anarcronismi

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Sparare sulla croce bianca in campo rosso. Tutti i dettagli sui pacchi insurrezionatalizi da Il post, e, da Repubblica, qualche info in più sulla creatiNità che si ribella.

Sotto la Fai hanno infatti rivendicato attentati la Cooperativa Artigiana Fuoco e Affini (occasionalmente spettacolare), la Brigata 20 luglio, le Cellule contro il Capitale, il Carcere, i suoi Carcerieri e le sue Celle, e Solidarietà internazionale. Anche la scelta degli obiettivi, secondo gli analisti, è un ulteriore elemento che riporta al mondo anarco-insurrezionale: in Svizzera sono detenuti due anarchici italiani, Costantino Ragusa e Silvia Guerini e lo svizzero ticinese residente in Italia, Luca Bernasconi. I tre sono stati arrestati dalle autorità svizzere lo scorso 15 aprile con l’accusa di preparare un attacco contro una sede dell’Ibm: nella loro auto sarebbero state trovate ingenti quantità di esplosivo.

Il racconto di Natale di Auggie Wren di Paul Auster

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Ho sentito questa storia da Auggie Wren. Siccome Auggie non ne viene fuori molto bene, almeno non bene come egli avrebbe voluto, mi ha chiesto di non usare il suo nome vero. A parte questo, tutti i fatti sul portafoglio smarrito, sulla donna cieca e sulla cena di Natale sono come lui me li ha raccontati.

Auggie ed io ci conosciamo da quasi undici anni ormai. Lavora dietro il bancone di una tabaccheria su Court Street a Brooklyn downtown, e visto che quello è l’unico posto che importa le sigarette olandesi che fumo io, vado lì abbastanza spesso. Per lungo tempo non gli ho prestato molta attenzione. Era soltanto lo strano omuncolo che indossava una felpa blu sudata col cappuccio, che vendeva sigarette e riviste, il buontempone malizioso che aveva sempre qualche cosa spiritosa da dire sul tempo, i Mets o i politici di Washington, e questo era il limite.

Ma poi un giorno, diversi anni fa, gli capitò di stare a guardare una rivista del negozio, e finì per caso su una recensione di uno dei miei libri. Sapeva che ero io perché una foto accompagnava la recensione, e dopo questo le cose cambiarono tra di noi. Non ero più soltanto un cliente per Auggie, ero diventato una persona distinta. Alla maggior parte della gente non potrebbe interessare di meno libri e scrittori, ma venne fuori che Auggie considerava se stesso un artista. Ora che aveva rotto il segreto su chi fossi, mi considerò un alleato, un confidente, un commilitone. Per dire la verità, trovai questa cosa abbastanza imbarazzante. Quindi, quasi inevitabilmente, venne il momento in cui mi chiese se avessi voluto guardare le sue fotografie. Considerato il suo entusiasmo e la sua buona volontà sembrava non esserci possibilità di scoraggiarlo.

Dio sa cosa mi aspettava. Tanto per cominciare non era ciò che Auggie mi mostrò il giorno seguente. In una piccola stanza senza finestre sul retro del negozio, aprì un cartone e ne tirò fuori dodici identici album fotografici. Questo era il lavoro della sua vita, disse, e non gli prendeva neanche cinque minuti al giorno per farlo. Ogni mattina da dodici anni a questa parte, si era appostato all’angolo tra Atlantic avenue e Clinton street, alle sette precise e aveva scattato una singola fotografia a colori esattamente dallo stesso angolo. Il progetto è arrivato ora a più di quattromila fotografie. Ogni album rappresenta un anno differente, e tutte le fotografie sono ordinate in sequenza dal primo gennaio al trentuno dicembre, con le date meticolosamente segnate sotto ciascuna di esse.

