le ragazze stanno meglio

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Vedi? Se in una coppia lesbica si insinua un diversivo maschile etero, che guarda caso è il donatore di seme di entrambe le donne, grazie al quale hanno messo al mondo una figlia alle soglie del college e un figlio di poco più giovane. E il donatore di seme è anche un uomo adorabile ma cool, tenero ma alternativo, che fa breccia in una dinamica familiare dominata dalla severa austerità della capofamiglia medico chirurgo, conquistando involontariamente prima i due ragazzi e poi la madre progettista di paesaggi, con cui in un momento di debacle, galeotto fu un giardino, finisce a letto. Ecco, ci troviamo in una situazione in cui finalmente si sente l’assenza dell’uomo-padre-sostegno e il peso dell’onta da lavare, del tradimento solo in quanto atto carnale perché è una faccenda tra maschi. No. Qui, in I ragazzi stanno bene, il film di Lisa Cholodenko, c’è una famiglia americana a tutti gli effetti che è basata sull’amore senza marito e senza genere. I figli stanno davvero bene, è solo che a un certo punto nasce in loro spontaneamente la domanda di chi sia lo sconosciuto elargitore di geni, la necessità di trovare l’origine della metà mancante della cellula fecondata. La comparsa del padre naturale, un padre naturale che è una comparsa, nella loro vita, e di un uomo che è così ma che non fa nulla per esserlo così tanto, semplicemente accelera nei due figli un processo di crescita a suon di risposte su problemi adolescenziali di sesso, di sessualità, di amicizia, che una madre troppo pragmatica non è mai riuscita a fornire. L’amore etero che irrompe nella madre meno pragmatica serve comunque a far crescere tutti, donatore di seme compreso. Tant’è che tutto rientra, in un modo che una famiglia canonica non sarebbe mai in grado di accettare, soprattutto nel suo lato maschile.

derby, il colpo di scena

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Veloce report di uno spostamento in automobile da casa mia al negozio all’ingrosso di cibo per animali domestici, da lì alla casa dell’acqua comunale per il rifornimento settimanale, e rientro. Tempo di percorrenza: 15 minuti circa, al netto delle soste nei luoghi sopra indicati. Ecco i risultati del derby durante il consueto zapping autoradiofonico:
– Spandau Ballet 5 punti* (2 brani vecchi, Through the Barricades e Gold, e Goodbye Malinconia con la voce di Tony Hadley)
– Duran Duran 4 punti* (1 brano mediamente vecchio, Ordinary World, e uno del nuovo album di cui non so il titolo).

*il punteggio viene calcolato attribuendo ai brani originali dell’artista o del gruppo, vecchi e nuovi, 2 punti, mentre la presenza di singoli membri o di un solista in un brano di altri artisti o gruppi vale 1 punto

in una nota sul quotidiano

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Non so se avete seguito la storia. I Radiohead hanno pubblicato un sorta di giornale per promuovere The King of Limbs. I giornalisti del Guardian, con gusto e in pieno senso dell’humour inglese, non ci stanno che un manipolo di popstar si sostituisca al loro lavoro, imbracciano strumenti e amplificatori e registrano una curiosa cover di Creep. I Radiohead malgrado l’aura da depressi incalliti stanno al gioco e rilanciano con una recensione del brano, pubblicata dallo stesso Guardian.

Facciamo il solito gioco per esterofili cronici.
Scenario A. Gli Offlaga Disco Pax stampano e distribuiscono una loro pubblicazione per promuovere il nuovo album. I giornalisti del Corriere non sanno nemmeno chi siano gli Offlaga Disco Pax, e la cosa finisce lì. Il gruppo distribuisce un centinaio di copie del giornale, e vende un centinaio di copie del disco. Io lo vengo a sapere da Inkiostro.

