mi devo preoccupare, non mi devo preoccupare, mi devo preoccupare, non mi devo preoccupare…

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Un paio – abbonderò per difetto – di cose viste e sentite negli ultimi giorni. Il periodo è un po’ la morte dei sensi, si sa, ma gli stimoli esterni non godono di molta salute. Cioè, non sono io a vedere tutto grigio scuro.

Un paio di giorni fa, meno che a spasso, diciamo trascinando le membra forzosamente tra le vie perpendicolari che fanno da cornice al mio ufficio. In viale Piave, intorno alle 13.30, sotto una temperatura canicolare, una statua tutta blu – non immagino né chi fosse la persona dentro né chi fosse la persona “fuori”, in tutti i sensi – proprio nel lato battuto dal sole. Fermo. Immobile. Statuario. Ma nessuno passava, sì, sono passato io e pochi altri. Mi ha riportato alla mente un libro letto un paio di mesi fa o forse più, Observatory Mansion di Edward Carey. Consigliato. Sconsigliato invece il mestiere di statua in quelle condizioni. Anche se mi vien da dire in tutte le condizioni. Vedo statue umane da vent’anni. Provare a cambiare il repertorio? E uno.

Oggi ho pensato che il Futuro delle Libertà sia tutto qui. E anche un po’ quaqquaruaqquà. E due.

Rientro orora, infine, da una fuga dal concerto dei Fratelli Calafuria. Sarà che non sono più abituato agli standard indie italiani. O i suoni che non erano granché. O il nuovo corso e il nuovo batterista. O, conoscendoli solo su disco, li avevo idealizzati. Ma sono scappato. Tra me e quel palco, c’era il baratro. Prometto di non vedere altri concerti prima dei The National. E tre.

la freccia rossa, la freccia nera

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Quando non era sicuro viaggiare sui treni e sostare in stazioni, ma i parassiti, le lenzuola d’oro, la tav, la pulizia delle carrozze in sub-sub-subappalto e i pendolari in protesta sui binari non ne erano ancora la causa. Le voci nel giorno della commemorazione, anche se la commemorazione dovrebbe essere ogni giorno, ogni giorno degli ultimi 30 anni. Ma che rievocazione sarebbe stata, senza l’assenza del governo? O forse il governo allora c’era, ma dalla parte sbagliata.

*.e libertà

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Dopo varie proposte di nomi, io ho fatto la mia ed è stata accettata: mi fa molto piacere, perché in un momento storico importante l’idea di aver dato il nome ad un nuovo partito è bella. Perché questo nome? Credo che Gianfranco Fini sia la persona che incarna meglio l’idea di un futuro di libertà per questo paese, perché ha un grande rispetto per le istituzioni e ha voglia di migliorare l’Italia”. Futuro e libertà è un auspicio che vale per tante cose: “Nella ricerca, nella laicità rispetto alle religioni, nell’economia.

La paternità è quindi di Luca Barbareschi. A parte questo, la libertà sembra stare bene  con tutto. Prima di futuro e libertà c’erano sinistra ecologia e libertà, addirittura un ossimoro come “fascismo e libertà”, il movimento del senatore Pisanò. Davvero parole in libertà.

Che ha dato il suo profumo ad ogni fiore

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In questo interregno che è l’estate, l’estate quella vera, quella di mezzo. In questo limbo. In questa fase dell’anno tra parentesi, luglio e agosto, in cui si perpetua  la temporanea diaspora di menti e corpi – soprattutto corpi – e case e uffici e mezzi di trasporto privati e pubblici urbani ed extraurbani (e talvolta anche animali) rimangono abbandonati a sé stessi. In questa sospensione dei principi costitutivi della società, in cui l’economia si ferma, i clienti non scrivono e non rispondono alle e-mail, dalle finestre spalancate si odono echi delle crisi familiari e bestialità varie. Quando le giornate iniziano ad accorciarsi di nuovo, e il contrasto stridente tra il viaggio prossimo e il ritorno dallo stesso – a settembre – mette ansia. Quando si è già troppo stanchi per andare via, e in un attimo è già l’ora di ricominciare. In questo trionfo di ormoni e solitudini, di bambini ignari e di anziani che deambulano sbalorditi, come se ogni estate fosse quella più calda della loro vita. In questo festival delle nudità, dei compromessi tra moda e essere comodi e freschi, delle asimmetrie tra pants sempre più short (e hot) e stivali-infradito. In questo susseguirsi di veloci scambi di battute tra conoscenti – un esempio? me ed i miei conoscenti, cose tipo “Dove vai in vacanza?” . E io “A Parigi e…”. E lui/lei incalza: “A Disneyland?”. “No. A Parigi”. Non è che se ho figli e vado a Parigi vado per forza a Disneyland. Anzi, diciamo che non ci vado apposta a Disneyland. La Torre Eiffel e tutto il resto sono già un discreto parco di divertimenti.

Dicevo. In questa bolla d’aria, perlopiù calda, in cui tutto è concesso quasi come a carnevale, mentre è facile smarrirsi e non trovarsi mai più (speriamo). In questa nube di odori e sapori forti, di tormentoni melodici, di pori in attività 24*7 e di viste già viste prima, su Internet in pausa pranzo. Insomma, oggi. In questo attimo in cui sto scrivendo, si consuma il vero giro di boa. Altro che New Year’s day. Quello vero, quello decisivo, è dietro l’angolo. Ancora qualche giorno, quando scatterà l’orario estivo su ogni nostra abitudine e saremo ufficialmente sospesi. Leggeri. Altrove. Probabilmente in coda.