adozioni a distanza di sicurezza

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Giorno di staff meeting. Si chiama così la riunione interna tra account, project manager (che poi sono le stesse persone che fanno entrambe le cose) e il capo. Ci si aggiorna sulle lavorazioni in corso e si ha un quadro di quello che fanno gli altri. La nostra agenzia non è grande, il turn over è ampiamente nella media, non siamo mai più di sei barra sette persone a partecipare a questi incontri in cui si fa il punto della situazione.

La lavagna divisa in altrettante colonne nominali, da aggiornare di volta in volta con i progetti in corso, vira sempre di più verso il bianco, nel senso che è sempre meno popolata dai nomi delle attività in fieri. Già, per la prima volta da quando sono qui, ormai quasi 10 anni, la flessione del mercato, una perifrasi che mi ricorda la ginnastica delle medie e che sta a indicare la crisi, ha fatto prepotentemente breccia nella nostra routine. La temevamo, chiaro. Ma nel 2009 l’abbiamo scampata, addirittura c’è stato un picco di lavorazione nel 2010. A dirla tutta ho lavorato come una bestia, l’anno scorso. Ricordo di aver spento il computer, alle 19.30 dell’ultimo giorno utile prima delle vacanze di natale, dopo aver chiuso e archiviato l’ultimo progetto dell’anno. E mi sono detto che ero proprio bravo, nel 2011 sarei potuto ripartire con tanti nuovi lavori senza avere nulla in pending.

Poi gennaio, ma gennaio si sa che è un mese un po’ assopito, non ci siamo accorti dello stato di coma. Febbraio ha meno giorni, ci sta che vada così così. Marzo è quando si deve decollare, invece siamo rimasti chiusi nell’hangar. Aprile: non pervenuto.

Così ci inventiamo cose da fare, cerchiamo di allungare i lavori che i nostri clienti ci assegnano provando ad assottigliarli un po’ come si fa con la pasta per la pizza. Li schiacciamo per farli aderire a tutta la superficie della teglia, per farli arrivare ai bordi in modo che ce ne sia per tutti. Chiediamo di aggiungere un po’ di ingredienti, arricchire la ricetta, renderla più gustosa. Ma quasi mai si va oltre il pomodoro e la mozzarella, quando non ci si limita alla focaccia semplice, senza rosmarino grazie. Mi si perdoni la metafora, influenzata dalla mia cena di ieri.

I junior iniziano a tremare. Uno di loro avrà il contratto ridotto a tempo parziale fino a settembre, data di scadenza, dopo la quale se continua così non gli verrà rinnovato. Poi c’è C., che è junior solo perché è qui da poco ma ha pochi anni meno di me. Anche a lei è stato imposto una sorta di part time ma che part time non è, nel senso che d’ora in poi a metà stipendio sarà in ufficio quattro ore al giorno, sempre a progetto. A detta di tutti una scelta discutibile: se già hai pochi introiti, rinunciare alla verve e alla propositività diminuendo le risorse equivale a una zappata sull’alluce.

C. ed io, uscendo fianco a fianco dalla stanza dei bottoni, passiamo davanti alle foto dei bambini indiani che, tramite un’associazione attiva in questo campo, l’agenzia ha adottato a distanza. Ha un sorriso di quelli a metà, che meglio impersonificano il sarcasmo, a seconda del punto da cui la stai osservando. “Basta privilegiare gli indiani“, mi scrive poco dopo in chat. “Mi accontenterei di essere adottata, così mettono la mia foto lì vicino all’ingresso, a fianco delle mie letterine in cui scrivo quello che faccio con i loro soldi, ringraziandoli per il fatto che mi mantengono in vita“.

storie di ordinaria folla

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L’informazione è ormai considerata un diritto gratis dell’uomo metropolitano. Mi riferisco all’evoluzione del genere cui apparteniamo anche noi frequentatori dell’ambiente social e virtuale, ovvero l’insieme di bipedi che brulicano sottoterra nelle ore di punta per raggiungere il posto di lavoro. Non si spiegherebbe la profusione di pusher di attualità distorta che presidiano i numerosi varchi di passaggio all’inferno, voragini segnalate da una emme bianca in campo rosso che ogni elettore vorrebbe sempre più vicino al portone di residenza per diminuire il percorso outdoor e la conseguente esposizione alle polveri sottili, se non per veder aumentare il valore del proprio stabile.

Uomini con pettorina di tutte le nazionalità infondono consapevolezza sociale consegnando a cottimo i propri contenitori cartacei pieni di copia e incolla, comunicati stampa elaborati il minimo sindacale e publiredazionali. Ma la free press è anche un ottimo stimolo di evasione dalle celle del sudoku, passatempo ora sempre più desueto e che prima o poi sarà soppiantato definitivamente da app di vario genere.

Sui convogli a rotaie di più lunga percorrenza, che si distinguono dai mezzi dedicati al tratto urbano dal posizionamento dei sedili, è facile abituarsi alle facce degli habitué, tanto che se li incontri sopra, alla luce del sole, quando c’è, e non sei sufficientemente pronto, cadi nell’errore fatale di rivolgere loro un cenno. Perché da quel momento in poi dovrai salutarli sempre.

Da una parte c’è chi resiste nel partecipare e vincere la sfida, come concorrente individuale, alla conquista quotidiana dello spazio vuoto minimo di sopravvivenza, il necessario a consentire i movimenti base, come voltare le pagine della gazzetta dello sport o gesticolare litigando al telefono con il partner del momento. I più fortunati possono godersi il posto al ritmo dell’hi-fi antisociale, determinante per mettersi al riparo dal volume delle suonerie con cui l’italiano usa comunicare al mondo la propria manifesta appartenenza.

La legge numero uno del pendolare misantropo è puntare il posto tra viaggiatori come te, che hanno qualcosa di carta – ultimamente va bene anche in silicio e touch screen – in mano contenente parole sul quale concentrano il proprio sguardo. Guai a trovarsi in mezzo a gruppi più o meno numerosi di persone che affrontano quel percorso ogni giorno insieme e hanno sviluppato confidenza. Nell’interregno del viaggio sui mezzi pubblici, in quell’ambiente mobile, un limbo tra casa e ufficio privo di responsabilità di alcun genere, se non il possedere la tessera elettronica di sopravvivenza mensile, i rapporti che nascono e si sviluppano sono preoccupantemente deleteri. Per il prossimo, intendo.

E oggi sono a pagina 15 di Libertà di Franzen, finalmente è arrivato il mio turno nella lista delle prenotazioni in biblioteca. Sono sintonizzato su un canale a prova di Radio Maria, nulla può distrarmi. Ma è come se avessi un sistema di difesa personale che esercita un’analisi dei contenuti, prima di consentire l’ingresso ai dati attraverso il firewall. La keyword questa volta è la parola “gay”. Non mi sono nemmeno reso conto che i 3 posti limitrofi al mio sono occupati da altrettanti pendolari, volti già visti. Due ragazze sulla trentina, di fronte, e un impiegato che ostenta un look tra l’agente immobiliare e il testimone di geova, al mio fianco. Viaggiano sempre insieme e sono da evitare come la peste, fidatevi. È ora di fare un blog di foto segnaletiche, altro che di facezie come questo. I tre wanted salgono la stazione successiva alla mia e oggi non è stato possibile non soccombere alla collisione.

“Racconta a Valerio dello scherzo che abbiamo fatto a Tiziano”, dice la trentenne A alla trentenne B. “Da morire”, inizia così la narrazione la trentenne B all’impiegato, che scopro appunto chiamarsi Valerio. Prendete nota. “Tiziano non sopporta i gay, davvero, li odia”. È questa frase che, come un’interferenza dopo una curva su una qualsiasi strada provinciale del litorale ligure alterna acriticamente le stazioni radio, irrompe alla mia attenzione. Che non è tanto il fatto che Tiziano odi i gay. Il mondo è pieno di gente stronza. Ma che una persona possa pensare di raccontare una storiella con un incipit simile in pubblico senza un minimo di pudore. “Allora praticamente sono andata sul sito dell’Arci Gay e ho trovato un fac simile della tessera. L’ho stampata, gli ho incollato su la sua foto con nome, cognome e firma, e poi gliela ho messa sulla scrivania”. I tre ridono di gusto e l’aria si fa satura dell’olezzo di una colazione dozzinale appena consumata nel bar della loro stazione di salita, probabilmente cappuccio e cornetto industriale testé gonfiato da un microonde.