Mentre scorrevo gli album e cominciavo a studiare il lavoro di Auggie, non sapevo cosa pensare. La mia prima impressione fu che quella era la cosa più strana e più assurda che avessi mai visto. Tutte le foto erano identiche. L’intero progetto era un fredda scarica di ripetizioni, la stessa strada e gli stessi palazzi, ancora e ancora, un inesorabile delirio di immagini ridondanti. Non potevo pensare a niente da dire ad Auggie così ho continuato a voltare le pagine, annuendo con la testa facendo finta di apprezzare. Anche Auggie sembrava imperturbabile mentre mi guardava con un largo sorriso sul volto, ma dopo aver visto che ero stato lì per diversi minuti, improvvisamente mi interruppe e disse: “Vai troppo svelto. Non ci arriverai mai se non rallenti.”

Aveva ragione, ovviamente. Se non ti prendi il tempo per vedere, non imparerai mai a guardare niente. Presi un altro album e mi sforzai di procedere più attentamente. Prestai maggiore attenzione ai dettagli, presi nota dei cambiamenti del clima, osservai le variazioni d’angolatura della luce con il procedere delle stagioni. In breve fui in grado di notare le differenze del flusso del traffico, di anticipare il ritmo dei giorni (il tumulto delle mattine lavorative, la relativa tranquillità dei fine settimana, il contrasto tra i Sabati e le Domeniche). E poi, poco alla volta ho iniziato a riconoscere i volti delle persone sullo sfondo, i passanti sulla loro strada per il lavoro, le stesse persone nello stesso punto ogni mattina, mentre vivono un instante delle loro vite nel campo della macchina fotografica di Auggie.

Una volta che li ho riconosciuti, ho iniziato a studiare la loro situazione, la maniera con cui si trascinavano da un giorno all’altro, cercando di scoprire il loro stato d’animo attraverso queste informazioni superficiali, come se potessi immaginarmi storie per loro, come se potessi penetrare nel dramma invisibile chiuso dentro i loro corpi. Presi un altro album. Non ero più annoiato e neanche imbarazzato come ero all’inizio. Auggie stava fotografando il tempo, realizzai, sia il tempo naturale che quello umano, e lo stava facendo piantandosi in un minuscolo angolo del mondo, desiderando che fosse il proprio mentre vigilava nello spazio che aveva scelto per se stesso. Mentre mi guardava leggere attentamente il suo lavoro, Auggie seguitava a sorridere con soddisfazione. Quindi, quasi stesse leggendo nei miei pensieri, cominciò a recitare un verso di Shakespeare: “Tomorrow and tomorrow and tomorrow,” mormorò sottovoce, “time creeps on its petty pace.” Capii che sapeva esattamente che cosa stava facendo.

Questo è stato più di duemila foto fa. Da quella volta Auggie ed io abbiamo discusso molte volte del suo lavoro, ma è stato soltanto la settimana scorsa che ho saputo come si era procurato la macchina fotografica e come ha iniziato a fotografare la prima volta. È il soggetto della storia che mi ha raccontato e sto ancora sforzandomi di dargli un senso.

Poco prima di quella settimana un tizio del New York Times mi chiama e mi chiede se avessi voluto scrivere un racconto che sarebbe apparso nel giornale le mattina di Natale. Il mio prima impulso fu quello di dire di no, ma l’uomo fu ammaliante e persistente, e alla fine della conversazione gli dissi che avrei tentato. Dal momento che riattaccai il telefono, mi sentii sprofondare nel panico profondo. Che cosa sapevo del Natale? Mi sono chiesto. Che cose ne sapevo dello scrivere racconti su commissioni?

Ho passato i successivi giorni nella disperazione, combattendo con i fantasmi di Dickens, O. Henry e altri campioni dello spirito natalizio. L’esatta frase Racconto di Natale comportava spiacevoli associazioni per me, evocando insopportabili sfoghi di miele e melassa. Anche nella migliore delle ipotesi i racconti natalizi erano non più che sogni di appagamento, favole per adulti, e che possa essere dannato se avessi permesso a me stesso di scrivere qualche cosa del genere. E ancora come potrebbe qualcuno prefiggersi di scrivere una storia di Natale non sentimentale? Era una contraddizione in termini, un paradosso, un rompicapo vero e proprio.

