granny music awards

Questo è un post in prima persona singolare rivolto alla terza plurale, perché si parla dei miei nonni e, vi giuro, non so come, ma riuscirò a taggarli in qualche modo. Se non vi interessa e volete cambiare canale, fate pure, vi capisco. