gente che va, gente che torna

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Mentre ci lascia Andy Gill dei Gang of Four ritornano i Psychedelic Furs con un nuovo singolo, preludio di un nuovo album. Richard Butler ha, da sempre, uno dei timbri di voce più straordinari e inconfondibili, alla pari di Robert Smith, Morrissey e Bowie. Sentite che bello. Speriamo che il nuovo disco sia tutto così.

l’urna azzurra

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C’era massima libertà sul soggetto ma la maestra si era assicurata che avessimo compreso appieno il tema legato alle imminenti elezioni europee. L’idea di fare del continente di cui eravamo parte integrante un sistema unico, a trent’anni dalla fine del più devastante conflitto mondiale di tutti i tempi, costituiva l’alba di un avvenire di progresso e di sviluppo. Persino l’Esperanto, pur nella sua artificiosità, conferiva autorevolezza all’Unione Europea, che ai tempi nemmeno si chiamava così: una lingua, una civiltà e una storia transnazionale ben oltre i confini, pronta a estendersi da ovest a est, da nord a sud. Avevo disegnato un’urna azzurra perché quello mi sembrava il colore più adatto a rappresentare l’unità. Sopra c’era una mano che lasciava cadere nella fessura ricavata sul coperchio una scheda elettorale formata da una specie di patchwork delle mie bandiere europee preferite, e sotto l’anno di quella tornata elettorale scritto in doppio, con uno slogan ingenuo ma inventato per l’occasione. Tutti i disegni delle scuole erano stati quindi appesi in un salone all’ingresso del municipio all’interno di una mostra dedicata all’iniziativa, con l’obiettivo di trasmettere l’entusiasmo delle istituzioni per una politica finalmente comunitaria. Dedico questo ricordo al Regno Unito che tra pochi minuti abbandonerà il progetto. Chissà che un giorno non ci si ritrovi ancora, tutti insieme, in un nuovo disegno di speranza.

l’ultimo sforzo

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Claudio dovrebbe fare un ultimo sforzo e ultimare la tesi di laurea. Glielo ripete in continuazione la mamma. Ma mentre lui ha il terrore della sua reazione se macchia di senape i pantaloni appena lavati sembra non curarsi affatto delle ingerenze dei genitori sul suo presente. Non so che lavoro faccia suo papà ma non è mai a casa e il fatto che il fratello minore di Claudio abbia scelto di fare il portiere di notte in un albergo mi fa supporre che si tratti di uno di quei modi per tramandare un mestiere di padre in figlio. Comunque anche noi cerchiamo di mettergli fretta di finire o, comunque, spingerlo a farsi qualche domanda sul futuro. Fino all’autunno scorso Claudio stava con Giulia anche se erano male assortiti. Giulia è una ragazzina che si veste da iper-femmina quarantenne. Sembra uscita da un film neorealista, quelli in cui a vent’anni sembravano tutti così adulti, a partire dagli studenti universitari in giacca e cravatta. Ho sognato che incontravo Claudio mentre passeggiavo tenendo proprio Giulia sottobraccio e temevo che se la prendesse. Claudio spingeva una carrozzina con un neonato dentro e ce lo mostrava con fierezza. Nel sogno abbiamo discusso sul fatto che poi alla fine non si è più iscritto. Ha conosciuto quella che poi sarebbe diventata sua moglie e per sbarcare il lunario si è messo ad accettare lavori sin troppo umili per la sua preparazione. Lavava i piatti in una tavola calda e, qualche anno dopo, è entrato in una cooperativa che si occupa delle pulizie notturne sui treni. Ci incontravamo qualche volta al bar della stazione. Lui smontava dal turno e io prendevo l’Intercity per andare in ufficio. Gli ho persino chiesto, una mattina, se non si fosse pentito di aver sprecato tutta quella fatica per dare quella marea di esami per poi non vedersi riconosciuto l’impegno, ma mi ha risposto in modo evasivo, soffermandosi su un aneddoto su Giulia a cui non ripensavo più da tanto tempo.