Si potrebbe immaginare meglio un cavallo da corsa senza gambe o un passero senza ali.

Non sono arrivato da nessuna parte. Il martedì uscii per fare una lunga passeggiata, sperando che l’aria mi avrebbe schiarito le idee. Appena passato mezzogiorno mi fermai al negozio di sigari per rifornire la mia scorta e li c’era Auggie, in piedi dietro la cassa come sempre. Mi chiese come stavo. Senza realmente volerlo mi ritrovai a sfogare i miei problemi con lui. “Un racconto di natale?” disse dopo che avevo finito. “Tutto qui? Se mi offri il pranzo, amico mio, ti racconterò il miglior racconto di natale che hai mai sentito. E ti garantisco che ogni parola di esso è vera.

Camminammo verso il quartiere dove stava Jack, un buco allegro dove servivano degli ottimi sandwich e pieno di fotografie dei Dogers appese al muro. Trovammo un tavolo in fondo, ordinammo da mangiare e quindi Auggie si lanciò nella sua storia.

“Era l’estate del settantadue” disse. ” Un ragazzino arrivò una mattina e iniziò a rubare dal negozio. Doveva avere circa diciannove o venti anni e credo di non aver visto mai un taccheggiatore più patetico nella mia vita. Stava vicino alla rastrelliera dei giornali vicino al muro lontano e si riempiva la tasca del cappotto di libri. Al momento attorno alla cassa era affollato così all’inizio non lo vidi. Ma quando ho notato che cosa stava combinando, iniziai a strillare. Partii come un coniglio a nel tempo in cui mi sono districato per uscire da dietro la cassa stava già correndo a tutta velocità giù per Atlantic Avevue. L’ho inseguito per un po’ ma poi ho rinunciato. Aveva lasciato cadere qualcosa lungo la strada e siccome non me la sentivo più di correre mi piegai a vedere che cos’era.

Risultò che fosse il suo portafoglio. Non c’erano soldi dentro, ma c’era la sua patente con tre o quattro fototessere. Penso che avrei dovuto chiamare i poliziotti e farlo arrestare. Avevo il suo nome e l’indirizzo dalla patente, ma mi sentivo un po’ dispiaciuto per lui. Era un piccolo misero punk, e una volta che avevo visto quelle foto nel portafoglio non riuscii ad essere veramente arrabbiato con lui. Robert Goodwin. Era questo il suo nome. In una delle foto, mi ricordo, stava con il braccio intorno alla madre o alla nonna. In un’altra stava seduto all’età si nove o dieci anni, vestito con l’uniforme da baseball e un grande sorriso stampato in volto. Non né ho avuto il fegato, ecco. Era probabilmente drogato, ho immaginato. Un ragazzo povero di Brooklyn senza molta fortuna e chi se ne fregava di un paio di rivistacce, in ogni caso?

“Alla fine mi tenni stretto il portafoglio. Di tanto in tanto sentivo l’impulso di spedirglielo indietro ma ho continuato a rimandare e non ho fatto mai niente. Quindi arriva il natale ed io non ho nulla da fare.

Il capo solitamente mi invita da lui a passare la giornata ma quell’anno lui e la sua famiglia erano giù in Florida a far visita ai parenti. Quindi sto seduto nel mio appartamento quella mattina sentendomi un po’ dispiaciuto per me stesso quando vedo il portafoglio di Robert Goodwin che giaceva in una mensola in cucina. Penso, cazzo perché non fare qualche cosa di carino per una volta così mi metto il cappotto e vado fuori per restituire il portafoglio di persona.

L’indirizzo era su a Boerum Hill, da qualche parte nei quartieri popolari. Si congelava quel giorno e mi ricordo di essermi perso diverse volte cercando di trovare il palazzo giusto. Tutto sembrava uguale in quel posto, tu continui ad andare intorno allo stesso posto pensando di essere altrove. In ogni caso raggiungo finalmente l’appartamento che sto cercando e suono il campanello. Non succede niente. Deduco che non c’è nessuno, ma provo ancora giusto per essere sicuro. Aspetto un po’ di più e proprio nel momento in cui sto per rinunciare, sento qualcuno trascinarsi verso la porta. Una voce di donna anziana mi chiede chi è e io dico che sto cercando Robert Goodwin. ‘Sei tu Robert?’ dice la vecchia, e quindi da circa quindici giri alla serratura e apre la porta.

