allevi che superano i maestri

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Ovvio, ci sono sempre cose più urgenti a cui pensare. Ma dedichiamo almeno un paio di minuti di riflessione al dibattito intorno a Goffredo Mameli nelle vesti un po’ grunge di Giovanni Allevi. Su la Stampa si tirano le fila e si raccolgono le lettere di protesta. Quello che mi rammarica è che 30 anni fa, probabilmente, al suo posto ci sarebbe stato uno del calibro di Maurizio Pollini. Ma 30 anni fa non era il nostro sesquicentenario.

the shame was on the other side

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in alti e bassi di fedeltà sonora, pezzi che avrei voluto comporre io

Intanto ascoltate qui sotto, poi ne parliamo.

Ci siete? Ok. Uno dei brani più celebri della storia del rock, se non di tutta la musica di ogni genere. Ingiustamente solo 46esimo nella top universale che Rolling Stone ha compilato nel 2004. Se non altro perché è un pezzo che ha segnato la storia dei miei ascolti, come quelle di tanti altri, stabilendo una sorta di punto di partenza e di arrivo, l’alfa e l’omega. Prima di continuare: se volete tutti i dettagli sul perché e il percome e chi ha suonato in studio con Robert Fripp e Bowie, andate qui.

Heroes è innanzitutto la vetta artistica del periodo berlinese di Bowie, esce nel culmine degli anni ’70 (il 1977), parla di una storia che si svolge sullo sfondo del monumento all’umanità (nel bene e nel male) più significativo del dopoguerra se non del ‘900 (il muro di Berlino). Tutto questo in un brano rock/pop, non è cosa da tutti i giorni. Incarna perfettamente l’estetica e lo stile, oltre i contenuti, come abbiamo visto, di un momento culturale e artistico, con un pizzico di moda. Vogliamo parlare della copertina dell’album e del diametro diverso delle pupille di Bowie e della sua posa e del giubbetto di pelle che indossa nel video? Ma torniamo alla musica.

Una delle sue particolarità è che piace a tutti, e non perché si tratta di un brano dozzinale. Piace ai fan di Bowie, ovviamente, agli amanti della musica dei ’70 perché rappresenta uno spartiacque e apre le porte del pop al post-punk. Piace ai rockettari perché vi colgono il lato malinconico del rock e ai più decadenti (ieri dark, oggi emo), perché vi trovano un punto di appoggio. Ai cultori della musica raffinata perché è prodotta da Robert Fripp, agli altri perché è stata emulata in più edizioni di X Factor. Piace a me, perché mi riesce facile inserirla in qualsiasi tipo di playlist.

La versione uscita come singolo, che è quella che avete (spero) appena ascoltato sopra, è più breve, rispetto a quella sull’LP. E di molto. Un tempo erano rari i radio edit, potrei fare decine di esempi. Per esempio Tunnel of love dei Dire Straits. Heroes è un precursore della brevità radiofonica? Manca così tutta la prima strofa, che oltre ad essere fondamentale nella simmetria del testo in quanto viene ripetuta come quarta strofa, un’ottava sopra, è anche fondamentale nella lirica stessa. Manca poi un passaggio troppo intenso:

And you, you can be mean
And I, I’ll drink all the time
‘Cause we’re lovers, and that is a fact
Yes we’re lovers, and that is that

Tutto questo per suggerirvi di ascoltare sempre e solo la versione completa, contenuta nell’LP. Ve ne prego. Non lasciatevi prendere dalla fretta quando si tratta della storia della musica. E poi sono sono solo poche frazioni di mega in più.

Ma Heroes è anche una colonna sonora formidabile. Uno di quei pezzi epici che sta bene su tutto. Hai un video che manca di pathos? Mettigli su Heroes. L’esempio più eloquente è la sua presenza nella colonna sonora di “Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”, il film di Edel del 1981. Dubito che l’abbiate perso, comunque date un’occhiata qui (anche se è un tono sopra):

Questo stride non poco con altri successivi accostamenti suono-immagine in positivo, forse fatti per compensazione, almeno per chi, come me, considera queste scene con vero e proprio videoclip del brano. La bella morte – sono modelli negativi quanto volete, non ne sto facendo una questione morale, ma pur sempre modelli – dei tempi era così. Immaginate la mia perplessità quando Bowie stesso ha voluto celebrare con Heroes i martiri in divisa dell’11/9, a New York. Una piacevole eccezione è costituita dalla sigla del programma di Raitre Sfide, l’effetto decontestualizzante generato dall’accostamento con il calcio risulta quasi piacevole.

Heroes è, infine, uno dei pezzi più difficili da suonare. Nel senso da riproporre come l’originale. Bowie stesso e la sua band non ci sono mai riusciti, a partire dalla versione contenuta nell’album Stage del 78, che ad oggi continua ad essere la più vicina a quella in studio. Il piano è troppo in evidenza, non si amalgama con il feedback della chitarra che intrecciata al synth è riuscita a generare quel suono così freddo e così inimitabile. Non rende il volume del ride di accompagnamento, con una sequenza ritmica che probabilmente in studio si mescola a tutto il resto. Cassa e rullante stessi, dal vivo, danno subito un’impronta eccessivamente rock a un pezzo che è tutt’altro che rock, nel senso puro del termine.

