quando l’avversario è l’Esselunga

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Ogni mattina, mentre percorro un pezzettino di superstrada per andare al lavoro, noto sempre alla stessa ora un tizio che gioca a tennis da solo tirando la pallina contro il muro dell’Esselunga di Baranzate nel parcheggio del supermercato, deserto a quell’ora. Ogni mattina invento una storia diversa per spiegarmi che cosa spinga a un’attività sportiva così originale, ma poi finisco sempre per farmi le stesse domande, senza risposta. Perché giocare da solo a tennis contro un muro? Perché farlo alle otto meno un quarto del mattino, anche in pieno inverno? Perché farlo contro il muro dell’Esselunga e non, per esempio, contro quello del Decathlon che è poco più avanti e che si addice decisamente di più?

i migliori modelli di filtro da cinquantadue di spessore

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Una premessa: quando lo spessore del filtro inizia a farsi sentire ed è in grado di precluderne la portabilità, il mio consiglio è quello di non lesinare sulla montatura ma di optare in un materiale resistente ma leggero, a partire dal titanio. Solitamente lo spartiacque è oltre la misura quarantotto, ma si tratta di un aspetto personale e dipende da una combinazione di fattori che non è possibile sperimentare. Una ricerca in rete vi permette di individuare il produttore più conveniente e l’intelaiatura più adatta alle vostre esigenze e con l’ergonomia in linea con la vostra corporatura. Io non ho badato a spese e mi sono dotato di un carrello in fibra leggera con una portata adatta anche a superare i filtri da cento. Sono stato lungimirante ma mi hanno conquistato il design e il colore e poi il modello comprende una garanzia a vita. Per quello che riguarda il modello di filtro da cinquantadue ho ordinato questo perché la scelta è quasi obbligata. Va benissimo per la vista: le persone del sesso da cui siete attratti di età inferiore alla metà della vostra si vedono nitidamente della categoria a cui non appartenete più, certe situazioni tese possono essere percepite minuscole e i compromessi si riesce a metterli a fuoco con i colori più accesi, riconoscibilissimi dalla lunga distanza e, per questo, di immediata accettazione ancor prima della discesa al livello richiesto. Io ho preso la versione a orecchie scoperte ma solo perché amo la musica e voglio aspettare ancora qualche anno e comunque il design modulare permette di montarli successivamente. Certo, se vi capita come è successo a me di recarvi a un concerto rock della band amatoriale di un vostro amico l’impressione di disagio nel vedere dei cinquantenni che ancora salgono su un palco per suonare rock con tutti gli annessi e connessi vi arriva come un’impressione di disagio nel vedere dei cinquantenni che ancora salgono su un palco per suonare rock con tutti gli annessi e connessi. Basta però saper distinguere chi se lo può ancora permettere da chi sarebbe meglio se ne stesse a casa con moglie e figli a godersi i prodromi della terza età. Questo filtro da cinquantadue di spessore comunque è perfetto se dovete iniziare una terapia contro la depressione perché lenisce gli effetti delle delusioni da aspettative e genera uno stato di sommessa ma costante beatitudine. Il prodotto mi è stato consegnato nei tempi descritti in una confezione a prova di corriere maldestro. Vivamente consigliato.

non girare la pagina finché non ti sarà detto di farlo

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Immaginate di essere uno studente di quinta primaria, di quelli con un programma personalizzato. Vi portano in un’aula con tanti computer. Vi fanno sedere a una postazione. Vi fanno indossare un paio di cuffie isolanti. Vi mettono in mano il fascicolo delle prove INVALSI di inglese. Un insegnante vi dice di fare doppio click su un file dal nome strano che trovate sul desktop. Si apre il player di sistema, o per i più lungimiranti VLC, e nelle cuffie si diffonde una voce femminile e robotica con una dizione discutibile, le o tutte aperte, qualche inflessione dialettale, che riporta quanto trascritto fedelmente qui sotto.

