non fa testo

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Per esempio, ora sto buttando giù questo articolo non nella caotica redazione di un giornale, ma in un capanno nel mio giardino. La finestra del capanno è coperta da un telo, perché altrimenti la mattina sarei abbagliato dal sole. Quindi ho davanti a me questo telo grigio, che è inchiodato alla parete in due punti e pende al centro in un grande sorriso grigio.

Il telo è sporco. E il capanno è sporco. Se lasciassi vuoto questo posto per una settimana, finirebbe per diventare un rifugio per gli animali del bosco. Ma probabilmente lo pulirebbero, prima. Ed è qui che passo sette-otto ore di fila al giorno. Sette-otto ore ogni volta che cerco di scrivere. La maggior parte di questo tempo lo passo immobile, in una situazione di stallo, quindi dopo sette-otto ore passate a fare finta di scrivere – seduto nella posizione giusta davanti allo schermo – ho lavorato davvero per un’ora. È un rapporto terribilmente sproporzionato e irragionevole.

Questo tipo di vita è in contrasto con la visione romantica che avevo un tempo – e che molti hanno – della vita dello scrittore. Immaginiamo più movimento. Immaginiamo una vita a cavallo. A dorso di cammello? Immaginiamo decappottabili, scogliere battute dal vento, fari. Non immaginiamo – o io non immaginavo – di dover passare tanto tempo seduti. Forse sembrerò ingenuo se dico che mi aspettavo di scrivere, che so, sciando. La natura profondamente sedentaria di questo lavoro mi pesa tutti i giorni. Mi pesa anche in questo momento. E così ogni tanto devo uscire dal capanno.

Dave Eggers e la scrittura, un articolo tradotto sul numero in edicola dell’Internazionale, il tutto disponibile qui.

in treatment

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Q.: Vede, dottore, ho un sogno ricorrente: perdo denti, pezzi di denti. Mi si staccano dalle gengive e mi rimangono in bocca, e io li raccolgo nel palato come i bambini, quando indugiano masticando il cibo che non gradiscono. Quindi mi dirigo al lavabo del bagno e sputo quel bolo in una mano. Lì mi rendo conto della parte di me che se va. Poi, e sembra la sceneggiatura di un b-movie splatter, la novità: questa notte mi guardo allo specchio e vedo una sorta di intelaiatura, un apparato di ferro nudo che mi è rimasto in bocca. Una specie di rastrelliera satinata, con tanti spazi liberi quanti erano i denti che mi si sono staccati. Le punte di metallo, ora libere, davano molto fastidio chiudendo la bocca. E nella parte interna, sotto, si vedeva pure la marca, un nome in inglese che non ricordo.
A.: Perdere i denti nei sogni è abbastanza comune e facilmente interpretabile. Provi con Google, i risultati sono molteplici e riconducibili ad un unico tema. Ed è anche più economico che venire a raccontarli a me. Quanto alla marca dell’apparecchio, proprio non si ricorda nulla? Questo sì che potrebbe essere interessante, da un punto di vista marketing.
Q.: Spiacente, non riesco a focalizzare il nome. Lo vedo scritto in nero, riconosco l’ingombro che occupa sull’apparecchio, ma non distinguo i caratteri.
A.: Non importa. Per oggi abbiamo finito.

storie di un impiegato

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La formula del reality in azienda è un’idea che mi frulla in testa da tempo, che molto probabilmente (come, d’altronde, spesso accade) uno 007 esperto di spionaggio industriale al soldo de La7 mi deve aver rubato, intercettando le mie elucubrazioni attraverso una cimice infraneuronale. E se non ho mai visto una puntata de Il contratto, non è per lo scorno di non essermi arricchito vendendo per primo un episodio pilota del format in questione, ma perché, in generale, ho poco tempo per la tv, tantomeno per i reality.

Leggendone poi su Sempre un po a disagio, che ha sottolineato il fastidio del veder banalizzata la tematica del lavoro – o, meglio, della difficoltà di averlo -, ho colto la discutibilità dell’operazione, anche se in effetti fosse il reality che mancava: dopo la coabitazione e la sopravvivenza, telecamere accese sul lavoro, che è un po’ entrambe. Storie da raccontare ce ne sono a bizzeffe, potrebbero essere confezionati tanti Jpod quanti sono gli essere umani occupati, a tempo determinato e non.

