sensazionale: ecco il prodotto che salverà l’industria musicale

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Si chiama disco in vinile, ha già milioni di fan in tutto il mondo (anche su Facebook) e una pagina tutta sua su Wikipedia. La formula è semplice e nasce da una domanda. Ma davvero c’è tutto questo bisogno di digitalizzare tutto (e sottolineo la ripetizione di tutto)? E, soprattutto, perché mantenere sul mercato l’ormai obsoleto compact disc, che oltre a essere antiestetico, con tutta quella plasticaccia anni ’90, è così freddo al tatto, difficile da posizionare in casa – a meno di non utilizzare appositi contenitori, altrettanto antiestestici e difficili da essere assorbiti in stili di arredamento. Un esempio? Provate a vedere come si sono ridotti nella civilissima Svezia – e soprattutto così facilmente duplicabile?

L’idea che sta convincendo numerosi esperti del settore e le principali aziende dell’industria musicale parte dal principio che, nel nuovo secolo, l’ascoltatore medio e occasionale di musica badi sempre meno alla qualità, quello che gli addetti ai lavori definiscono alta fedeltà, o hi-fi. Da una parte l’evoluzione delle tecniche di compressione audio permette a chiunque di comprimere in pochi megabyte brani musicali, con una qualità sufficiente per il tipo di ascolto che normalmente viene fatto: sul web tramite i diffusori dei personal computer o su dispositivi portatili che permettono la riproduzione dei file audio, ascoltati con cuffie tutt’altro che professionali. Se non, addirittura, tramite il proprio telefono cellulare. Insomma, l’importante è che si senta. A chi non è mai capitato, poi, di ascoltare musica con il proprio partner con una cuffia in due, tenendo solo un auricolare a testa, in barba alla cura che chi ha mixato il brano in questione ha dedicato nel distribuire in tutto l’arco stereofonico le tracce dei vari strumenti musicali. Dall’altra, i riproduttori musicali personali possono disporre di hard disk e memoria sempre più elevata, permettendo la portabilità di file in formati anche non compressi, che occupano molto più spazio di mp3 e simili.

Nessuno compra più i compact disc, la diffusione della banda larga e i costi sempre più competitivi e alla portata di tutti di Internet ad alta velocità hanno permesso l’inevitabile proliferare dei programmi di file sharing. D’altronde, è possibile aggiudicarsi album interi con tanto di copertina in pochissimi minuti, spendendo l’equivalente di un paio di compact disc originali al mese di bolletta flat. I consumatori compulsivi di materiale musicale possono addirittura soddisfare la loro bulimia di tutte o quasi le ultime novità discografiche, risolvendo allo stesso tempo il problema dei discutibili raccoglitori di cd con sistemi di storage sempre più capienti e sempre più a buon mercato.

Ma davvero il disco in vinile potrà invertire questa tendenza? Secondo gli studiosi, lo farà in parte, ma sarebbe comunque già un passo in avanti per impedire che l’intero sistema economico del settore giunga al collasso. Il disco in vinile è un “mezzo” analogico, come prima cosa. Digitalizzabile come il resto dei mezzi analogici, ma con un passaggio che, per quanto sempre più sofisticato, non genera una copia fedele all’originale. Le etichette discografiche quindi potranno mettere in commercio il vinile per chi non vuole rinunciare a possedere e accumulare il supporto, alla faccia della dematerializzazione, che pare sia ormai sempre più fuori moda.

D’altronde, come biasimare chi acquista vinile? Chi ha già avuto l’opportunità di provare l’emozione di acquistarne uno, sa di cosa stiamo parlando. Le dimensioni permettono immediatamente al consumatore di soffocare il pentimento della spesa economica, in un momento di necessario controllo dei budget familiari. La copertina in cartone, se curata, offre a chi ha gusto artistico la possibilità di esporre nelle proprie librerie (già, librerie: i dischi in vinile sono facilmente impilabili nei ripiani di dimensione standard) una vera e propria mini-opera d’arte. Il materiale del supporto, comunemente nero e flessibile, soddisfa il senso del tatto. Pare che la fragranza dell’inchiostro della copertina e del vinile stesso sia in grado di generare una sorta di dipendenza.

L’esperienza sinestesica ha il suo apice, ovviamente, nella alta fedeltà della registrazione e nel conseguente ascolto sui sistemi hi-fi casalinghi. Gli apparecchi studiati appositamente per la riproduzione, già battezzati da uno zelante product manager “giradischi”, possono essere collegati a un qualsiasi amplificatore dotato di casse. La qualità sembra essere superiore a quella dei compact disc, il suono più caldo, la gamma delle frequenze percettibili dall’orecchio umano più completa. Non solo. Gli studiosi ritengono che l’ascolto tramite diffusori consenta esperienze socializzanti e ascolti di gruppo, a differenza del classico i-pod, il cui nome stesso, preceduto da quel pronome in prima persona inglese, sembra dire “io ascolto, tu fai quello che ti pare”.