Rilevazione degli apprendimenti. Anno scolastico 2018-2019. Prova di inglese. Scuola primaria. Classe quinta. Fascicolo cinque.

Gentile studente, desideriamo informarti che i dati relativi alla prova che stai per svolgere sono raccolti per le finalità stabilite da una legge nazionale, decreto legislativo numero sessantadue del tredici aprile duemila e diciassette. La finalità è quella di rilevare il livello di apprendimento conseguito nelle materie di italiano, matematica ed inglese da parte degli studenti a livello nazionale. Questo compito è stato affidato all’INVALSI, che tratterà i tuoi dati nel rispetto di quanto stabilito dalla normativa sulla protezione dei dati, regolamento UE numero duemila e sedici, seicento settantanove, detto anche GDPR. Puoi trovare tutte le informazioni sul trattamento dei tuoi dati sul sito dell’INVALSI, nella sezione privacy.

Istruzioni. La prova si compone di due parti. La prima parte è formata da cinque testi che dovrai leggere per poi rispondere alle domande che li seguono. Nella seconda parte dovrai ascoltare cinque brani in inglese e rispondere alle domande che troverai nel fascicolo. Le istruzioni, prima di ogni domanda, ti diranno come rispondere. Leggile dunque con molta attenzione. La prima domanda è sempre un esempio. Se ti accorgi di aver sbagliato puoi correggere. In alcuni casi puoi barrare con una riga la risposta sbagliata e riscrivere quella che ritieni corretta, come negli esempi seguenti. Esempio zero effe. Q uno d, q due b, q tre a, q quattro b, corretto con c, q5 e. Esempio zero. Where is Mary from? New York. Q uno. What does Mary have for breakfast? Milk and cereals. Q due. What is Mary’s favourite subject? Geography corretto con math. In caso di scelta tra quattro possibili risposte puoi scrivere no accanto alla risposta che ritieni sbagliata e mettere una crocetta su quella corretta, come negli esempi seguenti. Q uno. Frank is. A Judith’s son. B Judith’s father. C Judith’s brother. D Judith’s husband. Risposta d sbagliata. No. Risposta corretta a. A pencil case yes. B set square no. Sbagliata. No. Risposta corretta yes. C book yes. Per fare una prova, ora, rispondi a questa domanda. The first three months of the year are. (suonino) (suonino) March.

Per svolgere la prima parte della prova hai trenta minuti. Al termine della prima parte potrai riposarti e riprendere quando ti sarà detto di farlo. La seconda parte della prova durerà circa trenta minuti. Non girare la pagina finché non ti sarà detto di farlo.

una scarpa e una ciabatta

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Per un insegnante di scuola primaria con il quarantasei abbondante di piedi non è facile girellare tra i banchi per controllare come se la cavano i discenti con le consegne impartite. Le misure sono ridotte, le classi sovraffollate, gli spazi poco ottimizzati e se i bambini si trovano alle prese con un lavoro di precisione è molto facile, con una pedata maldestra alla gamba di una sedia, far rovinare una pagina immacolata di un quaderno ordinatissimo. Da qualche giorno sfoggio un paio di sneakers bianche, un colore che, nelle calzature appena acquistate, difficilmente vi fa passare inosservati. Matteo le ha notate subito, quando le ho indossate il primo giorno, appena tolte dalla scatola. Mi ha salutato entrando in classe osservando proprio i miei piedi ma la sua espressione impenetrabile non mi ha consentito di capire quale fosse il suo giudizio a riguardo. Si tratta di sneakers pazzesche o sembrano le scarpe di un clown? Stamattina, però, mentre mi assicuravo che tutta l’attrezzatura informatica fosse a posto per consentire lo svolgimento delle prove Invalsi di inglese nelle altre aule, una ragazzina di un’altra quinta, vedendomi fare capolino nella sua classe e con la collega alla cattedra, si è lasciata scappare uno spontaneo apprezzamento delle mie Camper nuove bianco ottico e taglia quarantasei, chiedendomi anche dettagli sulla marca. Il problema della scuola in cui insegno è la temperatura, costantemente torrida sia in estate che in inverno. Un fattore che condiziona molto l’outfit di noi del settore, dal momento che  ci costringe a lavorare in maglietta e in camicia indipendentemente dalla temperatura esterna e dalla stagione in corso. Il discorso vale anche per le calzature da indossare. Non a caso ci sono diverse colleghe che tengono un paio di scarpe sul fondo del mobiletto su cui è posizionato il computer, scarpe che indossano prima di prendere servizio. In particolare, una di loro si cambia le scarpe per mettersi un paio di ciabatte da casa che tiene anche per spostarsi quando va in mensa o nella saletta in cui ci si ritrova per bere un caffè o anche per raggiungere la fotocopiatrice di plesso. Entrando nella sua aula le noti subito, le ciabatte, perché quando sono riposte sotto il PC il contrasto tra un vecchio modello di scuola novecentesca e la didattica digitale del duemila e rotti salta agli occhi. Per noi insegnanti maschi non c’è un tipo di calzatura equivalente da utilizzare sul posto di lavoro, al limite i sandali da piscina. Io però ci tengo a queste cose e, se i miei alunni ci fanno caso, sento di aver fatto la cosa giusta.

