. È bello pensare che gli uomini primitivi, i sumeri, gli egizi, i greci (forse era una pratica in uso più ad Atene che a Sparta), gli antichi romani, persino i protagonisti delle invasioni barbariche, nella civiltà più cupa del medioevo, poi durante l’umanesimo e il rinascimento e contemporaneamente nelle americhe pre-colombiane, nei secoli successivi che ci hanno dato rivoluzioni epocali e anche durante guerre eterne che ci hanno ritagliato questa comoda contemporaneità tutta per noi, lungo tutti questi millenni di storia madri e padri hanno fatto saltare camminando i loro figli per la gioia di tutti. Quella dei figli di sentirsi sicuri a sfidare una legge fisica che per loro è ancora solo un gioco. Quella dei genitori di vedere i figli ridere, perché la risata dei propri figli ha un dono inspiegabile e magari è proprio quella il motore immobile che haacceso tutto questo, dopo un oplà e un salto in avanti in mezzo a papà e mamma.

le telefonate di lavoro

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Se un giorno cambierò lavoro per andare a svolgere una professione con una percentuale superiore di rapporti interpersonali diretti e ad alto tasso di relazione dal vivo, per esempio l’insegnante, una cosa che non mi mancherà per nulla saranno le telefonate di lavoro.

Io odio le telefonate di lavoro per una serie di svariati motivi. Intanto perché iniziano spesso allo stesso modo ma non sai mai dove possono andare a parare. La gamma degli esiti va da una vendita conclusa con successo a fammi parlare con il tuo responsabile così ti faccio licenziare, ora entrambi questi estremi non costituiscono il mio caso ma l’imprevedibilità di quando squilla il telefono e vedo comparire un contatto della rubrica professionale mi fa venire sempre i brividi. Avevo messo come suoneria uno dei miei pezzi preferiti ma poi ho deciso di toglierlo perché ormai lo associavo alle chiamate di lavoro –  tenete conto che a me della sfera personale non telefona mai nessuno a parte mia moglie e mia figlia – e iniziavo a odiarlo e questo non è bello.

Nelle telefonate di lavoro poi non si dice mai la verità. Ci stiamo lavorando significa non abbiamo nemmeno iniziato, stavo per chiamarti vuole dire speravo di riuscire a evitare di parlarti perché siamo in ritardo con la consegna, fammi fare un check e poi ti mando un feedback via email non vuole dire nulla se non ora non c’ho sbatti di pensare a una soluzione, se ne riparla lunedì. Persino il banale ciao come va tutto bene è una sorta di autoreply e sfido chiunque di voi a ricordarsi almeno una delle risposte che il vostro interlocutore vi ha dato nella giornata di ieri.

Ma soprattutto quello di cui sono stufo è la finalità commerciale della conversazione telefonica di lavoro, il fatto che qualunque cosa sia detta per mantenere il più a lungo possibile il rapporto economico con quella persona e che, alla fine, durante la telefonata di lavoro siamo attori di una tragedia di cui adesso mi sfugge la trama ma fatemici pensare, poi vi richiamo e ne parliamo.

per affrontare i momenti bui non importa cosa ti metti tanto non ti vede nessuno

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Nel libro di Stephen Glocer dedicato alla vita del grande filosofo contemporaneo (essendo tutt’ora vivente meglio non citarlo), lo studioso si chiede quale indagine abbia contribuito all’elaborazione della teoria con cui viene messa in relazione la moda con le cosiddette “macerie della civiltà” e tutto ciò che conduce a quello che altri hanno definito il sonno della ragione. Uno spunto interessante se si osservano oggi alcune trovate per l’abbigliamento di tutti i giorni a partire dai pantaloni tipo tuta sportiva che scendono stretti sulla caviglia indossati da certi energumeni di mezza età in cui spiccano solo i colori sgargianti delle scarpe di uno dei brand di maggiore tendenza di questo periodo. Immaginiamo questi rappresentanti della deriva sociale che contraddistingue la nostra sfortunata epoca armarsi e combattere in una guerra civile, le postazioni da cecchino nelle abitazioni già di uso comune e il contrasto con il look da eterni giovani d’oggi e persino la depilazione totale sul petto e sulle gambe scolpite da sedute meticolose in palestre di periferia. Marchi come Zara o H&M o Piazza Italia potrebbero sostenere una carestia, il razionamento dei generi alimentari, la tessera annonaria e il mercato nero? Si può fare la Resistenza sui monti con le Hogan o le Nero Giardini? Non siamo assolutamente pronti, dal punto di vista estetico, a una tragedia umana, a una catastrofe politica, a un conflitto globale. Si salveranno solo i vecchi, quelli che hanno scoperto che tessuti come il pile o l’elastan si arrendono alle esuberanze adipose e alle rigidità articolari delle membra corrose dal tempo e non dubito che solo loro, i veri nemici dello slim fit, saranno in grado di sopravvivere al peggio.

cosa farai ora?