La pirateria musicale può digitalizzare la musica dei dischi e diffonderli, anche a scopo di lucro, su cd o via web. Ma la qualità non è la stessa. Inoltre le case discografiche hanno già trovato la soluzione anche a questo. Per i palati, o meglio, per i padiglioni auricolari meno fini, saranno comunque disponibili i brani musicali in formato mp3, scaricabili addirittura gratuitamente. Una sorta di legalizzazione della bassa qualità che ci consentirà di non rinunciare all’ascolto dei nostri beniamimi pop sul treno, per esempio, mescolati alle suonerie dei cellulari in sottofondo, alle sempre più interessanti conversazioni telefoniche e alle reiterate lamentele dell’utenza sui frequenti ritardi. Oppure mano nella mano, due cuori e una cuffia, con i nostri cari: per gli innamorati è stata pensata anche una versione in “mono” dei file, in modo tale che su ogni singolo auricolare della cuffia si riescano ad ascoltare gli stessi suoni, e i membri di una coppia siano perfettamente allineati sulle sensazioni provate.

Ma i veri cultori, gli appassionati, i collezionisti finalmente torneranno a spendere per acquistare i lavori dei loro gruppi e artisti preferiti, come una volta. Magari uno al mese e non più decine all’ora, per scelte più critiche e oculate. I dischi in vinile saranno disponibili in due formati: i 45 giri, che conterranno il cosiddetto “singolo” più un brano sul lato b (in gergo b-side), e il 33 giri, o long playing, già ribattezzato LP, che potrà accogliere fino a 12 brani circa. Gli artisti e i gruppi più attenti hanno già dichiarato che, date le dimensioni degli LP, potranno inserire un booklet con i testi dei loro brani in un corpo più leggibile, notizia che ha già riscosso entusiasmi tra le associazioni di ipovedenti.

In conclusione: quello che aveva, in un colpo solo, affossato l’industria musicale, la creatività degli artisti (costretti a riempire i capienti CD con pezzi in esubero e ghost-track raffazzonate dai loro archivi giusto per fare numero e non deludere chi bada al rapporto qualità/prezzo), il senso critico e il gusto dei consumatori, il mercato dei selezionatori musicali per luoghi pubblici (è già stato coniato il termine “disk jokey”, o dee-jay, per definire la figura professionale che sostituirà le playlist random nei locali adibiti all’ascolto musicale e nelle sale da ballo) la stessa stampa specializzata (chi legge ormai le recensioni? In pochi minuti posso scaricare un album, se non mi piace lo cancello), dato vita a un mercato nero e illegale, sembra avere i giorni contati. Tutto è pronto affinché il compact disc diventi un oggetto di modernariato.

sì, sarebbe il caso di preoccuparsi

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Post di Zoro, sul blog de LA7. A proposito.

