cosa resterà di questi anni ottanta

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Posso capire che il tempo ci abbia preso gusto a toglierci gente come Bowie, George Michael e Prince con il fine ultimo di sottrarci quell’identità che ancora nel 2519 probabilmente sarà insegnata sui libri di storia. “Vedete le foto di questi tizi che si pitturavano la faccia” racconteranno gli insegnanti a scuola, “riempivano gli stadi e facevano tirar tardi ai ragazzini nell’attesa delle trasmissioni di videoclip musicali alla tv perché Youtube non esisteva ancora e nemmeno giravano così tanti soldi per acquistare tutti i dischi in cui trovare le migliori parole per far capire le cose che ci si portava dentro? Questa dimensione così difficile da comprendere a chi, grazie al virtuale, è passato definitivamente dall’altra parte oltrepassando quel confine che tante volte i ragazzi degli anni ottanta del ventesimo secolo hanno provato a scavalcare con la sola forza della musica?”.

Posso capire che smantellare un intero immaginario di icone pop sia utile a far tornare con i piedi per terra una generazione, oggi cinquantenne, che è stata tirata su con una mitologia di benessere impossibile da sostenere in un mondo a elevata complessità, ai tempi difficile da prevedere: la fine dello stato sociale, la solidarietà come motore del progresso e, a quanto si legge in giro, la democrazia stessa e i valori fondanti della libertà.

Posso capire che dopo aver dilapidato una delle più corpose banche dati artistiche della storia dell’umanità per fornire ispirazioni a un’industria musicale di lì a breve condannata all’estinzione dalla scarsa lungimiranza della sua stessa classe dirigente e per raschiare sul fondo del barile i rimasugli da spartirsi, si continui a riproporre le stesse sonorità, gli stessi generi e persino gli stessi artisti che probabilmente preferirebbero godersi serenamente la pensione anziché calcare le scene con i reumatismi e la cataratta perché gli unici ancora in grado di trasmettere emozioni con le loro canzoni.

Posso capire tutto, ma che cosa vi ha fatto Mark Hollis per indurvi a riprenderlo indietro così presto? Per dire, io non avevo ancora capito con che synth facessero il suono di gabbiani di “It’s my life”, pensate un po’.

mai più senza

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Se avete cambiato lavoro o siete stati scaricati dal partner avrete appurato che le cose, senza di noi, continuano il loro corso e che il nostro passaggio è stato a dir poco ininfluente. Appurare se peggio o meglio non è di nostra competenza perché saremmo in pieno conflitto di interessi. Il fatto è che lo scenario che ci ha visto interpretare la funzione di comparse ingaggiate a tempo determinato va avanti da sé, non esistono attori protagonisti senza i quali la trama diventa incomprensibile. Anche se il genere umano sparisse dalla faccia della terra a seguito di una combinazione fatale di tasti ctrl+alt+canc+qualcos’altro il film continuerebbe all’infinito. Facile pensare allora alla vostra ex come se la spassa ora con il suo nuovo moroso o come si sia ambientato lo sconosciuto responsabile comunicazione che è subentrato al vostro posto e per il quale, una volta date le dimissioni, vi siete prodigati a lasciare tutto in ordine durante il periodo di preavviso in modo da consentirgli di dare continuità al vostro operato. Quanto siamo ingenui. Chi siede alla vostra postazione avrà fatto immediatamente piazza pulita per dimostrare il nuovo cambio di corso. Non è il caso ricordare che cosa succede negli ambienti che avete abitato, o scendere nel dettaglio di alcuni particolari mobili pensati per ospitare due persone.

anche quando non fanno rima

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In fondo le canzoni sono poesia musicata. Ce lo insegnano anche a scuola gli autori dei libri di testo più innovativi quando mettono nei capitoli dedicati alla letteratura contemporanea i vari De André e compagnia bella e noi pensiamo che, a differenza della poesia vera e propria che parla di noi ma con un linguaggio autoreferenziale, i testi delle canzoni fanno lo stesso con le parole di tutti i giorni, messe comunque in un modo che noi non riusciremmo mai a imitare. Ecco perché ci piacciono così tanto e perché le troviamo fortemente evocative. Un fattore che si avverte anche dal vero, provateci anche voi. Si sente quando qualcuno dice qualcosa aumentando la mole di significati delle sue parole rispetto a quanto richiesto da una normale conversazione. Lo sforzo di attribuire più chiavi di lettura a ciò che si intende comunicare viene riconosciuto da chi assiste alla vostra poesia in potenza come cosa intelligente, profonda, divertente, stimolante, comica, motivante, romantica, piacevolmente deprimente, malinconica, straniante e in mille altre manifestazioni della sensibilità umana. In questi casi le parole assumono la dignità di essere scritte, riportate, citate, virgolettate e tramandate. Potete immaginare gli effetti della magia di saper modulare questi impeti sulla musica. Lo proviamo ogni volta che ascoltiamo una canzonetta, e a me è successo ancora ieri, ascoltando questa canzonetta qui.