Così Bowie, non potendo attenersi al suono originale, prova versioni e arrangiamenti, piuttosto discutibili. Questa, per esempio, è segnalata dalla critica come una delle migliori versioni live. Tsk. Malgrado la presenza del very pretty Thomas Dolby ai synthesizers and keyboards. Ma si sa, il suono degli anni ’80 ha dovuto per forza di cose porsi in antitesi a quello precedente, figuriamoci se non c’è stato il tentativo di negarne il principale manifesto. E le successive e quelle del Bowie più recente, che ha avuto comunque un rigurgito di Berlino, non sono meno kitsch. Purtuttavia si tratta di uno dei brani più coverizzati della storia, quasi più di Enjoy the Silence. E senza dubbio alcune cover sono meglio delle versioni live di Bowie: per approccio quella dei Wallflowers, per ricchezza emotiva la più recente di tutte (almeno credo), interpretata addirittura da Peter Gabriel.

Brano consigliato per smaltirne l’effetto: Sense of Doubt. Nello stesso album, ti riporta direttamente con i piedi per terra. Giuro.

il cacciatore di cacciatori di teste

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Proprio questa mattina, in uno dei numerosi studi di comunicazione digitale dell’area milanese, S. ha fatto l’ennesimo colloquio. Lo ho saputo per caso, e senza perdere un istante mi sono fatto raccontare tutto. E sapete perché? S. è un maniaco dei colloqui di lavoro. Non so se esista un nome per questa sorta di patologia, uno strano incrocio tra egotismo, smania di apparire, desiderio di raccontarsi, mitomania. Fatto sta che S. cerca di emergere e di colpire le aziende che assumono tramite lettere di presentazione e riassunti del suo profilo professionale per inanellare più colloqui possibili. Ma, in un momento in cui trovare un lavoro è estremamente complicato, soddisfare questa ossessione può diventare un problema. Non è facile trovare un’inserzione interessante, non è facile superare il primo screening ed è oltremodo difficile, in caso di convocazione, far conciliare le proprie richieste con le proposte del possibile futuro datore di lavoro.

Attenzione, però. S. non cerca una nuova occupazione. Macché. S. è felicemente impiegato a tempo indeterminato come art director in una storica società di design e comunicazione visiva di Milano. Ma non c’è verso di farlo smettere. Sentite dalle sue parole qual è la sua strategia, ammesso che così si possa definire.”Sono iscritto a tutte le mailing list di annunci di lavoro, nel mio settore c’è sempre richiesta, perché il turn over è all’ordine del giorno. Chi lavora con la grafica dopo un po’ si stufa di fare sempre le stesse cose e cerca nuovi stimoli. Quindi, un po’ come a pallavolo, si ruota. Così mi candido a tutto ciò in cui sono candidabile, dalla computer graphic alle posizioni di esecutivista, web design e impaginazione. Qualsiasi cosa“.

Un po’ per la sua esperienza, un po’ per il portfolio che comunque è di tutto rispetto, la media con cui S. viene convocato da aziende, agenzie di lavoro e head hunter è impressionante. “Guarda, non saprei fare una media, ma un buon 25% di mail inviate ha un seguito. Mi chiamano, cerco di fare una piccola scrematura in quella fase, quindi se vedo che l’occasione è ghiotta non so resistere e vado“. E qual è l’occasione ghiotta? “A priori, cioè senza sapere nulla dell’azienda che mi ha contattato, mi ispirano le agenzie di lavoro. Molto spesso i selezionatori sono giovanissimi che non hanno una visione dettagliata di quello che è il mio profilo professionale. Ma non voglio mettere in difficoltà nessuno, cerco solo di trovare un sfogo alla voglia che ho di raccontarmi al prossimo“. Chissà. Forse S. soffre di solitudine, nella vita privata, e considera la vita pubblica sul posto di lavoro la sua principale arena di rapporti interpersonali.

S. prende le ore di permesso necessarie – anzi, mi ha confidato che talvolta confessa senza problemi dove è diretto, la sua perversione non è un segreto per nessuno, ormai, tra le persone a cui riporta – e poi va in scena. Il mattino sceglie l’abbigliamento più adatto, a seconda dell’occasione si prepara anche una versione ad hoc del suo percorso professionale. Quindi si reca sul posto, a volte anche con difficoltà. “Ricordo un colloquio presso un head hunter in zona Molino Dorino, in un quartiere residenziale. Aveva l’ufficio nel suo appartamento in un palazzo senza portinaio, non ti dico la fatica per trovarlo, tra pensionati a spasso con i cani e massaie di ritorno dalla Coop“.

E, almeno così dice lui, molto spesso i colloqui vanno bene. Sempre secondo il suo discutibile punto di vista. “Non mi importa, ovviamente, ottenere una proposta, anche perché mi metterebbe in difficoltà Sono soddisfatto del mio lavoro. Ma se mi sento a mio agio con il selezionatore, la mia performance può toccare vette di perfezione. Riesco a dare il massimo, a raccontarmi esattamente  come si aspetta l’esperto in Risorse Umane“. E l’esito può anche essere totalmente negativo, già in questa fase. “Talvolta sono altrettanto soddisfatto se riesco a far spazientire l’intervistatore, oppure quando spingo sulla presunzione. Mi è capitato anche, interpretando il professionista che non ha nulla da perdere, di abbandonare a metà il colloquio dichiarando seccato il mio disappunto: non siete stati abbastanza dettagliati nell’annuncio, odio perdere tempo, perbacco!“.

Insomma, S. ha fatto del colloquio una sorta di performance artistica, uno spettacolo di sé stesso volto a mettere in luce l’estetica della disoccupazione, una specie di living theathre a sfondo psicoattitudinale. Intendiamoci: cercare lavoro per finta può sembrare fuori luogo, il mercato è quello che è, il tema della precarietà è delicato e scherzarci su non è lecito. Ma non c’è da preoccuparsi: si tratta di un vizio innocuo, solo un po’ di tempo sottratto agli uffici del personale, per sentirsi risorsa umana fino in fondo.