“Doveva avere massimo ottanta, forse novant’anni e la prima cosa che ho notato di lei è che era cieca. ‘Sapevo che saresti venuto Robert’ disse ‘Sapevo che non ti saresti scordato di tua nonna Ethel a natale. Quindi allarga le braccia come se stesse per abbracciarmi.

“Non avevo molto tempo per pensare, capisci. Dovevo dire qualcosa velocemente e prima che sapessi che cosa stesse succedendo potei sentire le parole uscire dalla mia bocca. ‘E’ vero nonna Ethel’, dissi. ‘Sono tornato per venire a trovarti a natale. Non chiedermi perché l’ho fatto. Non ne ho idea. Forse non la volevo dispiacere o qualcosa del genere, non lo so. Mi è venuto fuori così e dopo questa vecchia donna improvvisamente mi stava abbracciando davanti alla porta, ed io la stavo abbracciando a mia volta.

“Non dissi esattamente che ero suo nipote. Non con molte parole in ogni caso ma questa fu la conseguenza. Non stavo neanche cercando di ingannarla. Era come un gioco che entrambi avevamo deciso di fare senza dover discutere delle regole. Voglio dire, quella donna sapeva che non ero suo nipote Robert. Era vecchia e mezza matta ma non era così andata da non poter distinguere tra un estraneo e il sangue del suo sangue. Ma la rendeva felice fare finta, e visto che io non avevo niente di meglio da fare comunque, ero contento di proseguire con lei.

“Quindi entrammo nell’appartamento e passammo la giornata insieme. Il posto era veramente un letamaio, potrei aggiungere, ma cosa puoi aspettarti da una donna cieca che fa da sola i lavori di casa? Ogni volta che mi faceva una domanda su come andava le mentivo. Le ho raccontato che avevo trovato un buon lavoro al negozio di sigari, le ho raccontato che stavo per sposarmi, le ho raccontato un centinaio di storie simpatiche, e lei si comportava come se credeva ad ognuna di esse. ‘Va bene, Robert’ diceva muovendo la testa mentre sorrideva. ‘Ho sempre saputo che le cose avrebbero funzionato per te.’

Dopo un po’ ho iniziato ad avere abbastanza fame. Non sembrava che ci fosse da mangiare a sufficienza in casa allora sono andato in un negozio in zona e ho portato un casino di cose. Un pollo precotto, una zuppa vegetale, una vaschetta di insalata di patate, una torta di cioccolato, ogni genere di cose. Ethel aveva un paio di bottiglie di vino stipate in camera, e alla fine tra lei e me mettemmo decentemente insieme una dignitosa cena di natale

Entrambi diventammo un po’ alticci dal vino, mi ricordo, e dopo che il cibo finì uscimmo per sederci in sala, dove le sedie erano più comode. Dovevo fare pipì, quindi mi scusai e andai nel bagno in fondo al corridoio. Questo è dove le cose fecero una nuova svolta. Era già abbastanza sciocco fare questo gioco del nipote di Ethel, ma quello che feci dopo fu assolutamente folle e non mi perdonerò mai per questo.

“Vado in bagno e ammassata davanti al muro vicino alla doccia, vedo una pila di sei o sette macchine fotografiche. Nuove trentacinque millimetri, ancora nelle scatole, merce di prima qualità. Immagino che quello è opera del vero Robert, un magazzino per i suoi ultimi furti. Non avevo mai fatto una foto in vita mia, e sicuramente non avevo mai rubato niente, ma nel momento che ho visto quelle macchine in bagno, ho deciso che volevo averne una per me. Così. E senza neanche fermarmi a pensarci, ho preso una di quelle scatole sotto il braccio e sono tornato in salotto.