ecco cosa dobbiamo imparare dal pubblico del concerto del Primo Maggio

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Sono in molti a sostenere che il pubblico che si reca in piazza San Giovanni per assistere dal vivo al concertone del Primo Maggio sia cambiato rispetto all’idea che ne abbiamo noi che, quel concertone, lo abbiamo inventato, costruito, decantato, osannato, criticato. Io ci ho pure suonato, ma questa è un’altra storia.

Dove sono finite le belle ragazze di sinistra vestite solo con il top striminzito che, sulle spalle di qualche loro amico (di norma un maschio altrettanto di sinistra ma confidente nel fatto che le belle ragazze di sinistra vestite solo con un top striminzito siano poco rigorose riguardo ai parametri di avvenenza delle persone con cui condividere alcune parti del loro corpo e del loro spirito libero) cantano a squarciagola “I cento passi”, “Bella Ciao” e “Liberi tutti”, arrivando sfatte e sfinite a fine Primo Maggio, cotte dal sole e fiaccate dalla birra, ma comunque disponibili a sopportare per ideologia e per esasperazione sonora anche gli ospiti di fine serata (ma in prime time di RaiTre) combo improbabili come il cantautore ottantenne accompagnato dall’orchestra della RAI diretta dal chitarrista metal sulla cresta dell’onda oppure il caos della musica balcanica (prima che Elio finalmente dicesse che ha rotto i coglioni) con duecento tra ballerini e musicisti sul palco in un tripudio di danze e musiche popolari dell’ex-Jugoslavia? Dove sono i bei ragazzi di sinistra che sventolano con orgoglio le icone della sinistra, a partire dai quattro mori della Sardegna?

Se non ricordo male, è stata l’edizione dello scorso anno a segnare il punto di svolta. Da allora sul palco del concertone si alternano trappisti di grido – nel 2018 Sferaebbasta, quest’anno Ghali – e i ragazzini che manco sanno chi sono CGIL, CISL e UIL (e io credo nemmeno la sorella di Cucchi, ma spero di sbagliarmi) vanno sotto il palco per fare le story da vicino ai loro beniamini che non hanno mai visto più grandi delle dimensioni del loro smartphone. Non so se sia mai stata una celebrazione in musica del lavoro o un evento ebbasta, di certo ora il concertone del Primo Maggio è solo un evento ebbasta.

Confesso di non aver visto ieri tutto il concerto (su RaiSport c’erano le gare uno delle finali dei play off dei campionati di volley femminile e maschile) però ho assistito ad alcuni momenti che – a mio parere – sono significativi circa lo stato di salute del Primo Maggio, dell’omonimo concerto, della musica italiana tout court.

