via crucis

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in potrebbe piovere

Il primo maggio sarà beatificato Papa Wojtyla, il 25 aprile è Lunedì dell’Angelo, avere un crocefisso appeso in classe in una scuola pubblica di uno stato laico e multiculturale non costituisce un’anomalia. Non c’è più religione.

questa musica che non ha orecchi

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in a Milano, alti e bassi di fedeltà sonora, quattro stagioni (rossa)

Avete mai prestato attenzione seriamente alla musica diffusa nei negozi in cui fate shopping? E con shopping intendo l’accezione inglese, ovvero fare una spesa di qualsiasi tipo, dai pelati alla Coop alle Camper nuove in via Montenapoleone (percorso tipico di un consumatore di sinistra come me). Prendiamo per esempio un qualsiasi centro commerciale dell’hinterland, le solite botteghe in franchising con i prodotti che si ripetono tristemente uguali ovunque, l’apoteosi della spersonalizzazione della non-scelta del consumatore (e se scrivessi in inglese non ci sarebbe questa indecorosa infilata di preposizioni articolate).

È sabato, è anche inverno, fuori piove ma anche se non piovesse ci andrei lo stesso. Entro, e il background sonoro preponderante è il brusio, vociare misto a carrelli trainati e scale mobili. Qualche acuto di bambini. La canzoncina della giostra. Una madre richiama il proprio figlio: “Keviiiiiiiiiiiiiin!”. Ma concentriamoci. Si coglie un bordone di musiche varie in libertà, una sopra l’altra, un bsxbsbxbsbbrsrsrtrxrtsrtxrx che mi ricorda lo stabile industriale riconvertito in sale prove dove avevo il campo base di un gruppo, tanti anni fa. Un corridoio stretto su cui si affacciavano decine di cellette, ciascuna occupata da una band e dotata di adeguato sistema di isolamento acustico. Quindi dentro ci si stava da dio. Ma fuori, in quel limbo che dava accesso a quella fila di bocche chiuse e blindate usciva di tutto, metal su reggae su punk su nirvana su funky, un calderone disarmonico tendente alle frequenze più basse degna colonna sonora di girone dantesco.

L’esperienza al centro commerciale è simile, infatti entri in un negozio, lasci fuori tutto il bsxbsbxbsbbrsrsrtrxrtsrtxrxs e resti solo con una frazione di quel bsxbsbxbsbbrsrsrtrxrtsrtxrx, una componente di quel bsxbsbxbsbbrsrsrtrxrtsrtxrx che resta nuda e si lascia afferrare distintamente. Molto frequentemente, per non dire quasi sempre, il genere più in voga tra i misteriosi selezionatori (davvero: radio interne a parte, non ho idea di chi possano essere) è R’n’B moderno, quella variante della black music in cui le cantanti urlano acuti dopo essersi arrampicate su scale barocche con una logica piuttosto aleatoria (2 gradini verso l’alto, 3 verso il basso, torno su di 1, riscendo di 4 per poi saltare 2 a 2 verso la rampa successiva). Non ci sarebbe nulla di male (o almeno ci sarebbe ma capisco che a qualcuno piaccia così), purtroppo il bordone di chiacchericcio locale di ogni singolo negozio, muovendosi sulla stessa fascia di frequenze della componente strumentale, lascia emergere solo la voce. Che alla terza o quarta canzone, mentre sei lì che aspetti che si sciolga l’eterno dubbio della persona che accompagni circa l’acquisto di un capo da 6 euro, con molta probabilità tessuto in estremo oriente, che poi come da copione non sarà mai acquistato, genera fastidio.

C’è poi l’immancabile punzapunza, incontrastato leader dell’entertainment per distratti, con le sue varianti più o meno acide a seconda del target preso di mira. I postumi di Sanremo, Festivalbar (ammesso che esista ancora) e manifestazioni canore varie, ora note come Talent Show. Entri poi nei reparti wellness, erboristeria o cosmesi e sei automaticamente proiettato in luoghi esotici in cui armonie remote agevolano la contemplazione dei prodotti verso l’acquisto degli stessi. Tra gli scaffali del supermercato invece vale un po’ tutto, quasi come su Virgin Radio. Nulla di subliminale, perché se si tratta di scatolame o di salumi il consumatore non presta attenzione a nulla se non al prezzo al chilo.