Scenario B. I Bluvertigo si riuniscono, stampano e distribuiscono una loro pubblicazione per promuovere il nuovo album. Il Corriere scrive un articolo sui presunti problemi legati alla cocaina di Morgan. I Bluvertigo querelano il giornalista che ha firmato il pezzo. Aldo Grasso risponde con un’invettiva contro i fenomeni da X Factor. Morgan si pente ma non gli viene lo stesso permesso di scrivere una risposta sul principale quotidiano italiano. Ernesto Assante, su Repubblica, racconta i retroscena dell’episodio un paio di mesi dopo.

Scenario C. I Pooh riprendono in formazione lo storico batterista che aveva dato forfait e, in piena euforia senile, stampano e distribuiscono una loro pubblicazione per promuovere il nuovo album. Esce un approfondimento sulla colonnina Zapping News  in home page del Corriere, con il titolo “Macché politica e che cultura: sono solo canzonette”. Bennato accusa il Corriere e i Pooh di plagio. La cosa finisce in tribunale. Nel frattempo l’ordine dei giornalisti presenta una mozione contro la pubblicazione dei Pooh perché priva dell’avallo di un professionista iscritto all’albo ma considerata comunque una testata giornalistica. I protagonisti del diverbio vengono invitati a Porta a Porta da Vespa. La puntata finisce con i Pooh, i giornalisti del Corriere, Bennato, La Russa, Ernesto Assante e il presidente dell’ordine che cantano “Tanta voglia di lei”, accompagnati per l’occasione da Antonio e Marcello, anche loro lì per promuovere il loro giornalino, quindi si dichiara la fine delle ostilità tra le parti.

un amore di gruppo

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Ho deciso che se rinasco e mi viene data l’opportunità di rifare tutto da capo, cosa di per sè molto probabile, non cambio la mia vita nemmeno di una virgola se non alla voce “hobby e interessi”. Già. Penso che anziché imparare a suonare uno strumento musicale, nel mio caso pianoforte, tastiere, sintetizzatori analogici e ogni diavoleria sonora immessa sul mercato con l’avvento del digitale, connettibile al pc tramite interfaccia midi, prima, e usb, in tempi più recenti, mi dedicherò a un passatempo meno costoso, che so, la Formula Uno, e meno carico di aspettative, che so, fare il blogger. Anzi, ho intenzione di scrivere una lettera a mia figlia, nella quale spiegare che è meglio dedicarsi allo sport, alla lettura, ad amicizie normali e ad attività più salubri, rispetto a contornarsi di idioti perditempo (non solo batteristi) con i quali passare serate in scantinati e garage dall’inconfondibile fraganza di muffa, rincorrere personaggi dubbi quali organizzatori di concerti, impresari e discografici con cui si è disposti a scendere a ogni compromesso, e sognare una vita facile fatta di tour intorno al mondo e grupies consenzienti. Caro sangue nel mio sangue, ecco una lista alla Saviano di tutto quello che, se mi dai retta, nella buona e nella cattiva sorte potresti risparmiarti. Fai tesoro di quello che ha passato papà, e continua con scoutismo, yoga, pallavolo e nuoto, che ce n’è già abbastanza.

In ordine sparso: gestori di locali che non vogliono pagarti a fine serata; chilometri macinati in furgone, stipati come sardine tra corpi sudati, piedi puzzolenti e ampli polverosi (nel peggiore dei casi aste dei piatti che crollano addosso ad ogni frenata); numero di spettatori inferiore a quello di persone sul palco; tecnici del suono metallari residenti, non avvezzi all’amplificazione dei synth analogici; pomodori che lanciati dal pubblico fanno centro sulla tua maglia, nella piazza principale della tua città; cantanti che non si ricordano i testi; batteristi che non si ricordano la struttura dei pezzi, con i quali devi instaurare un sistema di messaggistica anticipata fatta di sguardi e curvature dell’arcata sopraccigliare.

Un bicchiere di vino bianco fresco e quattro chiacchiere piacevoli con Mara Redeghieri, a tavola il giorno dopo un concerto; chitarristi che si alzano di un paio di tacche rispetto al sound check; batteristi ostinati che considerano l’uso del metronomo un affronto ai loro studi jazzistici e prendono i pezzi ad un bpm totalmente aleatorio; fidanzate che passano dal cantante al tastierista e poi di nuovo al cantante, causando lo scioglimento del gruppo; gelati mangiati in autogrill prima di arrivare alla cassa.

Quelle sagome dei Tiro Mancino; pastori tedeschi della finanza che non ne vogliono sapere di uscire dal furgone fermo al posto di blocco, mentre fuori fa freddo e sono le 4 del mattino e vorresti tornare a casa, ma l’odore nell’abitacolo è inequivocabile; i materassi, riciclati chissà da chi, sui quali devi stenderti, se la paga è il rimborso minimo ovvero essere ospitati in un centro sociale; i bagni del centro sociale; il centro sociale; Carmen Consoli che prova i pezzi nel camerino con la chitarra acustica; i fattoni che ballano sotto il palco canzoni che sentono solo loro; il pubblico francese, misto, multietnico e di tutte le età, che sta ad ascoltarti malgrado il tuo sound tenda al punk noise industriale perché comunque è la festa della musica, ed è una festa; le serate di cover per tirare su qualche lira, oggi euro nelle tribute band; i turnisti che suonano senza cuore; i turnisti che suonano però meglio di tutti e che non riesci a convincere a sposare la causa; Luca De Gennaro e Paolo Conforti che ti fanno passare la voglia di frequentare l’ambiente dei gruppi underground.

I chitarristi punk morti di overdose; i chitarristi punk che prendono il metadone; quelli che suonano in canottiera; quelli che si presentano al concerto nel locale figo vestiti da ufficio; i genitori del più giovane della band che hanno la tua età; le sbronze prima del concerto; le sbronze durante il concerto; le vomitate dopo il concerto; le congestioni prese a fumare fuori dal locale in pieno inverno; Cecchetto che cazzia brutalmente regista e presentatore della trasmissione radio alla quale devi rilasciare l’intervista per un buio di una manciata di secondi; cannare in pieno la parte di piano di Because the night; cannare in pieno l’inizio di piano di Virtual insanity; convincere gli altri che suonare i synth non significa essere un pianista; la SIAE che ti fa la multa; l’inaugurazione del locale dove vanno le modelle; Giuliano Palma e Aliosha con le modelle che hai visto la settimana prima all’inaugurazione del locale; i batteristi che votano Bossi; mantenere una fedeltà alla linea; i parametri per essere considerato new wave.

Suoniamo prima dei Portishead, che poi significa suoniamo prima di un dj che ha aperto i concerti per i Portishead; Madaski che ti fa usare il suo mixer per le tue tastiere; la dinamica di diffusione di una rissa nel locale, che assomiglia alla meiosi cellulare; la pioggia che ti fa saltare il concerto e la paga della serata; Piero Pelù che viene nei camerini della Flog a complimentarsi con il tuo cantante; il liscio per mettere insieme uno stipendio; il furgone sepolto dalla neve, che ti costringe a tornare a casa in treno la mattina di capodanno; l’affidabilità, questa sconosciuta; fare 300 chilometri per essere intervistato telefonicamente da un giornalista che abita a 5 minuti da casa tua.

L’umidità che fa impazzire i circuiti elettronici vintage; i problemi alla schiena dopo decenni di strumenti trasportati ripieni di circuiti elettronici vintage; chi paga la sala prove in ritardo; chi dorme con la tipa in sala prove; le prove di mattina; le interminabili sessioni di registrazione; le interminabili sessioni di missaggio; Roy Paci che dà una dritta al tuo trombettista; ringraziare mamma e papà sul booklet; i cantanti maledetti; i cantanti che poi si mettono a fare i solisti; i cantanti che se ne vanno; i cantanti.