Intanto vi propongo un test: immaginate di essere un/una fan quattordicenne di Ghali, magari proveniente da una di quelle periferie romane che tirano i calci ai panini destinati a qualche minoranza affamata, in piazza San Giovanni in piedi da ore, e sul palco c’è Manuel Agnelli (il noto giudice cagacazzi di XFactor) che canta per voi una versione piano e voce di “Perfect Day” di Lou Reed. Potete scrivere nei commenti qui sotto, in modo creativo, quale potrebbe essere il vostro stato d’animo.

Poi vi tocca assistere a un gruppo di cinquantenni che solo per il fatto di avere con sé sul palco un rapper romano (Rancore), peraltro sconosciuto ai fan di Ghali, vi canta la storia del drop-out scolastico di un vostro coetaneo ma in una lingua arcaica, l’italiano di Daniele Silvestri del millennio scorso, che nessuna delle nuove generazioni nemmeno si fa la fatica di interpretare con Google Translate, e con il solito approccio degli adulti professoroni che insegnano ai giovani a essere giovani con la presunzione di aver capito tutto e di saperlo spiegare.

Quindi il leader della sinistra indie, che si contrappone alla destra trap, un certo Lodo Guenzi – anch’egli noto giudice buonista di XFactor – a un certo punto avvisa le centinaia di migliaia di fan di Ghali di stare pronti perché si balla. Salgono così sul palco i Subsonica, una band che sta ai fan di Ghali come Gino Latilla stava a me quando nell’84 giravo conciato come Robert Smith.

I Subsonica attaccano la loro performance allo stesso modo di tutte le altre vecchie partecipazioni al concertone del Primo Maggio: “Sole silenzioso” in versione reggae acustica, la canzone di “Amorematico” scritta per i fatti del G8 di Genova che stanno ai fan di Ghali come il Risorgimento stava a me nell’84 (ancora conciato come Robert Smith). Quindi, anziché puntare sulle canzoni dell’ultimo disco che magari, tra un brano di Ghali e un altro, ai fan di Ghali sotto il palco è capitato di skippare dalle loro playlist di Spotify, ripropongono un set da concertone del Primo Maggio per cinquantenni: “Liberi tutti”, che sotto non canta nessuno perché nel frattempo si sono avvicinati i fan di Gazzelle che suonerà subito dopo, ma che finalmente svela l’arcano della co-partecipazione di Daniele Silvestri alla composizione del brano, poi quella sintesi di subsonicità che è “Veleno”, per chiudere con “Tutti i miei sbagli” cantata senza stonare nemmeno troppo quando sale di tono. Un orgasmo per i cinquantenni, un punto interrogativo per tutti gli altri che invece dopo, con il romanissimo Gazzelle, tornano finalmente a dare un senso a quel carrozzone anacronistico per il quale sono in piedi da ore.

A questo punto, permettetemi una considerazione per il momento della rivalsa per quei cinquantenni appena soddisfatti dall’orgasmo di cui sopra. Pensavo giusto al fatto che la cosa che distanzia di più i trapper dal concetto di rock è il fatto di suonare dal vivo nemmeno con le basi, ma con le basi comprensive della voce passata all’autotune. Pensavo a come starebbe la trap con gente che suona sotto, ma il problema è che i ragazzi, oggi, non suonano più gli strumenti che suonavamo noi. La chitarra, la batteria, il basso, i synth. Stanno tutti attaccati a Fortnite o li trovi su Instagram a pubblicare foto in cui si drogano. Così mi ha piacevolmente sorpreso il fatto che Achille Lauro si sia esibito con una band, fino a quando ne ho riconosciuto i membri: il bassista delle Vibrazioni (classe 1978), Federico Poggipollini, chitarrista di Ligabue (classe 1968), Sergio Carnevale dei Bluvertigo alla batteria (classe 1970). La morale della storia è che i trasgressivi della trap, se devono suonare dal vivo, possono solo scendere a compromessi con gli idoli dei cinquantenni di cui sopra perché, altrimenti, non trovano nessuno e si attaccano al cazzo. D’altra parte, ai musicisti rock come il bassista delle Vibrazioni o il chitarrista di Ligabue non sembra vero di salire in cattedra per far vedere ai millennials (soprattutto a quelli con la faccia tutta impiastrata di scarabocchi) come si fa a fare il rock. Dulcis in fundo, quando sale sul palco Ghali e si capisce subito che suona con le basi comprensive della voce con l’autotune, i fan non si pongono nemmeno il dubbio della differenza, di come sarebbero le canzoni di Ghali se ci fosse uno di quei batteristi che sanno fare il breakbeat dal vivo come Ninja dei Subsonica, o un bassista con lo stick, una cosa che sta ai fan di Ghali come il clavicembalo a me che eccetera eccetera.