“Ma tu sei Zoro!”, mi urla alle spalle un signore in giacca e cravatta slacciata che dopo aver avuto conferma del riconoscimento m’abbraccia e mi bacia. Sono a Mirabello, Ferrara, festa della libertà e del futuro, qualsiasi cosa s’intenda per libertà e per futuro. Il signore dell’alto Lazio che si confida con me nell’attesa dell’evento ha superato i 60 e mostra con orgoglio sul bavero della giacca un distintivo del Partito Nazionale Fascista.
“So’ 15 anni che ho mollato Fini, mo vedemo che dice. Se c’ha il coraggio de tirà fori le palle, je ridò na mano”. Quando gli chiedo cosa abbia votato negli ultimi 15 anni mi dice “un po’ di tutto, da Forza Nuova a Di Pietro, pure la Scicolone, ho provato tutti, m’hanno deluso tutti, e mo sto qui”.
Qui è una grande festa dell’Unità futuribile. A chi come me ha quasi solo dimestichezza di stand e gazebo e salcicciate e grandi ristoranti in batteria, se non fosse per tutte ste bandiere italiane a significare che loro si sentono più italiani degli altri, differenze non saltano all’occhio. E quando Fini parla, la confusione, almeno nella mia testa, aumenta.
Un discorso che, se non ci fossero le citazioni di Almirante e Ezra Pound e una concessione al Lodo Alfano che sa più di provocazione che di approvazione, l’avesse fatto un leader a caso dell’opposizione formalmente titolata ad opporsi, nessuno avrebbe avuto da ridire, anzi. Attacchi ai tagli del governo con riferimenti espliciti al mondo della scuola, difesa delle istituzioni a partire da Napolitano, della magistratura, dell’integrazione, dei deboli, dei giovani, delle donne, attacchi al conflitto d’interessi della stampa servile, infame e stalinista (che tra fascisti la parola fascista ha significati diversi da quelli universalmente intesi e se ne scelgono altre), fino all’epitaffio sul Pdl.
Che “è morto”.
Va tutto bene o quasi, non fosse che un discorso che avrebbe avuto scroscianti applausi anche e soprattutto alla Festa del Pd di Torino, viene acclamato dalla platea più orgogliosamente fascista nella quale mi sia imbattuto negli ultimi anni.
Sembra quasi che chi ascolta non si curi di quello che Fini dice. Qualsiasi cosa dica va bene, che sappia di nostalgico o futuribile, che profumi di destra o dica cose che spetterebbero alla sinistra, poco cambia.
A comizio finito, mentre sbirciamo come fotografi di Chi tra le tende del ristorante della festa dove Fini e Tulliani cenano, un ragazzo ciociaro mi dice a cuore nero aperto: “io sono contento, sono fascista, mio padre è stato pure eletto ma poi quelli l’hanno fatto fuori, e guarda, ti dico, piuttosto che Berlusconi voto chiunque altro. Tra Vendola e Berlusconi voto Vendola, senza problema. Lui ha riconosciuto il nostro diritto a parlare, ad esistere, di fatto ha superato l’antifascismo che non ci voleva far dire la nostra, ha dimostrato di essere davvero democratico”. E mi saluta calorosamente, come il signore fascista di qualche ora prima. Sanno come la penso, sanno quanto posso essere diverso da loro, sanno e ignorano che se sono anticostituzionali un motivo ci deve pur essere da qualche parte, ma è tutto passato, roba irrilevante.
I futuristi per la libertà fascista di Mirabello vogliono fare politica, hanno passione da vendere (che per 15 anni hanno venduto ad un acquirente che a loro dire non la meritava), e guardano al futuro.
Nella confusione, sarebbe il caso di preoccuparsi.

a Berlino va meglio

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Sabato pomeriggio, un sabato qualunque. Salgo in macchina, accendo la radio, Radio Popolare, mi capita uno speciale su Missincat, musicista milanese che, satura dell’ambiente e penso di tutto quello che c’è a Milano [non la biasimo] parte e va a Berlino. Lì riprende le fila del suo progetto solista e iniziano i successi. Viene scoperta su myspace e le viene addirittura proposto di aprire i concerti della tournée tedesca di Amy Winehouse. Brutta bestia l’invidia. A questo punto parte il primo pezzo dell’esibizione live radiofonica, attivo così la modalità “addetto ai lavori”. E non capisco. Davvero.

che cosa vuoi che sia una recensione (scrivere sui Litfiba aumenta il traffico sul proprio sito, vediamo se aumenta anche il mio?)

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Ho letto ieri, per caso, la recensione dell’ultimo lavoro dei Litfiba su Rockit.it. Scrivo “per caso” perché, pur non essendo molto interessato ai Litfiba almeno dal 1989 [ci tengo a sottolineare la mia appartenenza ai fan del primo periodo della band, vedi sotto la classificazione], “Stato libero di Litfiba” è al primo posto delle recensioni più lette del portale dedicato alla “roba italiana”, il che mi ha incuriosito. Non mi ha sorpreso il fatto che i Litfiba, malgrado le costanti involuzioni e  i cambi di front-man sempre meno credibili, abbiano mantenuto, se non accresciuto, il bacino dei fedelissimi, tanto che una recensione risulti la più lette, tra le centinaia di gruppi e artisti indie del nuovo millennio. Probabilmente a generare tanto traffico web intorno a quella recensione sono stati proprio i numerosi commenti e l’accesa discussione a cui gli iscritti a Rockit hanno dato vita. La recensione è, ovviamente, negativa, mi chiedo come potrebbe essere altrimenti. Il primo aspetto che colpisce è l’immediata costituzione e relativa dichiarazione di appartenenza alle classi di livello dei fan, il che vale sia per l’autore dell’articolo che per i commentatori. Del resto, ci sono cascato pure io sopra.

  1. Ci sono i Lifiba Fan Classe 1 [io sono qui], dalle prime demo a 17 Re.
  2. Ci sono i Fan Classe 2, che ammettono anche Litfiba3.
  3. Quindi i Fan Classe 3, da Litfiba3 fino allo scioglimento

Le classi successive, e quelle che ammettono anche i poco credibili front-man post Pelù, non sono nemmeno degne di nota.