“Non dovevo essermi assentato per più di tre minuti, ma in quel tempo nonna Ethel si era addormentata nella sedia. Troppo Chianti, immagino. Andai in cucina per lavare i piatti e lei dormì durante tutto il baccano russando come un bambino. Non c’era nessun motivo per svegliarla così decisi di andare. Non avrei neanche potuto scriverle un biglietto per salutarla, considerando che era ceca e tutto il resto, perciò me ne andai soltanto. Lasciai il portafoglio di suo nipote sul tavolo, presi di nuovo la macchina fotografica e camminai fuori dall’appartamento. E questa è la fine della storia.”

“Sei mai tornato a trovarla?” chiesi
“Una volta” disse. “Circa tre o quattro mesi dopo. Mi sentivo veramente male per aver rubato la macchina fotografica, non la avevo neanche usata ancora. Finalmente mi misi in testa di restituirla, ma Ethel non era più lì. Non so che cosa le è successo, ma qualcun altro si era trasferito nell’appartamento, e non seppe dirmi dove era.
“Probabilmente è morta.”
“Già, probabilmente.”
“Questo significa che ha passato il suo ultimo natale con te”
“Penso di sì. Non l’ho mai vista in questo modo.”
“E’ stata una buona azione, Auggie. E’ stata una cosa carina che hai fatto per lei.”
“Le ho mentito, e dopo ho anche rubato da lei. Non vedo come tu puoi chiamarla buona azione.”
“L’hai fatta felice. E le macchine erano in ogni caso rubate. Non è come se la persona da cui le hai prese le possedeva sul serio.”
“Qualsiasi cosa per l’arte, eh, Paul?”
“Non lo avrei detto. Ma alla fine hai usato le macchine per un buono scopo.”
“E ora hai la tua storia di natale, no?
“Sì,” dissi. “Penso di sì.”

Mi fermai un momento per studiare Auggie mentre un ghigno malizioso si apriva sul suo volto. Non potevo esserne sicuro, ma i suoi occhi in quel momento apparivano misteriosi, così carichi di una specie di bagliore interiore, che improvvisamente mi venne in mente che avesse costruito tutta la storia. Ero sul punto di chiedergli se mi avesse raccontando frottole, ma poi mi resi conto che non lo avrei mai fatto. Sono stato convinto a crederci e questo era l’unica cosa che contava. Fino a che c’è qualcuno che ci crede non esiste storia che non può essere vera.
“Sei un asso, Auggie.” Dissi. “Grazie per essere così d’aiuto.”
“Ogni volta” rispose, guardandomi ancora con quella luce maniacale negli occhi. “Dopo tutto, se non puoi condividere i tuoi segreti con gli amici, che razza di amico saresti?”
“Mi sa che te ne devo uno.”
“No, non devi. Buttala giù così come te l’ho raccontata io e non mi devi nulla.”
“Eccetto il pranzo”
“E’ vero. Eccetto il pranzo.”
Contraccambiai il sorriso di Auggie con un sorriso dei miei, dopo chiamai la cameriera e le chiesi il conto.

quella sera

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Riporto qui una conversazione da birra media al pub, una vera e propria amichevole confessione (più che intervista) a E. e B., amici di vecchissima data con me e tra di loro, nonché co-fondatori del mio primo vero gruppo rock. Un pour-parler (con dignità di associazione di questo post alla relativa categoria) per ricordare – da profani del calcio quali eravamo, un po’ per posa – Enzo Bearzot. Ma soprattutto Pertini, l’82, i nostri 15 anni, il secolo breve e quello brevissimo che ne è derivato, il PCI quale partito di massa che era, le salamelle alla Festa dell’Unità, il disimpegno anarcoide come primo sintomo del riflusso, un paio di ragazzine fonte di ispirazione della nostra arte, come si sta meglio da adulti tutto sommato, varie ed eventuali.