Avete capito cosa intendo. La lezione che ho imparato è che se hai più di quattordici anni quello che dice Ghali quando canta non si capisce, un po’ come gli ultrasuoni per i cani o certe frequenze che non cogliamo più diventando vecchi. Io non ci ho capito un cazzo, ma forse è perché a cinquant’anni suonati sono diventato sordo. Proverò ad ascoltare l’esibizione di Ghali con le cuffie wireless per la tv come fa mia suocera, classe 1930, quando guarda i film.

andate fuori dalla recessione a giocare che è una bella giornata

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Al parco di City Life è pieno di gente che si gode il sole del Primo Maggio ed è un piacere anche arrivarci da una via dedicata a Demetrio Stratos e da una piazza intitolata a Elsa Morante. Ho sempre invidiato i quartieri nuovi con la toponomastica trasgressiva, provenendo da un posto a prevalenza di protagonisti del risorgimento, premesso che ho molti amici protagonisti del risorgimento. Intorno a questo che sembra uno scenario da film ambientato nel 2019 ma girato nel 1960 ci sono le nuove torri – costruite grazie ai progressi della modellazione digitale in campo ingegneristico – e il centro commerciale con cinema incluso che è un posto bellissimo perché dentro (soprattutto nel periodo invernale) ha spazi comuni dotati di tutti i crismi presi d’assalto da studenti e gente che lavora senza un ufficio fisso. Poco più in là si vede il tetto volutamente accartocciato del MiCo e, oltre quell’insieme di spilli colorati in cui i bambini si rincorrono e i turisti cercano lo scatto fotografico d’effetto, si riconoscono le linee dell’edilizia residenziale del futuro. Un futuro di soli ricchi, chiaro, ma a Milano va bene così.

Sui prati si vedono famigliole attrezzate con le mini-tende del Decathlon per assicurare un po’ d’ombra alle pelli più sensibili. I più temerari leggono il Kindle sdraiati su un telo e spogliati sufficientemente per favorire l’abbronzatura. Coppie e single, gruppi di amici e solitari con il cane a fianco. In bici si fa fatica perché sui sentieri si procede solo mettendo i piedi a terra, vista la ressa. Ne approfitto allora per fermarmi e fare una foto da mandare a mia moglie che è rimasta a casa per finire una serie su Netflix. Il paragone con il Mauerpark è d’obbligo. Manca il consueto karaoke e mancano i berlinesi e il loro modo unico di appropriarsi del tempo libero e degli spazi pubblici pensati per il tempo libero. E poi, a differenza loro, i milanesi sono vestiti troppo bene per occasioni di disimpegno come queste.

un minuto e trentadue secondi

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Questa è la durata dell’intervista di Manuel Agnelli a Young Signorino, ammesso che quella specie di farsa andata in onda a “Ossigeno” la si possa far rientrare nella categoria delle interviste.
Ecco una fedele trascrizione:

M.A.: – Senti, io ti ho voluto a tutti i costi qua perché per me sei il più disturbante della tua generazione…
Y.S.: – Grazie
M.A.: – …ed è un grandissimo complimento, credimi. Alla fine, molti ti vedono strano in realtà perché non capiscono quello che sta succedendo e hanno paura di quello che non capiscono. Tu come vedi un po’ la tua vita e il tuo futuro?
Y.S.: – Io mi sono sempre visto come il bambino che non fanno giocare tipo scuole elementari, sono sempre stato in disparte e penso di rimanere in disparte e guardare sempre.
M.A.: – Be’ non è male avere un punto di vista… ti aiuta il fatto di buttare le cose in musica o semplicemente è un gioco anche questo?
Y.S.: – No dai mi aiuta abbastanza. Poi ci gioco anche, ovviamente.
M.A.: – Senti, mi ricordi, tra tutti quelli che fanno trap, sei l’unico che mi ricorda veramente qualcosa di punk. Le linee vocali che usi nella “Danza dell’ambulanza” o “Padre Satana” sono in mezzo alle note un po’ come il cantante dei Public Image Limited usava. Lo conosci questo gruppo, i Public Image Limited?
Y.S.: – Mmmm no
M.A.: – (Ride) Grande! Meglio ancora. Senti, tu ti senti rappresentante della tua generazione o non te ne frega un cazzo?
Y.S.: – No, non me ne frega un cazzo (ride)
M.A.: – (Ride) Va bene! Young Signorino (applausi)

Ecco la lezione che dobbiamo imparare da questa storia:

– per la prima volta nella storia una forma di ribellione giovanile – quella di Manuel Agnelli che per motivi generazionali è anche la mia – si è fatta superare da una contro-forma di ribellione così ribelle che ha fatto il giro. A quelli come me e come Manuel Agnelli urta moltissimo il fatto che ci sia gente giovanissima a cui non interessa quanto siamo stati trasgressivi noi anziani negli anni 80 e 90 e, dopo aver fallito cercando di insegnare loro come si fa a essere giovani, ora cerchiamo di unirci a loro cercando di fargli capire che, a loro modo, sono dei punk come noi e loro, essendo molto più punk di noi ma a loro modo, hanno una così scarsa considerazione di noi che nemmeno si privano del tempo necessario a mandarci affanculo (in questo caso un minuto e trentadue secondi di intervista)

– dovremmo finire di far rientrare questa cosa che fa Young Signorino e quelli con la faccia tutta impiastrata come la sua nella macro-categoria della musica rock intesa come espressione del disagio giovanile. Ma non perché quando noi eravamo giovani c’erano i CCCP o, peggio, i Clash e per lo meno noi sapevamo suonare la chitarra. Questa cosa che fa Young Signorino non ha ancora un nome perché c’è la musica ma anche i porno su internet ma anche gli all-you-can-eat cinogiapponesi ma anche il governo lega-cinque stelle ma anche le storie di Instagram ma anche l’analfabetismo di ritorno ma anche i genitori che si parlano addosso su Facebook e non conoscono i loro figli, figuriamoci uno come Young Signorino

– per il motivo di cui sopra, quelli come me e quelli come Manuel Agnelli dovrebbero togliere il disturbo mediatico o, per lo meno, mantenerlo sui canali dedicati a quella fascia di anziani che amano il rock perché portare Young Signorino in una trasmissione dove prima suoni “The Killing Moon” degli Echo & The Bunnymen (tornato alla ribalta, come dice Agnelli, grazie a certe serie tv) con le Savages è come mettere le forme nei buchi sbagliati in uno di quei giochi per bambini. Sono cose diverse ma nel senso che hanno proprio una natura differente, non so se mi spiego (è un po’ come ballare di architettura, per dire). Young Signorino a Ossigeno è come portare il fenomeno da circo a un pubblico di élite ma in una situazione in cui il fenomeno da circo è miliardario e pieno di figa e l’élite porta gli hamburger in bicicletta con turni da schiavitù d’altri tempi e guidata da un’app più intelligente di tutti noi (di me di sicuro), però si consola ascoltando musica e criticando una cosa che non si sa ancora cosa sia utilizzando i parametri della musica

