quella sera

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Riporto qui una conversazione da birra media al pub, una vera e propria amichevole confessione (più che intervista) a E. e B., amici di vecchissima data con me e tra di loro, nonché co-fondatori del mio primo vero gruppo rock. Un pour-parler (con dignità di associazione di questo post alla relativa categoria) per ricordare – da profani del calcio quali eravamo, un po’ per posa – Enzo Bearzot. Ma soprattutto Pertini, l’82, i nostri 15 anni, il secolo breve e quello brevissimo che ne è derivato, il PCI quale partito di massa che era, le salamelle alla Festa dell’Unità, il disimpegno anarcoide come primo sintomo del riflusso, un paio di ragazzine fonte di ispirazione della nostra arte, come si sta meglio da adulti tutto sommato, varie ed eventuali.

B.: “Non ricordo come è nata l’idea, come ci si era messi d’accordo, il perché e il percome”.
E.: “Già. Seguivamo il calcio a singhiozzo. A me non importava più di tanto, perché, prima di tutto, eravamo musicisti”.
B.: “Aspiranti”.
E.: “Molto aspiranti. Avevo visto le prime partite del Mondiale, ma, un po’ per scaramanzia – la nazionale non era andata così bene – un po’ per noia, un po’ perché le tipe che ci piacevano non seguivano il calcio, vi ricordate? Insomma, al terzo pareggio mi ero stufato”. Così, mentre tutti erano incollati alle telecronache, noi si andava in giro con la nostra scorta di mini-groupies.
B.: “In realtà noi eravamo i groupie di quelle tipe lì, che non erano mai necessariamente una a testa. Il rapporto era 2 o più ragazze che miravano a uno di noi, o 2 o più ragazzi che miravano a una delle 2 o più di cui sopra”. Incroci o catene sentimentali che minavano l’unità, con la u minuscola. Quella della Sacra Famiglia Indissolubile dell’Antico Legame del Rock’n’Roll. B.:” Tu ai tempi eri ancora e perennemente all’asciutto, vero?” Nulla di strano. Questo era quel che succedeva tra quindicenni un po’ sfigati e di provincia.

I Mondiali dell’82, dicevamo. La risalita a testa alta della nazionale, grazie al carisma non-carisma di Bearzot e ai gol non-gol di Paolo Rossi, l’avevamo seguita sbirciando nei bar gremiti, davanti ai negozi di elettrodomestici con le TV sintonizzate sugli stadi spagnoli, l’audio rubato dalle finestre aperte nella canicola ventilata della riviera. Come se ad aumentare la sudorazione non fossero sufficienti gli ormoni già in subbuglio.

B.: “Ricordi? Ero innamorato di S., che a sua volta non era innamorata di me ma di E. S. non faceva parte delle groupies, quindi era estremamente difficile incontrarla a spasso, con le amiche”. Altro che Italia contro tutto il resto del mondo. Né musica, né calcio, né politica. Solo far colpo.
E.: “Probabilmente S. seguiva le partite ai Bagni, con la sua famiglia.  S. aveva 13 anni, mentre noi scorrazzavamo per la città a perdere tempo, bere spuma e giocare a Space Invaders, in attesa di chiuderci a sudare in sala prove – la scusa delle prove – con quelle groupies più spregiudicate e consapevoli di accompagnarsi a musicisti”. Siamo tutti concordi: S. e le sue amiche perbene non avrebbero mai accettato l’invito a trascorrere il pomeriggio con dei veri tamarri come noi, se non all’insaputa dei genitori. Non uscivano nemmeno di sera da sole.

Venne poi il giorno della finale. Quella sera che, come ho già accennato, è stato il vero spartiacque. Chi l’ha vissuta (in un modo o nell’altro, come il mio) e chi no o non ricorda, perché troppo piccolo. L’ultima sera degli anni 70, capitata solo per caso nel 1982. Ma a me, partecipare alla chiusura di un ciclo socio-culturale-politico avrebbe fatto paura, probabilmente, se solo l’avessi saputo. E in genere, tutto mi interessava poco. Ero un musicista (aspirante). Così R., il nostro batterista, ci propone di voltare le spalle all’appuntamento con la storia per un concerto jazz di Tullio De Piscopo alla Festa dell’Unità. Ottimo.