Ogni classe ha il suo tipo di reazione alla critica sui lavori dei Litfiba, con relativa mole di alterigia. D’altronde, io ho visto i Litfiba di Desaparecido e di 17Re. Ho pianto sotto il palco, avevo 20 anni ed ero molto new wave. Potete immaginare la mia reazione alle percussioni in Cangaceiro, per non parlare di ciò che ne è conseguito. L’approccio da usare, con i Litfiba, è considerarne ogni fase come un compartimento stagno, occupato da band via via differenti, una per ogni classe. I Litfiba Classe 1; una band di rock-pop italiano fine anni 80 Classe 2, and so on. Ovvero è inutile fare paragoni, punto e basta. E ogni Classe di fan continua a considerare intoccabile e sacra la versione dei Litfiba cui fa riferimento, e i supporter inorriditi dalla forza iconoclasta [leggi patetica] di una reunion così. Ma si sa, l’Italia è un paese per vecchi, soprattutto se rocker.

Leggendo i commenti alla recensione, noto che si scatena il solito fenomeno “non è quello il vero rock italiano del 2000, volete mettere gli attuali Litfiba con Baustelle ecc…”. Accedo sempre più raramente a Rockit, un po’ perché il gap culturale-anagrafico inizia a farsi troppo ampio, l’interesse per quel poco che c’è di interessante nel panorama musicale indie italiano è sempre meno, sempre più raro anche trovare gruppi e artisti validi a me graditi nel suddetto panorama. Ultimamente faccio sempre più fatica. Prendiamo per esempio l’elenco di gruppi cui l’autore del commento fa riferimento:

  • Baustelle
  • Dente
  • Il Genio
  • Amari
  • Jennifer Gentle
  • Brunori Sas
  • Teatro degli Orrori
  • Yuppie Flu
  • Giardini di Mirò
  • Non voglio che Clara
  • Hot Gossip
  • A Toys Orchestra
  • Valentina Dorme

Non ne salvo nemmeno uno. Al massimo trovo qualche pezzo decente sommando le discografie di tutti questi, ma non di più. Ora, la tesi “è meglio il mio decennio del tuo”, già disdicevole di per sè, non può reggere con questi argomenti. Né Sole nero, né l’opera omnia delle band qui sopra, raggiunge anche solo la sufficienza. Insomma, dichiaro disperso quel poco di “specifico indie” italiano [se vogliamo chiamarlo così] che già a fatica era riuscito a sopravvivere ai ’90.

D’altro canto, sarà l’età, ma trovo sempre più inutile scrivere e leggere recensioni su nuove uscite musicali. In un sistema in cui l’offerta supera cento, mille o forse più volte la domanda [non ho dati in merito, ma basta girellare un po’ su myspace per vedere la situazione], in uno scenario in cui la poca domanda di musica non mainstream è autosufficiente, soprattutto nelle modalità di accesso al prodotto, leggere la recensione di una non-autorità in campo musicale, di uno che potrebbe essere il mio dirimpettaio di scrivania in ufficio non ha senso. Non solo. Esiste ancora l’autorità in questo settore? Trovo molto spesso i vari Assante piuttosto imbarazzanti, fuori tempo massimo e fuori luogo. Già è superfluo leggere il parere di un opinion maker sull’ultimo dei Muse, per esempio. Non parliamo quindi di leggere il paio di paragrafi con cui il mio web designer co-co-pro incensa i 4 amici che hanno masterizzato 100 copie di una dozzina di brani registrati sul Macbook Pro del papà del più ricco della band. Non voglio sminuire il lavoro del Brunori  Sas di turno, ma addirittura scriverci su e fare della letteratura, peraltro mescolando la propria frustrazione di un sistema sociale alla deriva con il senso di empatia [tra il recensore e il recensito] per il comune destino di trentenni sfigati. Figuriamoci poi mettersi a leggere tutto ciò. Ho altro da fare [per esempio scrivere le mie, di frustrazioni].

Sì, lo so, sono andato fuori tema. Chiudo tornando ai Litfiba e al loro stato libero, e mi metto dalla parte di Maroccolo. Torno al momento in cui lessi, da qualche parte, un comunicato stampa in cui i Litfiba dichiaravano che sarebbero tornati insieme, cavalcando l’onda di successo delle band che si rifanno alla new wave. Nel 2010. Quando il suddetto revival, cominciato nel 2001 con “Turn on the bright lights”, ha già doppiato il proprio acme, con l’esplosione e la caduta nel giro di un paio d’anni di decine di Bloc Party e Kaiser Chief ed Editors. E poi: ditemi che richiami new wave ci sono in un pezzo tamarro come Sole Nero.

Quando ho letto quel comunicato stampa, ho avuto un po’ paura, anche paura che l’operazione avrebbe potuto sorprendermi. Ho dato un ascolto alla versione 2010 di “Resta”. Ma,  dico per fortuna, non è restato nulla. Leggere gli sterili scambi di invettive tra i commentatori alla recensione di Rockit è comunque un momento di sano divertimento in rete. Aprite i vostri occhi.

voice over (come si fa a non invecchiare con lo spleen)

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