Ma ora c’è un barlume di speranza, in tutto questo. Un po’ come i finali dei film più ansiogeni che, dopo 89 minuti di pioggia, si avviano ai titoli di coda con le nuvole che si aprono lasciando filtrare il cielo sereno. Proprio così. Al termine del mio non-tour nel non-luogo per antonomasia entro in una cartolibreria, e non credo alle mie orecchie: un raggio di sole, proprio quello di De Gregori, “a questo amore a questa distrazione, a questo carnevale dove nessuno ti vuole bene, dove nessuno ti vuole male“. Un pezzo che non mi capitava di sentire da secoli, “a questo mondo già troppo pieno, a questa strana ferrovia, unica al mondo per dove può andare ti porta dove porta il vento, ti porta dove scegli di ritornare“. La casualità della piacevole sorpresa mi ha reso di umore accondiscente verso la proposta di quel negozio, già più friendly per natura verso i miei gusti. Libri, penne, bloc notes e infinite varietà di ameno merchandising, “avrai matite per giocare e un bicchiere per bere forte, e un bicchiere per bere piano un sorriso per difenderti e un passaporto per andare via lontano“. A quel punto, io che detesto la retorica, mi sono svegliato dallo stato di ipnosi. Ho trovato eccessiva e didascalica la corrispondenza tra commento sonoro e immagini, quello che avevo intorno. Mi sono sentito colpito e affondato. Diamine, Francesco ha centrato nel segno. Così, di riflesso, sono fuggito senza comprare nulla.

non fa testo

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in scripta manent

Per esempio, ora sto buttando giù questo articolo non nella caotica redazione di un giornale, ma in un capanno nel mio giardino. La finestra del capanno è coperta da un telo, perché altrimenti la mattina sarei abbagliato dal sole. Quindi ho davanti a me questo telo grigio, che è inchiodato alla parete in due punti e pende al centro in un grande sorriso grigio.

Il telo è sporco. E il capanno è sporco. Se lasciassi vuoto questo posto per una settimana, finirebbe per diventare un rifugio per gli animali del bosco. Ma probabilmente lo pulirebbero, prima. Ed è qui che passo sette-otto ore di fila al giorno. Sette-otto ore ogni volta che cerco di scrivere. La maggior parte di questo tempo lo passo immobile, in una situazione di stallo, quindi dopo sette-otto ore passate a fare finta di scrivere – seduto nella posizione giusta davanti allo schermo – ho lavorato davvero per un’ora. È un rapporto terribilmente sproporzionato e irragionevole.

Questo tipo di vita è in contrasto con la visione romantica che avevo un tempo – e che molti hanno – della vita dello scrittore. Immaginiamo più movimento. Immaginiamo una vita a cavallo. A dorso di cammello? Immaginiamo decappottabili, scogliere battute dal vento, fari. Non immaginiamo – o io non immaginavo – di dover passare tanto tempo seduti. Forse sembrerò ingenuo se dico che mi aspettavo di scrivere, che so, sciando. La natura profondamente sedentaria di questo lavoro mi pesa tutti i giorni. Mi pesa anche in questo momento. E così ogni tanto devo uscire dal capanno.

Dave Eggers e la scrittura, un articolo tradotto sul numero in edicola dell’Internazionale, il tutto disponibile qui.

in treatment

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in scripta manent

Q.: Vede, dottore, ho un sogno ricorrente: perdo denti, pezzi di denti. Mi si staccano dalle gengive e mi rimangono in bocca, e io li raccolgo nel palato come i bambini, quando indugiano masticando il cibo che non gradiscono. Quindi mi dirigo al lavabo del bagno e sputo quel bolo in una mano. Lì mi rendo conto della parte di me che se va. Poi, e sembra la sceneggiatura di un b-movie splatter, la novità: questa notte mi guardo allo specchio e vedo una sorta di intelaiatura, un apparato di ferro nudo che mi è rimasto in bocca. Una specie di rastrelliera satinata, con tanti spazi liberi quanti erano i denti che mi si sono staccati. Le punte di metallo, ora libere, davano molto fastidio chiudendo la bocca. E nella parte interna, sotto, si vedeva pure la marca, un nome in inglese che non ricordo.
A.: Perdere i denti nei sogni è abbastanza comune e facilmente interpretabile. Provi con Google, i risultati sono molteplici e riconducibili ad un unico tema. Ed è anche più economico che venire a raccontarli a me. Quanto alla marca dell’apparecchio, proprio non si ricorda nulla? Questo sì che potrebbe essere interessante, da un punto di vista marketing.
Q.: Spiacente, non riesco a focalizzare il nome. Lo vedo scritto in nero, riconosco l’ingombro che occupa sull’apparecchio, ma non distinguo i caratteri.
A.: Non importa. Per oggi abbiamo finito.