B.: “Non ricordo come è nata l’idea, come ci si era messi d’accordo, il perché e il percome”.
E.: “Già. Seguivamo il calcio a singhiozzo. A me non importava più di tanto, perché, prima di tutto, eravamo musicisti”.
B.: “Aspiranti”.
E.: “Molto aspiranti. Avevo visto le prime partite del Mondiale, ma, un po’ per scaramanzia – la nazionale non era andata così bene – un po’ per noia, un po’ perché le tipe che ci piacevano non seguivano il calcio, vi ricordate? Insomma, al terzo pareggio mi ero stufato”. Così, mentre tutti erano incollati alle telecronache, noi si andava in giro con la nostra scorta di mini-groupies.
B.: “In realtà noi eravamo i groupie di quelle tipe lì, che non erano mai necessariamente una a testa. Il rapporto era 2 o più ragazze che miravano a uno di noi, o 2 o più ragazzi che miravano a una delle 2 o più di cui sopra”. Incroci o catene sentimentali che minavano l’unità, con la u minuscola. Quella della Sacra Famiglia Indissolubile dell’Antico Legame del Rock’n’Roll. B.:” Tu ai tempi eri ancora e perennemente all’asciutto, vero?” Nulla di strano. Questo era quel che succedeva tra quindicenni un po’ sfigati e di provincia.

I Mondiali dell’82, dicevamo. La risalita a testa alta della nazionale, grazie al carisma non-carisma di Bearzot e ai gol non-gol di Paolo Rossi, l’avevamo seguita sbirciando nei bar gremiti, davanti ai negozi di elettrodomestici con le TV sintonizzate sugli stadi spagnoli, l’audio rubato dalle finestre aperte nella canicola ventilata della riviera. Come se ad aumentare la sudorazione non fossero sufficienti gli ormoni già in subbuglio.

B.: “Ricordi? Ero innamorato di S., che a sua volta non era innamorata di me ma di E. S. non faceva parte delle groupies, quindi era estremamente difficile incontrarla a spasso, con le amiche”. Altro che Italia contro tutto il resto del mondo. Né musica, né calcio, né politica. Solo far colpo.
E.: “Probabilmente S. seguiva le partite ai Bagni, con la sua famiglia.  S. aveva 13 anni, mentre noi scorrazzavamo per la città a perdere tempo, bere spuma e giocare a Space Invaders, in attesa di chiuderci a sudare in sala prove – la scusa delle prove – con quelle groupies più spregiudicate e consapevoli di accompagnarsi a musicisti”. Siamo tutti concordi: S. e le sue amiche perbene non avrebbero mai accettato l’invito a trascorrere il pomeriggio con dei veri tamarri come noi, se non all’insaputa dei genitori. Non uscivano nemmeno di sera da sole.

Venne poi il giorno della finale. Quella sera che, come ho già accennato, è stato il vero spartiacque. Chi l’ha vissuta (in un modo o nell’altro, come il mio) e chi no o non ricorda, perché troppo piccolo. L’ultima sera degli anni 70, capitata solo per caso nel 1982. Ma a me, partecipare alla chiusura di un ciclo socio-culturale-politico avrebbe fatto paura, probabilmente, se solo l’avessi saputo. E in genere, tutto mi interessava poco. Ero un musicista (aspirante). Così R., il nostro batterista, ci propone di voltare le spalle all’appuntamento con la storia per un concerto jazz di Tullio De Piscopo alla Festa dell’Unità. Ottimo.

E.: “Non ricordo granché delle ore precedenti, come abbiamo raggiunto l’area concerti”. Poi però abbiamo il flash. “Ecco: noi tre e R., seduti al tramonto, in tutto meno di 10 persone sparsi tra le file di sedie. Fuori dalle transenne invece la ressa di spettatori e tifosi agli stand e ai ristoranti del Festa. Anche il banchetto del circolo Italia-URSS con la tv accesa: grida di approvazione, gemiti, parolacce e bestemmie”. Ma non si trattava di un problema di appartenenza, di tessera di partito, di anime votate alla sezione di militanza ricondotte, come chiunque altro in quel momento, ad una unica trama patriottica e popolare. Nessuno di noi si era posto il problema che forse, visto da qui, il nostro atteggiamento poggiava semplicemente su un qualcosa di radicato e inconscio, un background culturale di un’altra epoca, già finita e presto dimenticata.