la svastica sul collo

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Ho l’abitudine di impormi di saltare la lettura della cronaca, soprattutto quella nera, sui quotidiani quando compravo i quotidiani e ora sulla loro versione online, per non parlare dei post condivisi sui social. Un po’ mi spiace perché capisco che tra le righe ci sono richieste di aiuto e segnali di allarme di chi ha subito un torto. Poi però penso che non posso più farci niente e che fermarsi a riflettere è un po’ come osservare con le quattro frecce l’incidente che si è consumato sulla carreggiata opposta alla nostra. E che, soprattutto, come individuo il mio margine di tolleranza e di miglioramento nei confronti di certi problemi di massa – in quanto somma di problemi analoghi di milioni di individui come me – è nullo. Posso constatare, posso amareggiarmi, posso indignarmi e vergognarmi, ma solo contro il fenomeno in sé e non certo nei confronti del singolo caso. E credo proprio che non si tratti di egoismo perché invece molte delle cose che succedono alle persone innocenti mi fanno girare i coglioni. Ma delle vicende umane e personali delle vittime e di chi ha commesso il reato preferisco rimanerne all’oscuro. Il mio pregiudizio assume poi i toni del rigetto nei confronti di certi programmi che vanno molto di moda oggi. Trasmissioni di inchiesta in cui si va a scavare negli animi della povera gente, dei deprivati sociali, delle persone al margine, degli ultimi degli ultimi, con l’unico obiettivo di spettacolarizzarne l’inadeguatezza alla contemporaneità mascherato da pacca di solidarietà sulla spalla. C’è uno di questi programmi che è condotto da un giornalista pelato con gli occhi come fessure che si mette a pochi centimetri dalla faccia di chi racconta la propria sofferenza. Una vicinanza fisica equivocata per vicinanza di sentimento sia dal pubblico che da chi si sottopone al servizio e che induce il malcapitato sotto i riflettori a liberarsi del malessere di fronte alla telecamere. A me questa confidenza tra intervistatore e intervistato in un gioco delle parti vantaggioso per entrambi e in uno scambio di segreti visibile solo a centinaia di migliaia di telespettatori mette fortemente a disagio. Qualche giorno fa c’era un uomo, una specie di avanzo di galera pronto a condividere la sua redenzione in cambio della notorietà televisiva, che teneva la scena con una vistosa sciarpa al collo del tutto avulsa dall’abbigliamento sfoggiato. Quella sciarpa al collo trasmetteva proprio l’idea di essere stata aggiunta dalla produzione all’outfit da intervista in extremis per nascondere qualcosa. Era di un tessuto diverso dal resto e anche la misura lasciava a desiderare. L’intervistato continuava a sistemarsela intorno alla gola, era evidente che non aveva scelto lui di indossarla e che non si trovasse a suo agio. Fino a quando poi, per una manciata di frame probabilmente sfuggiti in fase di montaggio, la sciarpa, scostandosi di poco, ha svelato una svastica nera tatuata proprio sopra la clavicola. Non so voi, ma io uno con una svastica tatuata sotto il collo non solo non lo passerei in tv, ma nemmeno mi verrebbe voglia di fargli delle domande. Ecco, a leggere o veder in tv la cronaca si corre il rischio di conoscere certe realtà che sono opposte alle nostre e a me, se ve la devo dire tutta, proprio non interessa.

fare sì con la testa patrimonio dell’umanità

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La mia principale abilità, quella di instancabile ascoltatore, è talmente raffinata che quando non ascolto chi si sta rivolgendo a me perché penso ad altro ma continuo a fare vigorosamente sì con la testa, l’interlocutore manco se ne accorge. Il fatto è che la gente a cui piace conversare aggancia chi sa ascoltare all’eccesso, come me, con una sorta di segnale crittografato a cui il recettore risponde sulla stessa lunghezza d’onda, all’insaputa del malcapitato, e si interconnette nella trasmissione ossessivo-compulsiva. Con il risultato che il logorroico supera ulteriormente i suoi standard avendo una distesa di interesse da colmare.

Ma questo perché non mi conoscete. Metto la testa sul mute e, dentro di me, riesco a sbrigare qualche faccenda che mi restava in pending. Quando il monologo volge al termine sono pronto a rientrare dal pilota automatico alla guida manuale con maestria e concludo con un “pazzesco!” , un “ma dài” o un “che storia!”, e il gioco è fatto.