Non so se ci sia stato un seguito, tipo che Tiziano abbia fatto un fotomontaggio delle due colleghe impiegate vestite da Nicole Minetti o in piscina con Rocco Siffredi, magari di Nicole Minetti in piscina con Rocco Siffredi, cosa che forse avrei fatto io se fossi stato un collega gay delle due trentenni, magari pubblicandolo in home page del sito aziendale. Sono sceso prima dell’happy end e non ho sentito il finale della barzelletta. Ho fatto attenzione al gap tra me e loro, fingendo di essere nella metropolitana di Londra. Quindi sono salito a rivedere le stelle, procedendo immobile sulla scala mobile, tenendo, come tutti, rigorosamente la destra.

vivere e morire a milano, nel 1944

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in a Milano, quattro stagioni (rossa), tifiamo rivolta

L’inverno del ’44 è stato a Milano il più mite che si sia avuto da un quarto di secolo; nebbia quasi mai, neve mai, pioggia non più da novembre, e non una nuvola per mesi; tutto il giorno il sole. Spuntava il giorno e spuntava il sole; cadeva il giorno e se ne andava il sole. Il libraio ambulante di Porta Venezia diceva: «Questo è l’inverno più mite che abbiamo avuto da un quarto di secolo. È dal 1908 che non avevamo un inverno così mite.» «Dal 1908?» diceva l’uomo del posteggio biciclette. «Allora non è un quarto di secolo. Sono trentasei anni.» «Bene,» il libraio diceva. «Questo è l’inverno più mite che abbiamo avuto da trentasei anni. Dal 1908.» Egli aveva perduto il suo banco nei giorni della distruzione di agosto; aveva lasciato la città; e non è ritornato a Porta Venezia che al principio di dicembre per poter vedere questo che vedeva: il più mite inverno di Milano dopo il 1908. Splendeva il sole sulle macerie del ’43; splendeva, ai Giardini, sugli alberi ignudi e sulle cancellate; ed era una mattina nell’inverno, era gennaio. Un uomo si fermò davanti al banco dei libri; portava una bicicletta per mano.
«Buongiorno,» il libraio gli disse.
«Buongiorno.»
«Che inverno, eh!»
«Che inverno è?»
«È l’inverno più mite che abbiamo avuto da un quarto di secolo.»
Si avvicinò l’uomo del posteggio.
«Da un quarto di secolo?» disse. «O dal 1908?»
«Dal 1908,» disse il libraio. «Dal 1908.»

Inizia così la letteratura sulla Resistenza. Ogni anno, verso l’anniversario della liberazione, se riesco (ma ci riesco quasi sempre) rileggo quella che è la migliore testimonianza, scritta praticamente in diretta da Vittorini, della Milano durante l’ultimo anno di guerra. I GAP, i morti passati per le armi che parlano ai passanti in piazza Cinque Giornate, i nomi in codice, la ferocia stipendiata dei tedeschi e quella gratuita degli italiani in nero. Che non dev’essere, e questo lo dico solo per me, una scusa per guardarsi indietro e contemplare il peggio. Ma cammino quasi ogni giorno nei luoghi descritti, come transito spesso da Piazzale Loreto, e mi viene un brivido perché mi sembrano cose accadute davvero troppo poco tempo fa.

gente di un certo libello

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S. abita a uno sputo dall’ufficio, un paio di isolati. Il che la dice lunga sulla sua estrazione sociale: un appartamento di proprietà in corso di Porta Vittoria non lascia dubbi. E infatti dubbi non ne abbiamo. S. potrebbe tranquillamente non lavorare, non occupare inutilmente un posto togliendo l’opportunità a un precario qualsiasi di emanciparsi, farsi una vita, recuperare una dignità. Se fossi il capo, qui, la voce “residenza” costituirebbe un elemento fondamentale di cui tenere conto. Mi direte: magari il candidato/a ha in subaffitto una cantina o un seminterrato in piazza del Duomo. Si, vabbè. Riconosci comunque il tipo di persona.

Comunque il problema non si pone, S. ha meritatamente superato un colloquio ed ora è qui nella mia stessa stanza. Una ragazza nata sciùra, portamento e look degni di Letizia Moratti, come lei simpatica come una verruca, cappellino compreso. E di Letizia Moratti è anche elettrice: disinformata come tutti quelli che votano di là, commenta a voce alta le news del palinsesto di portali trash come Libero (quello della posta), anche se non mi stupirei se la sua disinformazione attingesse anche all’omonimo pseudo-quotidiano. L’apoteosi dell’aberrazione antropologica cui appartiene si è consumata con l’organizzazione della sua cerimonia nuziale, non affidata a un wedding planner solo perché è pure convinta di avere buon gusto, mesi e mesi di telefonate (personali durante l’orario di lavoro) a questo e a quello e il vestito e il pranzo e la location, nozze alle quali non sono stato nemmeno invitato. Tsk.