– quindi, per evitare di fare ulteriori figure di merda, invito me stesso, Manuel Agnelli e tutti i trasgressivi della nostra generazione a rientrare nella nostra bolla fatta di Radiohead e di Public Image Limited tanto tra un po’ saremo finalmente morti tutti e state tranquilli che Young Signorino e quelli come lui ci metteranno in una fossa comune, culturale ancora prima che nell’accezione della sepoltura che ci meritiamo.

margherita con il basilico

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Roberto mi chiedeva spesso di copiare i compiti e in cambio mi invitava al ristorante di suo papà per mangiare pizze a sbafo fuori dagli orari di punta. Il pizzaiolo la faceva con i bordi alti e morbidi e con il basilico, come la vera pizza napoletana, e quando i figli sono diventati grandi hanno preso il posto del padre. Ciro, il fratello minore di Roberto, si è messo al forno e fino a quando c’è stato lui la qualità era ulteriormente migliorata. C’era persino una storia a fumetti del Lanciostory che era ambientata il quel locale. Ciro era una sportivo e scoppiava di salute, non per questo il destino gli ha risparmiato una scomparsa prematura. Sul giornale c’era scritto che al momento di scegliere con quale brano musicale essere associato per la sua vita eterna aveva indicato un pezzo a scelta tra le tracce di “Breakfast in America” dei Supertramp. Una scelta intelligente. Peccato però che per non si sa bene quale errore di trascrizione ora la sua permanenza è abbinata a “19” di Paul Hardcastle, un brano che esula dai suoi gusti mainstream e che è da poco tornato in auge anche nella mia memoria perché il PIN della mia nuova scheda telefonica riesco a ricordarmelo mettendo insieme l’anno di nascita del mio testimone di nozze e, appunto, quella cifra che sta a indicare l’età media dei morti americani durante la guerra del Vietnam. Roberto ora gestisce a tutti gli effetti il ristorante che su Trip Advisor risulta essere il migliore della città. Io vengo da lì. Ho chiesto anch’io che a Ciro gli sia cambiata la colonna sonora ma, purtroppo, queste faccende vanno per le lunghe. Se succederà, il merito sarà anche il mio.

pieno di bolle

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L’uso più saggio che si può fare dei social network è quello di crearsi un ecosistema abitato solamente da persone identiche a noi in modo da tagliarci fuori dalle cose che non ci piacciono e da non dover impegnarci in salti mortali per evitare sterili discussioni. In quest’ottica non dobbiamo offenderci se qualcuno ci cancella dalla propria lista di amici o non ci segue più perché, con molta probabilità, abbiamo qualcosa che inquina l’altrui bolla proprio come noi ci priviamo dei grillisti e dei fan di Salvini. La politica è il fattore più divisivo tra gli italiani, questo è il principale motivo per cui gli insiemi di contatti virtuali assomigliano sempre più a compartimenti stagni e il concetto di networking, che più volte abbiamo visto rappresentato graficamente da un insieme di circonferenze secanti tra di loro o da faccine anonime connesse da segmenti, sta andando a farsi benedire. Da questo punto di vista siamo già in piena guerra civile – per fortuna al momento a colpi di unfollow – o comunque stiamo assistendo a una virtualizzazione dei legami sociali grazie alla quale si stanno formando categorie a sé ma soltanto online. Mandiamo affanculo gente nei commenti di Facebook a cui magari poi cediamo il posto in fila alla cassa dell’Esselunga perché la vediamo con solo due litri di latte parzialmente scremato in mano, più o meno il senso è quello. Il mondo visto come un sistema di bolle però mostra i suoi limiti con fenomeni diffusi trasversalmente ai quali è impossibile sottrarsi a meno di non isolarsi totalmente dal resto. Non c’è italiano che, in questo momento, non rompa i maroni con Game of Thrones e che non esprima la sua approvazione sugli Avengers e a me, d’altra parte, scoccia fare la figura di quello che vuole distinguersi a tutti i costi sottolinenando il fatto che non ho mai visto un solo minuto né della serie più seguita al mondo né della saga di film tratti dai fumetti che i miei amici leggevano quando facevamo le medie. Fantasy e fantascienza mi fanno cagare allo stesso modo. Se proprio non vogliamo privarci dei social network – e comunque questo resta tutt’ora il mio fine ultimo – l’unica soluzione e mettersi in stand-by per un po’, in attesa del prossimo tormentone commerciale.