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Secondo i dati su cui verte la questione di Cambridge Analytica e Facebook risulta che Fabrizio ha bestemmiato la prima volta nella sua vita venerdì 30 marzo 2018 alle ore 3.45 pm. Una corrente di pensiero legge in questa serie di informazioni sensibili l’aggravante che si trattasse di venerdì santo, una giornata in cui ogni atto al di fuori delle linee guida della cristianità internazionale viene amplificato per la solennità delle feste, come le tariffe telefoniche che di sabato e domenica subiscono un abbassamento da contratto ma, in questo caso, al contrario, insomma ci siamo capiti.

Probabilmente la eco di cotanta blasfemia si è propagata nell’etere come un colorante si distribuisce nell’acqua limpida e la frittata a quel punto era fatta. Fabrizio aveva già un’ammonizione nel gioco della vita. Ci aveva dato dentro con il Gewürztraminer una volta nel girone di andata – la metafora sportiva qui già non calza più, pardon – e per scherzo aveva fatto fare un tiro di sigaretta alla figlia quattordicenne sul balcone che, peraltro, non l’aveva nemmeno respirato, ma l’attenzione in quell’istante era tutta rivolta al racconto di Wally che stupiva gli amici riuscendo a farti svenire con il solo gesto di occluderti con le dita non so che condotti alla base della gola. Pochi secondi, nessun effetto speciale, comunque roba da lasciarti stecchito e infatti Fabrizio ben se ne era guardato da fare da cavia.

Comunque per evitare l’espulsione dalla rappresentativa regionale delle persone di buon senso aveva provato con la redenzione confessando a sua madre di aver provato la marijuana, da giovane, approfittando di una discussione sul fatto che fosse giusto o meno che Lorena e Arturo, suoi cugini ultrasessantenni di primo grado, provassero l’ebbrezza del coffee shop in occasione dell’imminente gita ad Amsterdam. Ma la bestemmia alla fine si è scoperto che, pur inconfondibile nell’atto di accusa alla madre della divinità suprema, in realtà non valeva perché esclamata a causa delle evidenti lacune in geometria euclidea della figlia, la stessa di prima dell’episodio della sigaretta. Tutto è bene quel che finisce bene.

tagli

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Tra il denaro virtuale e l’uomo c’è un rapporto frustrante. La sussistenza di ciascuno di noi è garantita o meno da un valore corrispondente a un susseguirsi di addizioni e sottrazioni di cifre che si manifesta tra applicazioni che interagiscono e inviano informazioni tramite le loro operazioni matematiche. Un intero sistema digitale che si è conquistato la fiducia del genere umano. Tiriamo avanti sapendo che da qualche parte c’è un dato relativo ai nostri risparmi che varia parzialmente di ora in ora e ci consola il fatto che possiamo richiamarlo in ogni istante, sapendo però che potremmo trovarlo lievemente ridotto.

Intanto buona fortuna a tutti noi perché questa convenzione sociale che chiamiamo economia e che ci attribuisce un reddito sulla base di quello che facciamo funziona grazie alla buona volontà di qualcuno che non sappiamo nemmeno che faccia abbia. Quindi la moneta informatica (non il bitcoin, non facciamo confusione. Intendo quell’informazione che corrisponde al nostro estratto conto) è alla mercé del buon cuore di tutti quelli che concorrono alla sua esistenza. Non avendo il polso della situazione (quello che i nostri nonni chiamavano i soldi nel materasso) non ci rendiamo conto delle micro-spese che non hanno impatto sul nostro tenore di vita ma che, invece, dovremmo tenere sotto controllo.

Il contratto telefonico, le utility, gli abbonamenti Internet, il dominio del nostro sito con il service provider, la TARI, il mensile dei mezzi (o l’annuale, che comunque conviene), le imposte di bollo, i costi del conto corrente (a meno che, come me, non siate passati a una banca olandese totalmente online). Moltiplicare questi costi fissi per un indice annuo può farvi venire i sudori freddi se siete parsimoniosi come il sottoscritto. Per questo sto valutando dei tagli a questo tipo di spese, per lo meno a quelle accessorie. Amazon Prime raddoppia? Posso provare a farne a meno. Quanto sfrutto Netflix? Vale davvero la pena? Ha senso passare a una fibra più performante di Fastweb a fronte di una spesa in più di cinque euro al mese? Non c’è già una linea sufficientemente veloce per quello che facciamo in rete? Ecco, secondo me dovremmo riflettere su quella manciata di soldi che periodicamente va a intaccare i nostri risparmi e che li consuma, poco per volta ma per un valore totale che nell’insieme comincia ad assumere una consistenza piuttosto seria.