Pochi isolati a piedi da casa all’ufficio, dicevo. Un tragitto che non può impiegare leggendo. Ma questo non le ha impedito, una mattina di poco più di un mese fa, un ingresso trionfale con un tomo, edizione di lusso, copertina rigida, una decina di centimetri di altezza, poggiato sull’avambraccio. Spesso si chiacchiera di libri, ci si consiglia, si danno pareri. Così S. ha deciso di fornire il suo contributo, mostrare la sua carta di identità culturale. Io sono così. E io sono Oriana Fallaci, ci ha detto. Un inutile blocco di cellulosa trattata con centinaia e centinaia di pagine contenenti parole disarticolate allineate in sequenza a giustificare il prezzo in quarta di copertina. Questo libro vale tanti caratteri spazi inclusi quanti l’editore le ha commissionato. E S. ha poggiato questa porzione di vuoto in meno al confine tra le nostre due scrivanie, in bellavista. Un colpo basso, un dispetto da scuola media, una linguaccia per vendicare mesi di snobismo culturale nei suoi confronti.

Ma l’ostensione è durata solo un giorno, lo spazio occupato inutilmente da quel libello è tornato ad essere vuoto la mattina successiva, non avendo suscitato dibattito alcuno. Dubito che S. l’abbia letto in 24 ore. Probabilmente era solo un simpatico gadget a forma di cattiveria, un inutile beauty-case-book, un pericoloso e intollerante fermacarte di carta, o l’ultimo ritrovato per l’autopotenziamento dei bicipiti.

non essere, questo è un problema

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L’attitudine al potere e al suo esercizio è una dote innata. Un po’ come il carisma, che più o meno è la stessa cosa. O ce l’hai, o cerchi almeno di fare il braccio destro del leader, il ghostwriter, il leccac**o. Si tratta di dinamiche riconoscibili già tra i più piccoli: è il caso dei “bambini alfa”, catalizzatori di attenzione da parte dei pari in primis, quindi da parte degli adulti e degli insegnanti soggetti al loro fascino, ma, di partenza, sono i genitori i fans più accaniti. Spesso ex bambini alfa a loro volta.

Di fronte agli individui alfa il resto del branco tende a rosicare. I più intelligenti se ne fanno una ragione, trovano altri punti di eccellenza che poi convertiranno nella loro specificità – nel bene e nel male – , in pratica se ne fottono e cercano di assoggettarsi all’autorità precostituita per sfruttarne i vantaggi, salvo poi fare di testa propria ma senza dare troppo nell’occhio per non incrinare inutilmente le dinamiche di convivenza. Quelli meno acuti passano la prima parte della vita a fare di tutto per essere ammessi nell’entourage degli alfa con l’obiettivo di tentare il golpe, sobillare l’ammutinamento, impegnandosi sodo per ottenere una qualsiasi forma di controllo sugli altri, comprandolo, per esempio, con i soldi di mamma e papà. Alcuni, un po’ più scaltri, cercano il modo più veloce per accedere a una qualsiasi stanza dei bottoni, non importa in che ambito: aziende di famiglia e non, amministrazione pubblica, politica (il nostro paese ne è pieno).

Perché se sei un po’ sfigato e in più sei antipatico perché vuoi prevalere, e non ci riesci, poni nella rivalsa che ti può offrire il potere il tuo unico obiettivo. Addirittura arrivi a scegliere la strada che ti è più congeniale per avere il massimo del controllo sulle persone: quello di vita o di morte. Non esiste la laurea di Divinità, non ancora. Ma, superato lo sbarramento dei test di ammissione e con tanta pazienza, è possibile diventare medico chirurgo. Fedele al tuo giuramento non metterai mai la deontologia professionale soggetta al tuo umore, questo si spera di no, però potrai dosare fiducia e conforto a sconosciuti e non secondo quantità, o far cadere il tuo potere dall’alto, forte del tuo prestigio. E anche allora qualcosa può andare storto, e la tua carriera da primario si arena in uno studiolo condiviso con altri medici condotti. Hai fallito anche in questo, il che potrebbe renderti ancora più velenoso.

Ed ecco che mentre sei di turno al pronto soccorso in un giorno festivo, attività che compete a rotazione anche ai medici condotti, si apre la porta ed entra una faccia conosciuta. Quello che alle superiori ti pigliava per il c**o per uno degli inspiegabili motivi che la crudeltà dei ragazzi spinge a farsi beffe del debole. O la ragazza, ora donna, che ha fatto di tutto per non avere il posto a fianco al tuo sui sedili del torpedone in gita. O il professore, ora anziano, che subiva il fascino dell’esemplare alfa, e il tuo parere non è mai stato preso in considerazione. Entrano e subito non ti riconoscono; il camice bianco, i capelli radi, lo sguardo nudo, perché ti sei evoluto dagli occhialoni spessi alle lenti a contatto. Poi l’attenzione cade sul badge al collo, i lineamenti comunque sembrano familiari, e il nome corrisponde. La temperatura rasenta il gelo. I saluti, la stretta di mano, i ricordi di rito. E immediatamente si spengono le luci, si accende il proiettore superotto che sublima in un assordante flash-back condiviso: lo schiaffo durante la ricreazione, la risata con cui è stato accompagnato il rifiuto alla domanda di amore, la media di voti inferiore alle aspettative perché non eri così brillante.

Il tutto dura pochi secondi, ma significativi. L’attenzione torna al contesto: la malattia, la ferita da guarire, il problema da curare. Ogni caso con la propria gravità, un codice verde o giallo o rosso. Così, mentre lenisci il dolore alla caviglia del ragazzino gonfia dopo la storta sullo skate, non riesci a trattenere una battuta al padre, “chi l’avrebbe mai detto, rivedersi qui“, e prima di emettere il tuo parere scruti il tuo ex carnefice, che avvertendo la tensione sorride e si mette sulla difensiva. “Sai, mi sono domandato che senso avesse comportarsi così da ragazzi, se quello che facevamo ha condizionato o no la tua vita. A volte ci ripenso a quanto eravamo stupidi. Sei rimasto poi in contatto con qualcuno dei vecchi compagni di classe?“. È sufficiente qualche secondo di silenzio, tu sei lì con la caviglia in mano del figlio ancora in lacrime, e vedi con la coda dell’occhio il padre, dietro. Che d’improvviso non sorride più.

loghi comuni sulla rete

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Se un’azienda si espone online deve essere in grado di presidiare questo ambiente come se fosse un punto vendita, aperto 24×7. Ecco le imprese e i social network, secondo Mantellini.

Utilizzare gli strumenti di rete sociale attualmente disponibili è discretamente semplice per le persone e invece assai complicato per le aziende. I cosiddetti social media – a differenza dei meccanismi di relazione aziendali usati in passato – riducono distanze, moltiplicano umanità, accelerano la comunicazione. Ma sono contemporaneamente bestioline da maneggiare con cura: richiedono sangue freddo, familiarità con una grammatica comunicativa che in genere le aziende non posseggono, sono da presidiare continuamente, inoltre sono spesso molto poco significativi in termini di impegno economico (un paio di stagisti di fronte ad un computer sono sufficiente anche nel caso di grandi compagnie) ed anche poco considerati in termini di peso aziendale.

Il resto qui.

punto sul vivo, dal vivo

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Fondamentalmente, il motivo per cui non mi piace più come una volta andare ai concerti è il fatto di scoprire che altre ennemila persone hanno i miei stessi gusti e sono lì come me per il gruppo che credevo di nicchia ma che invece lo conoscono cani e porci che suona sul palco. Seguito a ruota da quelli che ballano fuori tempo, e se hai la sfortuna di essere uno come me che va maledettamente a ritmo e sente il groove da dio e ti capita davanti uno/a scoordinato/a che prende battere per levare, il rischio di collisione è assicurato. Non c’è niente di peggio che il contatto tra arti sudati e pelosi di sconosciuti.