non ti girare

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Tornerei indietro nel tempo solo per impedire a un’intera generazione di ragazze e ragazzi di scrivere il proprio nome a penna sulle copertine dei 33 giri.
Tornerei indietro nel tempo solo per far cantare “Elena” dei Diaframma a Mino Reitano.
Tornerei indietro nel tempo solo per impedire l’invenzione dei videogiochi ed evitare i balletti di Fortnite che fanno i vostri figli.
Tornerei indietro nel tempo solo per non buttare via le Creeper e tutto il resto del mio guardaroba anni ottanta. Se solo qualcuno mi avesse avvisato che il futuro sarebbe stato un eterno prolungamento della dicotomia tra paninari e dark mi sarei comportato in modo più lungimirante e oculato.
Tornerei indietro nel tempo solo per spendermi di più per il successo dei Negrita a valle delle mani in faccia che Pau ha messo a quella sagoma di Scanzi.
Tornerei indietro nel tempo solo per sconfiggere in tempo il patchouli e liberare i posteri dalla schiavitù di sentirne l’essenza in giro.
Tornerei indietro nel tempo solo per attribuire la giusta statura politica a Enrico Letta.

a proposito, che mi dici del momento storico che stiamo vivendo?

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La fiction italiana ha dei seri problemi quando narra le storie ambientate nel passato recente. Quando ci sono di mezzo gli anni settanta, poi, si cade spesso nel ridicolo. I limiti della nostra cinematografia sono spesso riconducibili intanto alle facce degli attori italiani di oggi che, anche quando sono truccate da italiani di ieri, risultano poco credibili. Si calca spesso troppo la mano sugli stereotipi estetici e, se provate a prendere qualche foto dei vostri nonni o dei vostri genitori all’epoca (oppure se avete la mia età o siete più vecchi vi basta ricordare come eravamo) non troverete nessuno così messo male. C’è anche un fattore di evoluzione del nostro aspetto, passatemi il termine. Ai tempi le dentature perfette erano rare come certe bellezze evidentemente frutto di una fase genetica (spero si dica così) determinata da un generale miglioramento delle condizioni economiche e sociali degli italiani. E, ancora, i fisici maschili non erano così pompati e curati come quelli degli attori di oggi tanto che la moda stessa, così attillata, era pensata su taglie e proporzioni nettamente diverse. Sarebbe bello approfondire questo tema, magari da gente meno cialtrona di me.

Un altro tema che contribuisce a marcare la differenza abissale con la fiction USA in costume sono i dialoghi. Le nostre sceneggiature sono spesso riempite di battute impossibili in natura. Questo per un difetto di base: la fiction italiana sugli anni settanta deve per forza inquadrare al massimo gli avvenimenti nel contesto politico dei tempi. Non che questo aspetto sia secondario, tutt’altro. Ma gli autori potrebbero fare uno sforzo per mantenerlo centrale nella storia in modi meno artificiali.

Per farvi capire cosa intendo, ho visto una parte di “Mia”, il film tv dedicato a Mia Martini. C’è un punto in cui Mia Martini si incontra con Franco Califano per prendere accordi sul pezzo che lui dovrà scrivere per lei, che poi sarà “Minuetto”, uno dei più grandi successi della cantante. Nella scena successiva, Mia Martini è a casa con la sorella Loredana Bertè e, di mattina, arriva un mazzo di fiori con allegato il testo della canzone fresca fresca di scrittura. Il campanello suona, Loredana apre la porta e ritira la consegna. Mia si sveglia e va vedere all’ingresso che succede. Potete seguire la scena qui, più o meno a 00:39:48.
Ecco cosa si dicono le due protagoniste:

Mia: -Chi era?
Loredana: -Questi (fiori) sono per te. E anche questa (la lettera con il testo di “Minuetto”)
Mia: -Ma che vizio che c’hai di prendere la roba mia… anche quella camicia!
Loredana: -Guarda che questa qui l’ho presa a Londra, al concerto di Crosby, Stills, Nash & Young, micaaa… (come a dire: facciamo canzonette solo perché ce lo impone l’industria musicale, se dipendesse da me saremmo folksinger impegnate)
Mia: -Eh appunto, ti ricordo che c’ero anch’io a quel concerto e quella camicia è mia.
Loredana: -Guarda che siamo sorelle io te, non lo so. Dovremmo dividerci tutto e stai lì attaccata alle cose tipo polipo. Scusa, maaaa… l’abolizione della proprietà privata che cos’è, un concetto astratto? E pure il femminismo, Mimì, te lo dico, eh. No, se sei messa come dice ‘sto pezzo… ciao! (ecco qui i temi portanti del dibattito dell’epoca sintetizzati in una battuta di conversazione. Quindi fatemi capire: negli anni settanta le persone si svegliavano e prima di colazione e sentivano già il bisogno di ricordarsi reciprocamente quali erano le rimostranze dei movimenti dell’epoca?)
Mia: -Ti ho preparato la mousse di cioccolato, è in cucina, così magari ti addolcisci un po’ (attenzione: ma allora c’è una parte della società italiana che auspica nel disimpegno. Ecco la maggioranza silenziosa. Ecco i nemici del popolo.)
Loredana: -Guarda che qui succede un casino! Stragi, attentati, colpi di stato. E questi scrivono ancora ‘sta roba! (ma c’era bisogno di uno spiegone come se Mia non sapesse quello che stava succedendo? Risulta palese che Loredana la ragguaglia solo per mettere al corrente chi sta guardando la tele nel 2019 che invece è il 1973)