Nel lavoro che facevo prima me la cavavo altrettanto alla grande nelle call con gli stranieri. Il mio inglese è quello che è, me la cavicchio ma al telefono sono un disastro. Così lasciavo scorrere la conversazione rilasciando saltuariamente i soliti convenevoli (yes, yep, I see, sure, great, fantastic, ok, terrific e compagnia bella) e quando era il mio turno di parlare dicevo cose contestualizzate al tema del meeting telefonico ma che non necessariamente c’entravano con quello che era stato detto sino ad allora. Un metodo rodato che funziona sempre.

Tutta questa lunga esperienza e la tecnica che sono riuscito a sviluppare oggi è perfetta per il mio nuovo lavoro. I bambini di sei/sette anni sono un continuo raccontare qualcosa al maestro. Mi stupisco sempre di tutta questa voglia di confrontarsi che poi, nel giro di qualche tempo, si consumerà esclusivamente in una cameretta con lo smartphone acceso in mano. I miei alunni sono devastanti, da questo punto vista. E non sarebbe un problema se 1. non sapessero parlare 2. non parlassero con le mani davanti alla bocca 3. non avessero un volume di voce inesistente 4. non chiedessero le cose mentre il resto della classe intorno sposta sedie, banchi ed equipaggiamento scolastico come se non ci fosse un domani 5. non parlassero rivolgendo l’apparato fonatorio dalla parte in cui è accaduta la cosa che ti vogliono raccontare e non verso l’insegnante 6. non chiedessero cose assurde tipo maestro Rebecca ha detto che non posso essere un gatto unicorno perché nel gioco che stanno facendo non esistono 7. il maestro non fosse quasi sordo. Ed è inutile chiedere di ripetere perché nemmeno la seconda e la terza e la decima volta non risolverebbero la situazione.

Ho imparato così a portare sempre con me una gamma di risposte pronte, una specie di risponditore automatico per bambini perfetto per ogni occasione: prova a dirlo direttamente a Rebecca, dovete giocare tutti insieme, molto bello, che brava, bravissimo, prova a riflettere stando seduto nel tuo banco, vai a chiedergli di fare la pace, non voglio che litighiate, adesso vi faccio saltare a entrambi l’intervallo, va bene ma prima rimetti in ordine il banco. Una di queste cose, scelta all’istante interpretando il labiale e il mood di chi mi ha chiesto un parere o un intervento, è provato che salva sempre la situazione. E comunque un bel sì con la testa, ripetuto ad libitum, non si nega a nessuno.

chi è

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Non credo di sbagliarmi di molto ricordando che, almeno fino alla metà degli anni ottanta, l’appartamento in cui abitavo con i miei genitori non aveva il citofono. O meglio, c’era un citofono che non prevedeva la possibilità di comunicare via voce, che poi è la funzionalità principale di un citofono. L’ospite che giungeva sotto casa nostra premeva il pulsante accanto alla targhetta con il cognome della mia famiglia. Nell’appartamento del quinto piano in cui vivevo si avvertiva uno squillo molto simile a quello di un comune campanello da ingresso. Chi rispondeva da casa sollevava la cornetta – più che superflua – e schiacciava il tasto per aprire il portone, quindi si recava sul ballatoio e cercava di captare i passi della persona che stava entrando. A quel punto ci si doveva sporgere giù e si doveva gridare “chi è” con una voce abbastanza forte da essere percepita così tanti metri più in basso.

L’ospite si portava alla prima rampa della tromba delle scale, sollevava la testa e rispondeva. Lo scambio era scontato se, alla base di quel botta e risposta, c’erano accordi presi in precedenza. Il compagno di classe che arrivava a studiare da te, l’amico che ti invitava per qualche vasca in centro, la zia sarta che veniva a riportare alla mamma i pantaloni accorciati. Le visite a sorpresa invece potevano generare equivoci. Un postino appena trasferito alla nuova zona di consegna della corrispondenza in centro, il venditore del Folletto, quelli di Lotta Comunista (più o meno la stessa cosa del Folletto) o qualche personaggio misterioso.