Silenzio, sta per iniziare il concerto? B.: “Avevo giusto notato, sul palco, una strumentazione un po’ poverella per il calibro dell’artista”. Stiamo parlando di Tullio de Piscopo. E.:”Anche io. Batteria di sottomarca, tastiere (curioso per una formazione jazz), amplificazione sottodimensionata per l’evento”. Fini osservatori: uno degli organizzatori sale sul palco avvertendoci che (non con queste parole) De Piscopo non suonerà. Già. Anche lui e i suoi musicisti si sono barricati in qualche hall di albergo a soffrire sulla partita. Ma non tutto è perduto. Al suo posto, al termine della finale, si terrà l’esibizione di una cover-band (ai tempi non si chiamavano ancora così) locale. No. Lo scambio con il concertino dei V., che suonano roba tipo “What a feeling” o “Betty Davis Eyes”, è al di sotto della nostra soglia di tolleranza.

Ma, nel frattempo, ignara del colpo inferto alla nostra adolescenza, la storia segue il suo corso. E di contorno, ad ogni gol della nazionale, la massa urla di gioia, i compagni saltano, si abbracciano, dispensano gratuitamente vino, birra e salamelle. Noi, irriducibili, rimaniamo lì, a discutere come un gezzista del calibro di De Piscopo possa rinunciare ad esibirsi per seguire una banale partita di pallone. B.: “Ma sapevamo il perché, a giudicare da come tutti, intorno a noi e tranne noi, si stavano divertendo”.

Insomma, la finale finisce, l’Italia, tutta, quella guidata da Bearzot e quella guidata da Pertini solleva la coppa ed esce dalla sua interminabile “notte zavoliana”. Tutta la nostra città si tinge di azzurro, a migliaia si riversano nelle strade e nelle fontane a festeggiare. A milioni in tutto il Paese, pronti a barattare 15 anni di tensioni, di lotta, di diritti conquistati, di segreti di stato con un notte di orgoglio, da stemperare presto davanti alla tele al primo che avrà il guizzo imprenditoriale di catturare il disimpegno e di congelarlo davanti a Ezio Greggio e a un paio di quinte abbondanti tracimanti dalle scollature.

E noi, ignari e infelici. E.: “Io ero amareggiato perché, in un colpo solo, avevo perso la finale e un concerto. Avevo persino litigato con mio padre perché voleva che seguissimo l’incontro insieme. Mi spiace, non ve l’avevo mai confessato”. Anche i miei genitori erano stupiti della mia scelta. Io avevo argomentato semplicemente con un “chissenefrega, al massimo la vedrò in differita quando ritorno a casa”.

E anche questa è una storiella più o meno senza finale. Io, R., E. e B. ci stiamo avviando verso i nostri odiati-amati domicili, tra il tripudio generale. Ad un semaforo incontriamo S. con le sue amiche e le loro famiglie. B.: “Ricordate? S. aveva una maglietta azzurra e un nastrino tricolore sulla fronte”. Si stanno dirigendo nel posto da cui noi stiamo tornando, per festeggiare con tutti. Abbiamo orari e esigenze opposte. E non c’è dubbio: S.  è bellissima, all’unanimità. Con le amiche si stacca dal gruppo e ci raggiunge, scambiamo qualche parola, ma è stupita (delusa, direi) del fatto che non abbiamo visto la partita. Un po’ imbarazzati ci salutiamo e ci separiamo. S. e la amiche a festeggiare in piazza. Proseguiamo così il rientro da reduci, frastornati dal nostro titanismo inconsapevole, incompreso e controproducente, dannoso se si vuole far colpo sulle ragazze carine e perbene. A casa, i miei  brindano con spumante e pasticcini. Che esagerazione. C’era ancora mia nonna ed era arrivato da poco un gatto, bianco e nero. Io ricordo di aver acceso la TV e di avere visto i gol a uno speciale, uno dei tanti. E di non essere riuscito ad addormentarmi tanto presto.