Le aziende sono fatte di persone, il successo dei brand deriva non perché l’organigramma comprende una casella per una determinata funzione, ma perché a ricoprire quella funzione e quella casella c’è una persona, che ha una sua identità professionale unica al mondo. E tutte insieme, queste persone, in azienda, costituiscono una microsocietà parallela, con dinamiche, tensioni, divisioni e rapporti importanti tanto quanto (purtroppo) quelli della vita privata. Oggi ci sono persino i social network interni, con gli status da cambiare a seconda dell’umore, i commenti e i like sulle battute dei colleghi. Pensate invece ai nostri genitori, nell’era del Posto Fisso, che hanno occupato per quaranta anni circa la stessa sedia nella stessa organizzazione, magari con gli stessi colleghi con cui hanno iniziato. Noi, per i motivi che conosciamo, ovvero la flessibilità imposta, i contratti farlocchi, le società che appaiono e scompaiono, siamo più abituati al cambiamento. Il turn over però continua ad essere considerato un difetto, perché è indice di operatività rallentata e di non soddisfacenti condizioni lavorative. Chissà.

Ma oggi, e torno a ricordarlo, avere un posto e una paga è già un aspetto positivo; siamo tornati a un livello “ground zero” di giudizio, non ci si può più permettere di scegliere, di rifiutare, di snobbare una proposta, a meno di non essere miliardari. Così mi arrabbio il doppio quando vedo nuove leve entrare in azienda da me e non riuscire a calibrare in tempo il raggio dell’ambizione. Vorremmo tutti fare gli spot della Bmw, lo so anche io. Ma vista la fila che c’è là fuori, ci dobbiamo accontentare di fare gli spot per il Lidl. Non mi sembra un concetto difficile da afferrare, eppure ho avuto e ho giovanissimi colleghi che non se ne fanno una ragione. Senza contare chi lavora con un terzo dell’impegno giustificandolo con il terzo di uno stipendio vero che riceve. O chi, come si faceva in caserma muniti di ramazza e paletta, cerca di passare sempre per iperoccupato, per non dare nell’occhio.

Allora ho pensato che più che un reality, l’ambiente di lavoro possa essere rappresentato meglio dalla fiction. Con i protagonisti a impersonare gli stereotipi della vita quotidiana davanti al pc, le cuffiette, i cellulari che vibrano, le occhiatacce a chi invece non li imposta sul silenzioso e squarcia il silenzio con la hit del momento, le tazze di tisana fumante, gli effluvi della schiscetta dei più organizzati, gli staff meeting superflui, i sales che fanno i commerciali anche con sé stessi e così via. La ripresa in real time di tutto quello che c’è sotto sarebbe troppo cruda.

non c’è solo il sesquicentenario

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Provo a metter giù una lista degli anniversari, celebrazioni e ricorrenze a cifra diciamo tonda (zero, uno, dieci, venti ecc… secondo la convenienza e gli espedienti narrativi dell’autore) che renderanno questo 2011 importante, dopodomani (17 marzo) a parte, tanto sapete già di cosa si tratta. Vi confesso che in alcuni casi mi sono fatto aiutare da Wikipedia, ma fate finta di nulla. Internet è anche un po’ l’arte della finzione, proprio come il cinema. Qui, a scrivere, potrebbe esserci chiunque.

1/1: dieci anni dall’inizio del nuovo secolo e nuovo millennio, anche se c’è chi sostiene che la data da considerare è l’1/1/2000 (non ho mai capito ma mi adeguo)
10/2: da due decadi esiste Rifo(ndazione), meno male che non esiste già più
17/3: 30 anni dalla scoperta della banda di Licio Gelli che accoglierà tra le sue file anche un futuro presidente del consiglio
4/4: sappiamo che Moretti non ce la racconta giusta sul suo ruolo nelle BR, da 30 anni
11/5: avrò 44 anni da un giorno
1/6:  365 giorni senza leggere rockit.it
2/6: trent’anni senza Rino Gaetano e non più di dieci da quando ci siamo accorti che era morto
1/7: il patto di Varsavia è stato sciolto da 20 anni
19/7: una decade di domande sull’interruzione della democrazia a Genova
20/7: 10 anni di fama per Piazza Alimonda
22/7: da 10 anni so cosa è un black bloc
7/8: 12 mesi da quando ho spento l’ultimo cilindro di Old Holborn giallo avvolto in tre quarti di OCB corta
11/9: dieci anni dal design della nuova skyline di Manhattan
15/9: da ventanni sono militesente

Tornando al trucco di Wikipedia di cui sopra, ho letto con interesse quanto accaduto nel 2001. Ad ogni voce mi sono detto: caspita, già dieci anni. Non è, in effetti, un bel gioco da fare.

conversazioni di basso livello (in senso informatico)

