e sono io oppure sei tu, chi ha sbagliato più forte

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Non ho ancora capito se sono d’accordo oppure no. A caldo mi sono sentito finalmente emancipato dallo standard a cui siamo abituati. Poi mi sono detto: se depenniamo il consesso, gran cerimoniere incluso, che cosa ci rimane? Ma a freddo, rileggendo la lista di proscrizione, non ho visto Jovanotti e ho anche pensato che diamine ci azzeccano i Muccino. Piuttosto, in rappresentanza del grande schermo, avrei messo Ferzan Ozpetek. Alessandro Trocino, su Il Post, fa a pezzi tutte le nostre certezze.

 

emancipate yourselves from mental slavery

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in a Milano, alti e bassi di fedeltà sonora, danni di piombo, quattro stagioni (rossa)

Il 27 giugno del 1980 ero lì, non proprio sotto il palco ma nella massa di persone arrivate un po’ da ovunque per un concerto che è già passato alla storia. Bob Marley a San Siro, Milano. Stavo con I., ai tempi, che aveva una R4 scura costantemente satura di fumo, in tutti i sensi. Soprattutto di fumo di fumo. Di canna. Ma I. ed io eravamo già passati oltre. E quel pomeriggio, stesi nel prato in attesa della sera, tra una canzone di Pino Daniele e un groove della Average White Band, ci siamo strafatti. Eroina, certo.

Eravamo in tanti a strafarci. Se mi guardo indietro, non c’è stata la solita gavetta. Le Camel, la canna e la siringa. C’è stata tanta sfortuna, molta emulazione, un incidente dietro l’altro, un po’ di debolezza e di disinformazione, solitudine percepita non a livello individuale, ma di massa. Un esercito di giovani, soli tutti insieme, specialmente nel posto dove sono nata e dove ho vissuto. Gli spari intorno e i boati delle bombe che deflagravano lontano, sì, qualcuna anche in città. Ma chi se ne importa, stava già tutto per finire. Meglio chiudere la realtà in bianco nero fuori e concentrarsi sugli effetti stupefacenti e multicolore della droga. Hai mai provato l’eroina tu per parlare? Guarda, provala e poi mi dici. Non smetteresti mai.

E la cosa paradossale è come mi sono lasciata convincere a iniziare, così mi sono lasciata convincere a smettere. La mia famiglia si è ribellata e ho mollato I., quindi ho mollato l’eroina e ne sono uscita. Ma la sfortuna, dicevo. Non dalla sfortuna. Oramai si stava diffondendo come metastasi nella mia vita. Le scelte sempre sbagliate. Un marito alcolizzato, qualche anno dopo, quanto me. Ironia della sorte: ci siamo conosciuti in ospedale, entrambi già con il fegato a pezzi e l’epatite. Quando si è speso tutti i soldi del suo lavoro ancora in droga è scappato via, per fortuna.

Così ho puntato tutto sui miei genitori, su mia sorella, su un paio di cugini e qualche amico, quelli che però se ne approfittavano (avevate ragione voi, mannaggia), mi hanno chiesto soldi per i loro problemi e glieli ho dati. Praticamente tutti. Poi ancora tante bevute, un lavoro tutto sommato decente, ma che fatica. Qualche anno fa, infine, ho iniziato ad avere seri problemi. Psicofarmaci e alcol, a volte a giorni alterni, a volte contemporaneamente.

Avrebbe potuto essere altrimenti? Prima è morta mia mamma, poi poco dopo mio papà, che ormai era nel delirio più completo. Ed ecco che mi sono sentita nuda, non ho niente (se non una tetto che mi avevano comprato i miei, per fortuna) e non so cosa devo fare. Qui non c’è mai stato niente da fare. Sempre più vecchia, sempre più in crisi. Sempre a piangere, al telefono con tutti. E non c’era più mia madre, nessuno mi avrebbe più consolato.