Quindi, e credo di averlo già detto non ricordo in quale post, ho in dispetto le persone che passano il tempo a digitalizzare il concerto anziché goderselo come un momento indimenticabile che dopo un paio d’ore finirà, e sì avrai le tue foto sulla digitale o la clip con un audio impresentabile da postare immediatamente su Facebook tramite la tua app preferita, ma devi star lì a inquadrare, e poi è sfocato, e poi qualcuno ti dà uno spintone, e il pezzo è bello che finito e tu non l’hai goduto appieno. Poi ci sono quelli/e dal look impeccabile, tremendamente cool che avranno passato ore a scegliere la maglietta più appropriata. Per esempio, una t-shirt dei Joy Division a un concerto di Sizzla. Originale, no? Può essere anche un’idea verticalizzarsi completamente, vestendocisi a tema secondo il concerto. Per esempio in giacca e cravatta agli Interpol. Ci sono i gruppi di amici che si vestono tutti uguali. Che teneri. Quasi sempre si tratta di band che si recano insieme al concerto dei loro principali ispiratori, non saprei altrimenti spiegare una tale abnegazione.

Come non fare un cenno quindi ai gruppi supporter, scelti spesso alla c***o di cane, ma peggio di loro sono quelli che vanno al concerto solo per i gruppi supporter scelti alla c***o di cane, e che quindi sono ancora più di nicchia di me. Che smacco. Mi rovinano la serata; il giorno dopo, per mettermi al passo, come minimo dovrò scaricarmi l’intera discografia e studiare sodo. Non si finisce mai di imparare.

Non reggo quindi l’area vip, quello spazio vuoto tra transenne che resta deserto fino a pochi minuti prima del concerto. E tutti si chiedono chi sarà il vip o il fortunato possessore del biglietto omaggio che assisterà al concerto in quello splendido isolamento. Per esempio, l’altra sera c’era Omar Pedrini. E pensate che c’è chi lo riconosce ancora; sono contento, mi sta simpatico soprattutto ora che non sta più con elenuar casalegno (in una intervista lessi che il partito più a sinistra che ha votato è forza italia, sarà anche una bella ragazza ma non ce la farei mai).

Infine, per dirla alla Max Collini, sono sempre il più vecchio nel locale, per questo ho provato a farmi accompagnare da mia figlia all’ultimo concerto, quello di cui sopra, un paio di sere fa al Forum di Assago. Non vi dico di quale gruppo si tratta per non allontanare potenziali stimatori di questo blog che sono capitati qui grazie a keyword quali Tv on the Radio, National e altri gruppi realmente di nicchia, pensando di trovarsi a tu per tu con un vero cultore indie. Insomma, i trucchi di SEM e il SEO possono essere applicati anche così. Dicevo, 28 euro di biglietto, in tre 56 perché i bambini sotto gli 8 anni non pagano. Alle 19 mia moglie, mia figlia ed io eravamo già dentro, in posizione tattica: tribune in fondo, proprio di fronte al palco, prima fila davanti alle transenne, a ridosso dell’area vip. Potevamo anche utilizzare la bambina come scusa: “Hey amico togliti di mezzo, non vedi che la bambina non vede? Ma ce l’hai un cuore?”. Oppure “Ti sposti, vero, quando iniziano a suonare?”. E comunque la band in questione piace molto anche a lei.

Non vi dico la difficoltà di tenere una bambina per 2 ore in attesa a un concerto, peggio che un viaggio in macchina e le domande rivolte ogni 100 metri “Papà, siamo arrivati?”. Qui è lo stesso: “Papà quando iniziano?”. “Tra 50 minuti”. “Papà quando iniziano?”. “Tra 49 minuti”. E così via. Il conto alla rovescia finalmente si interrompe. Si spengono le luci, il pubblico è in delirio, scattano tutti in piedi. Per fortuna che siamo in posizione strategica. Parte il primo pezzo. Tutto inizia a vibrare, la mia cassa toracica e, suppongo, anche quella di mia figlia. I bassi hanno una frequenza inumana, l’acustica del Forum che ricordavo scadente ma non così inqualificabile rimescola i suoni in una bolla appiccicosa che si attacca su tutto. I vestiti, la pelle e soprattutto l’umore. Io e mia moglie convergiamo gli sguardi sulla bambina, che si preme le mani slle orecchie e sta piangendo, spaventata.

Il concerto è finito, a metà del primo pezzo. Usciamo dal Forum, fuori fa freddo, gli addetti alla sicurezza ci fanno passare e ci guardano severi. Non è un posto adatto per bambini. Probabilmente nemmeno per adulti genitori.