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Uno dei lati positivi dell’avere più di 40 anni nel duemilaerotti è poter sostenere confronti sugli albori dell’informatica consumer e farcirli di aneddoti boriosi: il dos, il Macintosh Classic, il Commodore, l’Atari, l’Amiga e via così (volevo sottolineare il fatto che un altro lato positivo è essere in grado di sostenere conversazioni tout court, ma mi è sembrato poco rispettoso verso le nuove generazioni e non l’ho scritto). Permette a noi di quasi di mezza età di tirarcela un po’ con i pischelli nati con le app dell’iphone e con le piattaforme dedicate al gioco che prolungano la loro infanzia oltremisura (d’altronde, sono a casa a girarsi i pollici, vista la situazione, tanto vale girarli su una console). Noi che sappiamo apprezzare fino in fondo i contratti di navigazione flat, rispetto ai salassi in bolletta e all’inconfondibile rumore proto-digitale di connessione del modem. Oppure il tera come unità di misura di dispositivi storage hi-tech e multicolore versus la monocromaticità blu floppy disc dei raccoglitori di file di una volta.

Tutto questo ci fa sentire come i nostri nonni con Vittorio Veneto, i nostri padri con la Resistenza, i nostri fratelli maggiori con le università occupate e quelli di mezzo con la festa del proletariato giovanile di Parco Lambro, e ci autorizza a fiaccare di paternali i ventenni che, per andare su youtube, vanno su google, digitano youtube, e poi cliccano sul primo risultato della lista. Magra consolazione, direte voi. Ma il senso di questo esempio è: non è che Internet ci ha reso stupidi, ma sono gli stupidi che utilizzano Internet a loro modo. E allora giù di luoghi comuni. “Si scaricava l’e-mail solo due volte al giorno, una al mattino e una dopo pranzo“, che detta così sembra una prescrizione del dottore. “Il mac dedicato alla scrittura della copia master dei cd rom era su un tavolo a prova di vibrazioni, i cd vergini costavano 20mila lire e si utiizzavano scrupolosamente“. “Windows trepuntouno, quello sì che era un OS stabile”.

Stamane, chiacchieravo in questi termini con un addetto di Italia Stazione Futuro, una mostra che verrà inaugurata domani e della quale consiglio la visita. I motivi sono vari e fondati: è interessante, è un’occasione per celebrare l’Italia che ha lavorato e che lavora (versus quella che parla e basta), è curata da Riccardo Luna, direttore di Wired, e c’è un video in 3D, il progetto e sviluppo del quale ho seguito in prima persona (e poi non dite che i blog non sono autoreferenziali). Ma su tutto questo ci sarà un reportage tra un paio di giorni, dopo l’inaugurazione, appunto. Ho perso il filo. Ah, dicevo, stavo chiacchierando con questo tizio, più o meno mio coetaneo, che di fronte a un prodigio di automazione mi ricordava le schermate nere a caratteri verdi di una volta, accendevi il terminale, leggevi C: e basta, e poi tutto dipendeva da te (per dirla con termini non volgari).

Allora mi è venuto in mente quando ho scritto la tesi di laurea, con Wordstar su un Olivetti M24, salvando il materiale su un floppy disk da 8 pollici (ne ho ancora una confezione intonsa nella scrivania della mia cameretta a casa dei miei). E che quando l’ho portato dallo stampatore, non ricordo quale problema ci fosse di incompatibilità a causa del quale ho dovuto fare altri passaggi di formato prima di riuscire a chiudere con decoro il mio ciclo di studi. Vabbè, direte, altri tempi e altre complessità. Ma ci tenevo a difendere con orgoglio quel prodigio di tecnologia, l’M24, un Olivetti, tutta roba italiana (almeno credo), che in così tanti anni di onorato servizio non mi si è mai piantato, e sono pronto a scommettere che, malgrado sia in soffitta da allora, è ancora in grado di fare il suo dovere. Ma non c’è ne è stato bisogno, nel senso che ho sfondato porte aperte, tutti i miei interlocutori (nel frattempo si era unito un altro paio di persone) hanno confermato la qualità di quel dispositivo. Lì, nell’Italia dell’innovazione che è un po’ il presente e tanto il nostro futuro, c’è stato l’amarcord in chiave vintage e retro, un tributo all’eccellenza informatica, anche se io – ho precisato – ho usato l’M24 praticamente solo come una macchina da scrivere evoluta. Così, per interpretare al meglio quella conversazione, ho assunto la postura da anziano che contempla con gli amici pensionati i lavori stradali, con le mani raccolte dietro la schiena, le spalle curve non è stato il caso visto che in parte le ho già. E ho pensato che non ci sono più i computer di una volta. Già. E una volta, qui, era tutto a due bit.