Qualche mese fa, ho bevuto di brutto e preso le pastiglie. Sono salita sul motorino ma il coma etilico mi ha buttato giù. Hai pensato anche tu che fosse l’inizio della fine, vero? Io si. La polizia mi ha sequestrato lo scooter, non sarei potuta più andare al lavoro, ma quello era irrilevante. Il mio fegato ormai era finito. In ospedale sono stata messa in lista d’attesa per un trapianto. Sì, un trapianto. Non me l’avrebbero mai fatto. Perché se continui a bere, perdi il tuo posto. Vai in fondo.

Mia sorella e la sua famiglia, gli unici rimasti a prendersi cura di me, sono stati così cari. Ho trascorso il natale con loro, gonfissima, ma con un po’ di speranza. Di essere fortunata, almeno una volta, nella vita. E lo sono stata: stanotte sono morta. Ho spento tutto, a 50 anni. Anzi, una polmonite mi ha spento. Fa sorridere, vero? Sopravvissuta a un investimento in vespa, siringhe condivise, botte di alcool e tranquillanti. Chissà che altro che non ti ho mai detto. Per poi morire per una polmonite.

Scusa, ho perso il filo. Ti dicevo del concerto di Bob Marley a San Siro. Qualche settimana dopo, quell’anno, sul divano di velluto blu che era nell’ingresso di casa della zia, tua mamma. Io, tu, le tue sorelle. Ascoltavamo musica. Tu avevi 13 anni, giusto? Ma ti eri impallato con il reggae. Lo eravamo un po’ tutti ai tempi. Insomma, ho tirato fuori dalla borsa il biglietto, quella parte che rimane a chi va ai concerti, e che i fanatici come me e te tengono nel portafoglio. C’era Marley di profilo con una canna in bocca, su sfondo verde giallo rosso. Senza che me lo chiedessi ti ho regalato quella reliquia, visto che tu, a 13 anni, non avevi giustamente avuto il permesso di andare.

Senti però, prima che questa tua elegia funebre diventi patetica, e già lo è abbastanza, fai una cosa. Chiudi le virgolette, metti un punto e finiscila qui. E, se proprio vuoi dedicarmi un pezzo, che non sia Redemption Song“.

Ok Gabri, niente Bob Marley. Rimaniamo in silenzio.

i promotori della libertà di costumi

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Ilvo Diamanti su Repubblica.

Ciò conferma che Berlusconi, in una certa misura, abbia intercettato una corrente d’opinione di lungo periodo. Un relativismo etico, che riguarda la concezione della donna e del suo ruolo. Nella società, nella famiglia, nelle relazioni di genere. Insieme a un sentimento omofobo, mai dissimulato. Oltre a una diffidenza radicata verso le istituzioni e le regole pubbliche. Berlusconi non ha “inventato” questi atteggiamenti e questi modelli etici, trasferendoli agli italiani attraverso i media. Li ha, invece, “rappresentati” (cioè: ha dato loro rappresentanza e rappresentazione). E li ha, inoltre, amplificati. Legittimati. Imposti come modelli (e consumi) di successo. Liberarsi di Berlusconi, per questo, non basterà a liberarci dal berlusconismo. Perché è un’anomalia che abita in noi, nella nostra storia e nella nostra società. “Curarlo” non sarà facile. Dovremo curare anche noi stessi.

come prendere The Persuaders Theme, trasformarlo in quattro quarti e mixarlo con gli Amari

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Apprendo la notizia della morte di John Barry da Il post, che raccoglie in 3 pagine le sue più celebri colonne sonore. Io scoprii Barry per la bellissima quanto melanconica The Persuaders Theme, la sigla originale di Attenti a quei due. Incantevole, struggente ma imballabile per via del tre quarti, quindi fuori da ogni playlist festaiola. Anni dopo, ma molti anni dopo, riuscii finalmente a rieditare quel pezzo in quattro quarti, mettergli sotto un loop funk e meshapparlo (scusate il termine) con Bolognina Revolution degli Amari, tratto dal loro album Grand Master Mogol. Qui la versione originale degli Amari, e qui sotto il mio remix.
Persuaders rmx HQ by c0m0y0k0