storie di un impiegato

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in duepuntozero, tecnologia e altri incidenti

La formula del reality in azienda è un’idea che mi frulla in testa da tempo, che molto probabilmente (come, d’altronde, spesso accade) uno 007 esperto di spionaggio industriale al soldo de La7 mi deve aver rubato, intercettando le mie elucubrazioni attraverso una cimice infraneuronale. E se non ho mai visto una puntata de Il contratto, non è per lo scorno di non essermi arricchito vendendo per primo un episodio pilota del format in questione, ma perché, in generale, ho poco tempo per la tv, tantomeno per i reality.

Leggendone poi su Sempre un po a disagio, che ha sottolineato il fastidio del veder banalizzata la tematica del lavoro – o, meglio, della difficoltà di averlo -, ho colto la discutibilità dell’operazione, anche se in effetti fosse il reality che mancava: dopo la coabitazione e la sopravvivenza, telecamere accese sul lavoro, che è un po’ entrambe. Storie da raccontare ce ne sono a bizzeffe, potrebbero essere confezionati tanti Jpod quanti sono gli essere umani occupati, a tempo determinato e non.

Le aziende sono fatte di persone, il successo dei brand deriva non perché l’organigramma comprende una casella per una determinata funzione, ma perché a ricoprire quella funzione e quella casella c’è una persona, che ha una sua identità professionale unica al mondo. E tutte insieme, queste persone, in azienda, costituiscono una microsocietà parallela, con dinamiche, tensioni, divisioni e rapporti importanti tanto quanto (purtroppo) quelli della vita privata. Oggi ci sono persino i social network interni, con gli status da cambiare a seconda dell’umore, i commenti e i like sulle battute dei colleghi. Pensate invece ai nostri genitori, nell’era del Posto Fisso, che hanno occupato per quaranta anni circa la stessa sedia nella stessa organizzazione, magari con gli stessi colleghi con cui hanno iniziato. Noi, per i motivi che conosciamo, ovvero la flessibilità imposta, i contratti farlocchi, le società che appaiono e scompaiono, siamo più abituati al cambiamento. Il turn over però continua ad essere considerato un difetto, perché è indice di operatività rallentata e di non soddisfacenti condizioni lavorative. Chissà.

Ma oggi, e torno a ricordarlo, avere un posto e una paga è già un aspetto positivo; siamo tornati a un livello “ground zero” di giudizio, non ci si può più permettere di scegliere, di rifiutare, di snobbare una proposta, a meno di non essere miliardari. Così mi arrabbio il doppio quando vedo nuove leve entrare in azienda da me e non riuscire a calibrare in tempo il raggio dell’ambizione. Vorremmo tutti fare gli spot della Bmw, lo so anche io. Ma vista la fila che c’è là fuori, ci dobbiamo accontentare di fare gli spot per il Lidl. Non mi sembra un concetto difficile da afferrare, eppure ho avuto e ho giovanissimi colleghi che non se ne fanno una ragione. Senza contare chi lavora con un terzo dell’impegno giustificandolo con il terzo di uno stipendio vero che riceve. O chi, come si faceva in caserma muniti di ramazza e paletta, cerca di passare sempre per iperoccupato, per non dare nell’occhio.

Allora ho pensato che più che un reality, l’ambiente di lavoro possa essere rappresentato meglio dalla fiction. Con i protagonisti a impersonare gli stereotipi della vita quotidiana davanti al pc, le cuffiette, i cellulari che vibrano, le occhiatacce a chi invece non li imposta sul silenzioso e squarcia il silenzio con la hit del momento, le tazze di tisana fumante, gli effluvi della schiscetta dei più organizzati, gli staff meeting superflui, i sales che fanno i commerciali anche con sé stessi e così via. La ripresa in real time di tutto quello che c’è sotto sarebbe troppo cruda.