Dulcis in fundo, una reminiscenza perfetta per la chiusura di un post, un amarcord per il quale una battuta di una riga non basta, un rilancio da usare con gli amici durante le discussioni alla io ce l’ho più lungo. Un episodio che si trova meritatamente nella top ten dei momenti storici della mia vita. Magari anche nella vostra, in questo caso potrete capirmi se sapete di cosa parlo. E ve la tirereste anche voi. Siete pronti per il (o la) climax?

Il primo maggio del 1996 ho aperto il concerto omonimo, in piazza San Giovanni, a Roma, davanti a una folla di 400mila persone. Persone sicuramente distratte, a cui eravamo sconosciuti, accaldate e bruciate dal sole. Ma pur sempre 400mila. E c’era Sting, quell’anno, che ha accennato Message in a bottle al sound check, illudendomi, e poi ha suonato le sue solite melense canzoni pop da solista, se ami qualcuno lascialo libero e similia, con il suo gruppo di virtuosi. Sting, che nei camerini, fottendosene di chi avrebbe voluto avvicinarlo e del volume della musica che arrivava dal palco, se ne stava sdraiato su una chaise longue a leggere un libro all’ombra delle sue guardie del corpo. E poi è arrivato il nostro momento, il palco tondo che ruota e ci sbatte in faccia quell’oceano di mani che salgono. Pochi minuti, il palco ruota ancora, questa volta verso le quinte, e già devi scendere. Tornare a casa. E finisce così. E pensi che sarà per la prossima vita.

l’hoara delle decisioni irrevocabili

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Esperienze professionali:

  • a lungo compagna di Walter Zenga
  • primadonna del Bagaglino
  • volto della soap Centovetrine
  • partecipazione a Ballando con le stelle

“La signora Hoara Borselli è entrata a far parte degli uffici di diretta collaborazione del ministro Ignazio La Russa (previsti per legge nel numero dei componenti e nelle relative retribuzioni) a partire dal 10 marzo scorso e già il giorno 17 ha presentato il concerto della fanfara del Comando artiglieria contraerei dell’Esercito in piazza di Spagna“. (da il corriere)

è un periodo difficile? fai un break

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Il duro e palloso lavoro di editing che devo ultimare entro domani sera mi sta prosciugando. Devo risistemare un testo 3/4 tecnico e 1/4 marketing, che potrebbe tranquillamente rimanere così, nella sua incomprensibilità. Perché, in ogni caso, il cliente vuole che i concetti da comunicare siano quelli. Ma si tratta di concetti che nessuno comprenderà anche perché le brochure aziendali sono da evitare come la peste, e il testo che sto faticosamente modificando non lo leggerà nessuno. Che senso ha una brochure aziendale, nel 2011. Bisogna però pur guadagnarsi da vivere, e c’è di peggio, per carità. Ma vi assicuro che in certi momenti mi verrebbe da convincere i miei clienti che stanno spendendo male il loro budget, investendolo su di me. Un esempio? Provate a rendere diversamente la seguente porzione di testo:

In ambito Finanza Xxxxxxx affianca i propri clienti nella rapida evoluzione del business attraverso l’ottimizzazione dell’operatività delle sale di contrattazione, con servizi e soluzioni sia software che hardware. Elementi di eccellenza dell’offerta Xxxxxxx sono rappresentati dai due centri di competenza Yyyyyy, dislocati a Aaaaaa e Bbbbb, e dal centro di competenza Zzzzzzz. In particolare, per ciò che riguarda Yyyyyy Xxxxxxx fornisce servizi di system design, configuration, integration, upgrade e application management 24/7 sulle piattaforme Qqqqqqq  e Ww.3. Inoltre, in qualità di business partner certificato Yyyyyy, oggi Xxxxxxx è tra le poche realtà in grado di aiutare i clienti nei delicati processi di ottimizzazione e di migrazione verso le nuove release delle piattaforme in essere.