piena di pallini

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La prima volta che la campagna pubblicitaria di “Acqua e sapone”, la catena di lavanderie Esselunga che nei megastore si affiancano ai supermercati, mi ha colpito è stata a causa del doppio senso nemmeno troppo sottile dell’headline “Fallo più spesso”. L’intenzione del copy di stimolare la componente femminile della coppia a godere con maggiore frequenza dei fine settimana di libertà facendo cose come organizzare scampagnate con i figli, darsi al jogging, acconsentire a cenette romantiche o a seguire i propri social facendo shopping affidando i propri panni zozzi alla lavanderia dell’Esselunga è stata superata dal primo livello di equivocità, intendendo il messaggio come un’esortazione a trombare di più perché trombare permette di apprezzare le cose belle della vita. La seconda volta, invece, ho inteso il triplo senso carpiato con avvitamento: dedicarsi alla ricerca di un membro maschile dal diametro superiore è alla base di tutte quelle attività di cui sopra. Un’accezione ancor meno sottile, sotto tutti i punti di vista.

Ma non dovete fraintendere. Con “Acqua e sapone” non c’è nulla di irrisolto. Non mi sono mica offeso quella volta in cui ho portato a lavare il mio (unico) giaccone invernale della Roy Rogers e la commessa, durante la fase di accettazione dell’indumento, ha fatto una specie di smorfia di disgusto per la mia condizione di povertà mista a sciatteria sottolineando quando il mio (unico) giaccone invernale fosse pieno di pallini. Non mi sono mica offeso e, uscendo, ho subito chiamato mia moglie per confrontarmi sul fatto che la commessa di una lavanderia, probabilmente abituata a ben altro valore degli indumenti dei quali è chiamata a prendersi cura, aveva dato un ulteriore scossone alla mia autostima facendomi precipitare verso uno stadio più profondo di depressione.

Comunque ieri, al momento del ritiro del mio (unico) giaccone invernale pieno di pallini ma, questa volta, pulito, mi sono preso una piccola rivincita personale. Un cliente grande e grosso e all’apparenza con vestiti molto più costosi e alla moda dei miei ha subito un trattamento simile riguardo a una trapunta sulla quale, la stessa commessa, ha trovato numerosi fili di lana tirati. Oltre alla coperta, l’uomo ha consegnato quattro pantaloni di una taglia spropositata, a giudicare dalla vita, e poi, al momento di registrare il tutto, ha dato alla commessa il suo cognome. Un cognome piuttosto semplice e comune che però, pur in assenza di rumori o musica di sottofondo, la commessa non ha afferrato. “Bonomini”, ha ripetuto spazientito il cliente.

La commessa, recidiva, ha chiesto lo spelling nel quale si è persa in diversi passaggi e, una volta completato, ha letto “Bonomini” con un’espressione sorpresa, quasi a sottolineare la facilità di quel cognome e con l’intento di trasferire al cliente l’intera responsabilità del fallimento della comunicazione precedente. La cosa si è ripetuta al contrario immediatamente dopo: la commessa ha messo al corrente l’uomo del totale di sedici euro e il signor Bonomini, forse per ripicca, si è fatto ripetere la cifra una seconda volta.

Ho riflettuto un po’ su quello che stava accadendo e poi ho pensato che sì, anch’io proverò a farlo più spesso. C’è sempre qualcosa da imparare quando si ritirano i propri indumenti puliti dalla lavanderia.