 

sundayness, o domenicosità, ovvero spiegare cos’è la domenica negli altri giorni della settimana

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M. sfonda porte aperte. Poco fa, a cena, in una sera che è la domenica sera, mi ha proposto e abbiamo a lungo discusso di quella sensazione, o come diamine si può chiamare altrimenti, che è la domenica. Ed è incredibile come possa essere un qualcosa di universalmente riconosciuto, almeno qui nell’occidente opulento. La domenica è tutto sommato un argomento oscuro, di cui si cerca di capirne il senso vivendola, ogni maledetta domenica, senza mai arrivare al punto. Senza mai riuscire a spiegare che cos’è quella specie di indescrivibile malessere che si prova la domenica.

Ci si rende sempre conto che è domenica, la domenica. La controprova è pensare che è domenica quando il lunedì successivo non si lavora o non si va a scuola, durante le vacanze, per esempio. Non è l’essere a ridosso di un giorno feriale che fa la differenza. La domenica non potrebbe essere un altro giorno. Da questo punto di vista, potrebbe trattarsi davvero di un giorno da santificare. Un giorno con una marcia in più, con una brillantezza artificiale, come una sorta di video postprodotto in cui si dà una colorazione diversa se c’è il sole, o si accentuano le tonalità di grigio quando è nuvoloso. Il freddo è un freddo da domenica, e in estate si suda diversamente. Le città sono così vuote solo di domenica, anche rispetto a feste in cui in giro si incontra meno gente. Perché si tratta di un vuoto diverso.

A quel punto a tavola è scattata la gara di esemplificazione delle situazioni tipiche da domenica, che cerco di riassumere qui, ma a cui spero aggiungerete qualcosa voi. Vista l’età anagrafica dei conviviali, i contributi partono da almeno 35 anni fa con Buona domenica, di Antonello Venditti. Un pezzo sull’angoscia del settimo giorno da ascoltare anche la domenica pomeriggio, in inverno, mentre fuori piove, i tuoi genitori bevono il tè con le tue vecchie zie e tu non puoi o non vuoi uscire perché non ti sei organizzato e non esistono ancora gli sms. La scena infatti è in bianco e nero (è il 1979), M. sente la sorella grande ascoltare la cassetta di Venditti con ostinazione, senza capire il perché. Il link più immediato è l’ubriacatura da maratona televisiva pomeridiana con cose tipo Domenica In, se non altro per vedere a Discoring le popstar del momento. Siamo ancora in pieni anni ’70. Non è difficile, quindi, immaginare di chiudere il cerchio proprio con Antonello Venditti che canta Buona domenica in playback proprio in quella trasmissione, ricordo che abbiamo subito rintracciato e reso tangibile su youtube.

Con F. invece facciamo un salto in avanti di qualche anno, tipo il 1984. La sensazione della domenica pomeriggio è l’annoiarsi a vuoto in un bar di periferia, le Honda XL dei più grandi della compagnia parcheggiate fuori disordinatamente, dentro il chiacchiericcio sconnesso sopra la telecronaca delle partite. Pochi consumano ma si trascorre lì tanto, troppo tempo e si fumano sigarette ininterrottamente. Habituè che giocano a boccette, whisky e amari di sottomarca. Colonna sonora: qualsiasi pezzo di Vasco Rossi (seguono tutta una serie di cliché e atmosfere tondelliane). Si finirà in discoteca? O al cinema?

Il cinema però è un ricordo collettivo più da grandi, anche perché costoso se ripetuto 4 o 5 volte al mese. La sensazione tirata in ballo però è senza tempo: l’entrare nella sala con la luce del giorno, passando alla luce artificiale che si spegne lasciando il posto alla proiezione. Il tempo e la domenica stessa si sospendono per 90 minuti circa, e si ritorna nel mood dopo i titoli di coda, mentre il cinema ti vomita fuori nel tardo pomeriggio, già buio, mentre magari ha iniziato anche a piovere. Non poteva andare peggio.