Il bello è che sia chi conosceva il limiti del citofono di casa mia o chi capitava lì per la prima volta non aveva nessuna remora a unirsi all’eco della domanda rispondendo con le proprie generalità. E meno male che l’epoca dei troll che, alla domanda “chi è”, rispondono “stocazzo” senza indugi era ancora remota. Anzi. Nella società delle buone intenzioni di quegli anni gli scherzi al citofono erano una vera e propria insolenza di cattivo gusto, nonché una violazione della privacy. Oggi non è più ammissibile una pratica di dispetti di questo tipo. Ci sono i codici da comporre e il tasto del campanello da suonare, per non parlare delle videocamere, dei cani da guardia e del controllo del vicinato.

Pensavo però che sarebbe stato molto bello se a quel subumano di Salvini qualcuno avesse avuto la prontezza di rispondergli, al citofono e al cospetto di telecamere, microfoni e smartphone in diretta, alla domanda “scusi le spaccia?” un bel “ma va a lavorare, coglione”. Le risposte giuste non sempre ce le abbiamo pronte, a volte ci vengono un po’ dopo. E gli emiliano-romagnoli hanno comunque trovato le parole perfette per mandare affanculo lui, la signora che lo sobillava a stanare l’immigrato criminale e a tutta la Lega, ieri. Un bel risultato che, tradotto nella lingua che ci sta più a cuore, significa proprio “ma va a lavorare, coglione”.

scrivere di notte

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Avete presente la pubblicità del tizio che si alza cinque o sei volte dal letto la stessa notte – e non in notti diverse, come vogliono farvi credere – accampando le più fantasiose scuse alla moglie per andare in bagno? Anche a me ogni tanto mi scappa da scrivere e devo risolvere la situazione in qualche modo.

La cosa migliore è lasciare il portatile sul comodino. Se avete uno di quei modelli con l’hard disk a stato solido e un processore di nuova generazione, il computer si accende subito e nel giro di qualche secondo siete già operativi con il vostro programma di scrittura attivo e funzionante davanti. Se invece avete un catorcio come il mio ci vuole un po’ di pazienza e, nel frattempo, potete farvi un giro in bagno come il tizio della pubblicità, già che siete in piedi. Che cosa ci sarà da dire di tanto urgente?

Il mondo è pieno di sognatori che dormono con block notes e penna pronti all’uso nel caso qualche parente morto si fosse disturbato a dettare dei numeri da giocare al lotto. A me invece capita al massimo di destarmi all’improvviso con uno spunto narrativo o un’idea da fermare al più presto, stimolo altrettanto inutile del sogno premonitore dal momento che, in entrambi i casi, nessuno cava un ragno dal buco.

D’altronde la vita di noi scrittori è appesa a un incipit. A qualcosa in grado di proiettarci nel profondo di una storia in cui trovare le fila, mettere in ordine, disporre le cose e trovare l’uscita. A me per esempio stanotte è venuta in mente l’idea di un uomo che si sveglia all’improvviso per scrivere qualcosa proprio come quando si deve fare pipì e ho pensato a un post che iniziava tirando in ballo la pubblicità di un farmaco per la prostata, su cui peraltro avevo già scritto qualcosa di altrettanto frivolo.

Non so come funzioni per i libri perché non ne ho mai scritto uno, ma per i blog alla fine di riffa o di raffa si ottiene un elaborato della lunghezza sufficiente. Ma attenzione: non vi conviene pubblicare quanto avete preparato nel corso della notte. Quelli che ci capiscono di Internet sostengono che occorre aspettare gli orari in cui il pubblico è più propenso alla lettura. Per esempio le otto e trenta del mattino, quando tutti arrivano in ufficio e accendono il pc ma se la prendono comoda con ogni diversivo possibile. Oppure, se è domenica, un po’ più tardi, quando la gente prolunga la sua permanenza al calduccio nelle coperte e ha voglia di buttare via del tempo a leggere una cosa come questa, sempre che non gli scappi di dover scrivere qualcosa e corra in bagno.

anne with an end

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Se siete cresciuti consapevoli che “Anna dai capelli rossi” fosse un cartone giapponese e basta avete preso una cantonata grossa come una casa dal tetto verde ma tranquilli, siete in buona compagnia. Già, perché io ho scoperto la saga della scrittrice canadese Lucy Maud Montgomery solo da quando esiste l’Internet insieme a tante altre amene curiosità, a partire dalla strofa di “All night long” che ora so che tom bo li de say de moi ya, yeah, jambo jambo way to parti’ o we goin’ oh, jambola, oppure che la citazione più nota di Voltaire non è di Voltaire.