Il cliente paga e io eseguo. Chiudo gli occhi, mescolo le parole come lettere in un sacchetto dello scarabeo. Ed ecco come è diventato:

Xxxxxxx mette a disposizione delle organizzazioni servizi e soluzioni sia software che hardware dedicati all’ottimizzazione dell’operatività nelle sale di contrattazione, a supporto di un settore in continua evoluzione. Attraverso i due centri di competenza Yyyyyy di Aaaaa e Bbbbb, Xxxxxxx fornisce servizi di system design, configuration, integration, upgrade e application management 24/7 sulle piattaforme Qqqqqqq  e Ww.3.
Non solo. In quanto business partner certificato Yyyyyy, Xxxxxxx è una delle poche realtà in grado di recare assistenza alle aziende nei processi di ottimizzazione e di migrazione alle nuove release della piattaforma.
Il centro di competenza Zzzzzzz consente inoltre a Xxxxxxx di sviluppare soluzioni per la razionalizzazione delle postazioni di lavoro nelle sale di contrattazione, garantendo una riduzione del TCO.

Spero abbiate notato la vera perla di tutto questo, ovvero il “non solo” messo a metà periodo, il mio asso nella manica, la mia firma, come i programmatori che mettono codice personalizzato tra le righe degli script per far uscire parolacce con contorte combinazioni di tasti, o i designer 3D che in un paio di pixel nascosti in uno scenario digitalizzano la loro foto, o i cartoonist che inseriscono immagini subliminali di donne nude nei film Disney. “Non solo” risalta orgogliosamente in quasi tutte le brochure aziendali che ho scritto nella mia vita, alternato all’altrettanto efficace “ma non è tutto”, di tono più giornalistico. Hai letto un “non solo” in qualche testo corporate? Non c’è dubbio. Sicuramente è mio. Provaci anche tu. “Non solo” dà grandi soddisfazioni, vedrai. Sei nel mezzo di un periodo difficile? Concediti un break, metti un “non solo”. E ancora meglio se poi vai a capo, lasciando magari una riga vuota.

lettere o testamento

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Le facoltà umanistiche, per come sono concepite adesso e per come funzionano, non possono andare avanti. Ovvero: possono, potranno andare avanti, non c’è cosa che non possa durare. Ma non devono. La società italiana – quella che paga le spese dell’università – non ha nessun bisogno di avere migliaia e migliaia di mediocri laureati in filosofia, sociologia o storia dell’arte: ha bisogno di averne pochi, ma ottimi. Gli studenti non devono continuare a illudersi che, dopo cinque o sette o nove anni di studi svogliati e dispersivi, usciranno con una laurea che gli permetterà di fare i giornalisti o i professori universitari o gli ‘scienziati della comunicazione’, perché non sarà così. Molti finiranno disoccupati a vita; molti cominceranno a fare a trentacinque anni un lavoro che avrebbero dovuto cominciare a fare a venticinque: dieci anni sprecati. E i docenti, se sono persone serie (e sono la gran parte), non meritano di dover avallare questo raggiro ai danni della società e degli studenti.

L’Italia non ha bisogno di molti laureati in discipline umanistiche. Ha bisogno di una buona cultura diffusa, ma questo è tutt’altro discorso: e l’aiuto che le facoltà umanistiche possono dare in questo senso consiste soprattutto nel formare insegnanti eccellenti e intellettuali dotati di senso critico, non nel laureare in Lettere l’intera nazione. Questo non è ‘portare la cultura al popolo’, è prenderlo in giro. L’idea che tutti debbano avere libero accesso alle meraviglie dell’umanesimo è figlia di un equivoco: si parla di quello che è un lavoro nei termini in cui si potrebbe parlare di una passione disinteressata, di una libera attività dello spirito, confondendo due piani che devono invece restare distinti: quello della piena realizzazione del sé (che non compete all’università) e quello della professione che attraverso lo studio universitario si viene abilitati a intraprendere.

Un illuminante intervento di Claudio Giunta, via l’utilissimo segnapagine di Sempre un po’ a disagio.