E.: “Non ricordo granché delle ore precedenti, come abbiamo raggiunto l’area concerti”. Poi però abbiamo il flash. “Ecco: noi tre e R., seduti al tramonto, in tutto meno di 10 persone sparsi tra le file di sedie. Fuori dalle transenne invece la ressa di spettatori e tifosi agli stand e ai ristoranti del Festa. Anche il banchetto del circolo Italia-URSS con la tv accesa: grida di approvazione, gemiti, parolacce e bestemmie”. Ma non si trattava di un problema di appartenenza, di tessera di partito, di anime votate alla sezione di militanza ricondotte, come chiunque altro in quel momento, ad una unica trama patriottica e popolare. Nessuno di noi si era posto il problema che forse, visto da qui, il nostro atteggiamento poggiava semplicemente su un qualcosa di radicato e inconscio, un background culturale di un’altra epoca, già finita e presto dimenticata.

Silenzio, sta per iniziare il concerto? B.: “Avevo giusto notato, sul palco, una strumentazione un po’ poverella per il calibro dell’artista”. Stiamo parlando di Tullio de Piscopo. E.:”Anche io. Batteria di sottomarca, tastiere (curioso per una formazione jazz), amplificazione sottodimensionata per l’evento”. Fini osservatori: uno degli organizzatori sale sul palco avvertendoci che (non con queste parole) De Piscopo non suonerà. Già. Anche lui e i suoi musicisti si sono barricati in qualche hall di albergo a soffrire sulla partita. Ma non tutto è perduto. Al suo posto, al termine della finale, si terrà l’esibizione di una cover-band (ai tempi non si chiamavano ancora così) locale. No. Lo scambio con il concertino dei V., che suonano roba tipo “What a feeling” o “Betty Davis Eyes”, è al di sotto della nostra soglia di tolleranza.

Ma, nel frattempo, ignara del colpo inferto alla nostra adolescenza, la storia segue il suo corso. E di contorno, ad ogni gol della nazionale, la massa urla di gioia, i compagni saltano, si abbracciano, dispensano gratuitamente vino, birra e salamelle. Noi, irriducibili, rimaniamo lì, a discutere come un gezzista del calibro di De Piscopo possa rinunciare ad esibirsi per seguire una banale partita di pallone. B.: “Ma sapevamo il perché, a giudicare da come tutti, intorno a noi e tranne noi, si stavano divertendo”.

Insomma, la finale finisce, l’Italia, tutta, quella guidata da Bearzot e quella guidata da Pertini solleva la coppa ed esce dalla sua interminabile “notte zavoliana”. Tutta la nostra città si tinge di azzurro, a migliaia si riversano nelle strade e nelle fontane a festeggiare. A milioni in tutto il Paese, pronti a barattare 15 anni di tensioni, di lotta, di diritti conquistati, di segreti di stato con un notte di orgoglio, da stemperare presto davanti alla tele al primo che avrà il guizzo imprenditoriale di catturare il disimpegno e di congelarlo davanti a Ezio Greggio e a un paio di quinte abbondanti tracimanti dalle scollature.

E noi, ignari e infelici. E.: “Io ero amareggiato perché, in un colpo solo, avevo perso la finale e un concerto. Avevo persino litigato con mio padre perché voleva che seguissimo l’incontro insieme. Mi spiace, non ve l’avevo mai confessato”. Anche i miei genitori erano stupiti della mia scelta. Io avevo argomentato semplicemente con un “chissenefrega, al massimo la vedrò in differita quando ritorno a casa”.

E anche questa è una storiella più o meno senza finale. Io, R., E. e B. ci stiamo avviando verso i nostri odiati-amati domicili, tra il tripudio generale. Ad un semaforo incontriamo S. con le sue amiche e le loro famiglie. B.: “Ricordate? S. aveva una maglietta azzurra e un nastrino tricolore sulla fronte”. Si stanno dirigendo nel posto da cui noi stiamo tornando, per festeggiare con tutti. Abbiamo orari e esigenze opposte. E non c’è dubbio: S.  è bellissima, all’unanimità. Con le amiche si stacca dal gruppo e ci raggiunge, scambiamo qualche parola, ma è stupita (delusa, direi) del fatto che non abbiamo visto la partita. Un po’ imbarazzati ci salutiamo e ci separiamo. S. e la amiche a festeggiare in piazza. Proseguiamo così il rientro da reduci, frastornati dal nostro titanismo inconsapevole, incompreso e controproducente, dannoso se si vuole far colpo sulle ragazze carine e perbene. A casa, i miei  brindano con spumante e pasticcini. Che esagerazione. C’era ancora mia nonna ed era arrivato da poco un gatto, bianco e nero. Io ricordo di aver acceso la TV e di avere visto i gol a uno speciale, uno dei tanti. E di non essere riuscito ad addormentarmi tanto presto.