Dopo il romanzo che ha ispirato il più celebre anime della nostra infanzia ci sono stati ben sette sequel cartacei, in cui Anna e Gilbert si sposano e mettono su famiglia tanto che, nell’ultimo volume, troviamo l’ultima figlia della coppia, dal nome Rilla, durante gli anni della prima guerra mondiale. Ovviamente non ne ho letto nemmeno mezzo, ma la sinossi su Wikipedia conferma la cautela dei due protagonisti nel rivelarsi i reciproci bollori già resa nella serie animata. Il cartone infatti si chiude con Anna e Gilbert che si danno la mano ma solo da ottimi amici, anche se si vede lontano un miglio che sono presissimi l’uno dell’altra.

La splendida serie prodotta da Netflix, “Ann with an e”, è invece molto più audace. Ha abbattuto notevolmente i tempi della rivalità tra i due ragazzi pre-adolescenti e sviluppa la sua trama proprio intorno al crescente desiderio reciproco. Nell’ultima stagione, addirittura, l’ansia di vederli consumare qualunque tipo di contatto fisico rende tutti gli intrecci delle trame secondarie insostenibili fino a quando, alla fine, sublimano la loro passione baciandosi.

Che storia, vero? La casta Anna che limona con Gilbert. La fine di questa fortunata serie, e soprattutto il modo in cui si è conclusa, ha calato il sipario definitivamente anche sull’adolescenza di tutti noi ragazzini dei primi anni ottanta, e non solo su quella di Anna con la e e Gilbert. Vedere un personaggio di cartone prendere sembianze (bellissime, peraltro) umane con tanto di lentiggini e rivelare il suo lato carnale è stato pazzesco e quella manciata di secondi in cui si snoda il bacio tra i due davvero è difficile smettere di vederla a ripetizione.

circolare n. 138 del 24 gennaio 2020

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Ogni tanto il liceo di mia figlia mi invia la newsletter alla quale mi sono registrato sin dall’iscrizione alla prima, tre anni fa. Si tratta di una newsletter riepilogativa che il sito della scuola manda automaticamente e che contiene le comunicazioni inviate manualmente nell’ultimo periodo.

Conosco molto bene il sistema perché la piattaforma su cui è sviluppato il sito è WordPress e ha la stessa impostazione di quello della scuola in cui lavoro e che amministro. Una società di Caserta ha in gestione i siti sviluppati in WordPress di numerose scuole italiane, di ogni ordine e grado. Ne consegue che quasi tutti i siti, compreso quello del liceo di mia figlia e della scuola in cui insegno, sono costruiti e organizzati allo stesso modo e risultano a grandi linee identici. Anche noi abbiamo impostato l’invio periodico della newsletter riepilogativa. Ti arriva una e-mail dal titolo “Ultime News” (il titolo comunque si può personalizzare) e sotto si possono leggere le preview delle ultime circolari pubblicate.

Il fatto è che se non avete fatto il militare o non lavorate nella scuola o nella pubblica amministrazione, difficilmente saprete che, come sostiene Wikipedia,

una circolare sostanzialmente consiste in una lettera o in un documento in formato elettronico ma anche una comunicazione telematica (ad esempio, un’e-mail). L’uso delle circolari è tipico delle organizzazioni burocratiche, pubbliche e private, dove vengono utilizzate dai superiori per impartire ordini e disposizioni ai loro subordinati, definire linee guida di operazione e produzione, oppure per interpretare norme giuridiche (soprattutto nell’ambito della pubblica amministrazione)

Come è facile immaginare, nell’azienda in cui lavoravo prima di fare l’insegnante nessuno inviava mai circolari a nessuno. Si mandavano e-mail, si condividevano informazioni negli ambienti comuni, si pubblicavano post, ma di circolari nemmeno l’ombra.