In questo passaggio manca la naturalezza, si percepisce in eccesso l’espediente narrativo finalizzato a sensibilizzare il pubblico sul contesto, rendendo surreale la scena e togliendo ogni volontà di proseguire la visione allo spettatore mediamente intelligente.

il mondo senza i Beatles

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“Yesterday” è il nuovo film di Danny Boyle in uscita quest’anno e la trama è una fedele rappresentazione di una delle mie massime perversioni. Un cantante si risveglia da un brutto incidente in un mondo in cui i Beatles non sono mai esistiti e, come è facile immaginare, non perde tempo a sfruttare l’occasione per diventare una pop star con le canzoni di Lennon e McCartney. La mia versione è leggermente diversa e altrettanto inverosimile: grazie a un potente accumulo di energia sulla tastiera del mio pc mentre scrivo si genera una scarica che mi riporta ad aver quattordici anni proprio nel 1981, anno in cui ho formato la mia prima band. Un miracolo che mi consente di proporre i successi dell’ondata di new-new wave degli anni duemila e rotti ai tempi in cui era in auge il primo post-punk. Nella mia sceneggiatura ci siamo io e gli amichetti con cui, per la prima volta, siamo saliti su un palco, che ci diamo dentro con Interpol e cose simili e il pubblico rimane allibito per la modernità del suono. Se un giorno la mia storia avrà l’opportunità di essere pubblicata, probabilmente la intitolerò “Antics”.

come vuoi che vada

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Il recente trionfo pilotato dal complotto anti-grillista dell’élite contro la gente che ha visto Mahmood vincere a Sanremo è solo l’ultimo caso. La storia della musica è zeppa di testi di canzoni in cui l’interprete chiede “come va” o “come stai” a un indefinito interlocutore, avviando un dialogo che, al momento, non ha ottenuto ancora nessuna risposta. E come vuoi che vada, ci verrebbe da incalzare così ogni autore che ha rilasciato, nel tempo, questo quesito nell’universo probabilmente nella speranza che qualcuno abbia la voglia di munirsi di carta e penna e restituire al mittente un feedback retorico. “Va peggio, va meglio, non so dire, non lo so” è la risposta più intelligente che sia mai stata data conformemente a qualche strana posa. Ma, CCCP a parte, proviamo a fare un po’ d’ordine e vediamo qualche esempio in cui la fatidica domanda è un elemento fondamentale della lirica di un brano. Se vi viene in mente qualcos’altro, nei commenti c’è spazio per tutti.

Dalida – Ciao come stai

Garbo – Cose veloci

Albano e Romina – Cara terra mia

Premiata Forneria Marconi – Come ti va?

Sfera Ebbasta – Tran Tran

Mudimbi – Il Mago

Shade – Bene ma non benissimo

Ligabue – Tutti vogliono viaggiare in prima

Mahmood – Soldi

per finire con il classico dei classici: Oye como va

corto circuito

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Non è facile mettere in sequenza quello che significa questo video, ma ci proviamo lo stesso. I Weezer sono una band di gente più o meno cinquantenne come me, quindi cresciuta nel brodo culturale degli anni ottanta. Qualche settimana fa i Weezer hanno pubblicato un disco di cover con molti brani degli anni ottanta che si intitola “The Teal Album”. Il bello di questo disco è che i pezzi non sono stravolti, come spesso è successo in passato da parte di gruppi rock o alternative rock che sono riusciti a mettere in luce la bellezza di certe canzonette eseguite in versioni agli antipodi, come approccio. Pensate a “Big in Japan” dei Guano Apes o le numerose versioni nu-metal di “Enjoy The Silence”. In “The Teal Album” i brani riproposti sono pressoché identici. Di questo disco, i Weezer hanno appena pubblicato un singolo con annesso video, ovvero “Take On Me” degli A-Ha. Il video è interpretato dai Calpurnia, la band che ha come frontman Mike Wheeler di “Stranger Things”, e cioè il giovane attore Finn Wolfhard. È inutile che vi ricordi l’ambientazione della serie “Stranger Things”, gli innumerevoli richiami culturali e, manco a dirlo, la colonna sonora. Il video di “Take On Me” degli A-Ha rifatta dai Weezer è ambientato proprio nel 1985, che è più o meno l’anno di uscita del successo della band di Morten Harket. Nel video si vede Finn Wolfhard disegnare fumetti che si animano, proprio come nel video originale della canzone. Poi l’attore raggiunge gli altri membri del gruppo che simulano l’esecuzione del brano. E comunque anch’io ho suonato con un chitarrista che aveva la chitarra synth Casio DG-10. Ecco, questo è tutto, ma ho fatto così tanti giri che ora devo sedermi per non cadere. Dovete comprendermi, sono un ragazzo degli anni ottanta.