ceffoni preventivi

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Siamo a 4, se non erro. Spero di non aver dimenticato nulla. Nel caso,  segnalatemi le facce da schiaffi e pugni, o colpite  da souvenir, dell’attuale maggioranza, centrale o locale (valgono anche zerbini e portavoce collaterali vari). Gli autori? Tutti facinorosi estremisti di sinistra, ovviamente. Il mandante? Il PD, prima di Franceschini, poi di Bersani. Dunque, nell’ordine:
1. Souvenir del Duomo di Milano in testa a Berlusconi
2. Pugno in faccia a Capezzone
3. Schiaffi e pugni (e digestivo amaro) a Emilio Fede
4. Pugno a De Corato

il 1981, lo spleen e Nikka Costa (fare i conti con la propria adolescenza)

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Mi scrive Luca B., un tempo mio vicino di casa. “Pensare a decine è un gioco rischioso, se ci si guarda indietro o si fanno sogni in avanti, o si sbircia per lo meno di lato. 2011 meno due decine e siamo già nel 1991, anno del mio congedo dalle forze armate.Sempre nel 2011 saremo a una decina tonda tonda dalle Torri Gemelle o, ancora più impressionante, il mio anno di nascita, 1967, era a poco più di due decadi dalla fine del secondo conflitto mondiale. Mi piace e mi corrobora lo spleen, comunque, ogni anno e alla fine dell’anno, pensare a come era tempo fa, spostandomi di cifre tonde. Un passatempo dannoso, ai tempi di Youtube“. Luca ha commesso un errore: ha usato 1981 come keyword e ha premuto invio. “Non ho pensato, o, meglio, ci sono arrivato dopo, che lì non c’è solo la mia memoria, ma una memoria digitalizzata di milioni di persone. Cioè, tutto. E, dato che non temo il fatto di non essere unico – per mia fortuna – ho visto anche miei ricordi, tali o presunti“. Anche Luca, vittima della sovraesposizione alle informazioni di Internet, a volte fa fatica a distinguere il reale dall’immaginario? “Per farla breve, spezzoni di un concerto dei New Order ancora molto acerbi. Tutte le tracce de La voce del padrone. Ma, su tutti, On my own di Nikka Costa“.

Questo è stato il momento del link, la sinapsi. Il contatto. 1981, estate, tutti con le finestre aperte sul cortile. Luca, il mangiacassette a manetta, e Nikka Costa che canta On My Own, ma lo canta a ripetizione (nonsiamo ancora nell’era della dematerializzazione, il pulsante replay non esiste per i riproduttori di nastro. Occorre premere rewind e attendere che il dispositivo termini la funzione). Quindi Luca, ogni 3 minuti e rotti, torna indietro e riascolta il brano.

I related links di youtube mi suggeriscono però la versione di Irene Cara tratta dal film Saranno Famosi, proprio dopo il video tratto dalla serata finale del Festivalbar 1981, in cui Don e Nikka, padre e figlia, chitarra e voce, propongono live, in una era di playback selvaggio, il brano. Nikka sembra una bambola, un po’ i boccoli e un po’ l’estetica degli ’80, non è come me la ricordo, io ero innamorato di lei. La amavo. Così rabbrividisco e provo la versione originale. Irene Cara, piano e voce, di fronte a Martelli – il tastierista talentuoso della scuola: è incredibile come il prodotto melodico statunitense sia studiato su misura per fare accapponare la pelle. Perché la scopro solo ora?“. Già, anche io avrei preferito l’originale, diffusa ininterrottamente attraverso il rimbombo del nostro cortile comune. Soprattutto la variazione blues all’inizio dell’ultimo ritornello “but when i’m down and feelin’ blue”. Già, ci sono cascato anche io. Il 1981. E pensare che 2010 meno venti fa 1980, anno del tempo delle mele. Ma questo blog non esisteva ancora. Altro che spleen, Sophie…