E questo non sarebbe un problema se la compresenza di un processo tecnico e specifico di un ambiente a sé – e dai rimandi obsoleti – non dovesse coesistere con un sistema snello e smart come l’Internet e il digitale tout court. Il punto è che il testo della preview della circolare, anticipato nella newsletter, dice più o meno cose come

Circolare n. 138 – Ricevimento genitori secondo quadrimestre
Circolare n. 138
Leggi tutto

Il link è sul pulsante “Leggi tutto” e, cliccandoci sopra, si va alla pagina del post pubblicato sul sito della scuola in cui, anziché il testo contenuto nella comunicazione “circolare”, come un utente si aspetterebbe di leggere, è presente invece una cosa tipo

Circolare n. 138 – Ricevimento genitori secondo quadrimestre
24 Gennaio 2020
Circolare n. 138

Quindi, ancora niente. Il link questa seconda volta è inserito su “Circolare n. 138” e porta non alla pagina con l’articolo della suddetta circolare ma apre un PDF con la circolare stessa. Il documento in PDF è frutto del passaggio allo scanner di una circolare scritta al computer, stampata, firmata dalla preside, quindi digitalizzata nuovamente, con tanto di piedino “stampa questa e-mail solo se necessario”, pubblicata sul sito e collegata tramite link con il relativo articolo.

Questo processo dell’assurdo si manifesta anche nella mia scuola. Perché non si può mettere direttamente il contenuto della circolare in un articolo pubblicato sul sito a nome della preside? Mi sono chiesto il motivo e l’ho individuato nell’esigenza di divulgare informazioni autorizzate da chi è a capo di tutto per evitare responsabilità, da qui l’uso delle circolare intestata con tanto di timbro e firma. Ma l’effetto sarebbe lo stesso pubblicando il testo della circolare stessa anziché il suo PDF digitalizzato a nome dell’autore (la preside), peraltro rendendolo indicizzabile e rintracciabile tramite i motori di ricerca. O forse è diventato prassi un errore dovuto alla scarsa dimestichezza con le piattaforme di content management di chi, qualche anno fa, ha iniziato a occuparsi di queste cose. Siamo del duemila e venti, diamine, e di circolari dovrebbero esserci solo quella destra e sinistra lungo la circonvallazione di Milano.

è stato un tempo solitario

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Il giorno in cui mi è esploso per la prima volta il rock dentro io me lo ricordo benissimo. Avevo poco più di sei anni, era il duemila e venti, facevo la prima elementare e c’era stata una specie di epidemia di febbre e tosse per cui eravamo in dieci in classe. Nell’intervallo lungo dopo la mensa non sapevamo più a cosa giocare e il maestro aveva fatto il gioco del dj. A turno, ognuno di noi poteva scegliere una canzone da ascoltare tutti insieme. Potevamo scegliere qualsiasi cosa, l’importante è che non ci fossero parolacce in italiano. Il maestro, che nel digitale era un vero mago, aveva persino allestito sul computer una specie di ruota della fortuna con tutti i nostri nomi da far girare per il sorteggio. Quel giorno la scaletta, vista a posteriori, era stata vergognosa: il gatto puzzolone, Calypso di Mahmood, uno dei tanti Rovazzi fino a una improvvisazione senza capo né coda, un brano da tanto al mucchio con un solo di sax infinito. Avevamo finito il giro, cioè tutti avevano fatto la loro proposta, ma Alice, quella che quindici anni dopo avremmo battezzato Barbie Suora Laica e che già quel giorno stesso, ironia della sorte, aveva trovato in classe un mocassino marrone riconducibile alla celebre pin up in plastica della Mattel, aveva chiesto al maestro di scegliere qualcosa lui.

Il maestro avrebbe potuto agire di impulso per marcare la differenza con i suoi gusti mettendo i Cure, o i Joy Division, i Talking Heads, persino “Another Brick in the Wall” o un riempipista come “Slow Hands” degli Interpol. Invece – ma questo me lo ha confessato solo anni dopo – malgrado si trovasse in uno stato influenzale preoccupante (era fuori di testa, veniva pure con la febbre alta perché diceva che si sarebbe sentito in colpa nel caso avessero diviso la classe), è riuscito a concentrarsi qualche secondo per individuare il brano che più di ogni altro potesse costituire la sintesi del rock’n’roll. Quindi, senza troppi indugi, ha avviato Youtube e ha messo questo.