C’è chi come A. che aggiunge a questo quadro un particolare ancora più deprimente: la città che ospitava la caserma di C.A.R. – erano i tempi della leva obbligatoria – e che, la domenica pomeriggio, si riempiva di ragazzi con i capelli corti e dagli accenti più improbabili a spasso sotto i portici, a caccia continua di genere femminile, per poi finire la giornata ai tavoli delle numerose pizzerie del centro.

Chiudo con la nomination per la miglior titletrack della domenicosità (o sundayness), la musica votata all’unanimità come quella che più di ogni altra sanciva la fine del tanto agognato obiettivo a medio termine di ogni studente. Questo almeno fino a quando è stata trasmessa in tv. Dopo questa sigla di chiusura, il sipario sulla domenica scendeva irrimediabilmente, per lasciare il posto al lunedì. Si poteva posticipare ancora per qualche manciata di minuti la fine della festa, ma non si sarebbe fatto altro che togliere tempo prezioso al sonno e vendicarsi su il proprio sé stesso alle prese con il giorno dopo e dato in pasto alla sveglia del lunedì mattina. E se i compiti non erano terminati, a quel punto, con quella sigla di chiusura, non ci sarebbe stata più alcuna possibilità di rimediare. Tutto troppo tardi. Signore e signori, buonanotte.

so che?

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Rientro a casa fischiettando il solo di Miles Davis su So what. Quale migliore occasione per mettere su Kind of blue. Parte così la traccia 1, So what appunto, l’inno universale del jazz modale. Mia figlia, 7 anni tra una decina di giorni, ascolta un po’ e poi mi dice: “Papà, questa è quella che suoni sempre tu”. Non mi soffermo sull’orgoglio paterno che in quel momento è esondato, e mi limito a due chiavi di lettura. La prima è che il jazz è un linguaggio accessibile, non conta l’età o la cultura. Semplicemente è una questione di abitudine a un tipo di armonia spesso lontano dagli standard (scusate il gioco di parole) che la musica “commerciale” passata in tv, alla radio e al cinema ci impone. La seconda è che suono una versione di So what tutto sommato comprensibile.

buonanotte, sì, buonanotte.

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Buonanotte, detto un po’ alla romana. È così che Masi saluta Santoro al termine del suo intervento telefonico, con il quale dichiara di dissociarsi a priori (lo riporta integralmente Il Post). Mai un saluto fu più appropriato, anche se ormai ci siamo già, in piena notte. Parla di questa notte Giannini su Repubblica, e pensavo giusto poco fa al paragone tra i 2 momenti più difficili della Repubblica. L’altra notte, quella zavoliana, per intenderci, non l’abbiamo mai superata del tutto, a differenza di quanto si creda. Prova ne sono gli incubi che ci tormentano, quelli più di moda (Battisti dal Brasile) e quelli un po’ demodé (Zorzi dal Giappone). E questa notte, altrettanto terrificante perché, non essendo sanguinaria, permette a molti di fare sonni tranquilli, rendendo tutti ignari di come ci si sveglierà domani.

onorevole Iva Zanicchi/3

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Vi chiedo scusa. Ma mi domando se sia anche merito mio questo improvviso ritorno alla ribalta della ex-presentatrice di “Ok il prezzo è giusto”, che in 3 giorni e in 2 post mi ha fruttato circa 200 visite (vediamo se riesco a sfruttare gli ultimi strascichi di celebrità, con la presente terza parte della saga). Voglio dire, magari le porto fortuna.

Uno dei principali punti di riferimento culturali dell’Italia sotto il casco, quella alle prese con permanenti e improbabili meches, Oggi, raccoglie in alcuni podcast le sensazionali rivelazioni dell’unica Iva riconosciuta e rispettata dagli elettori di centrodestra, la cui sintesi, riportata nel titolo, è addirittura “A messa prego per la Boccassini e per i giudici di Milano”. Ecco la candidata perfetta per il centrosinistra. Iva, lascia la riva nera e corri nella riva bianca, finché sei in tempo.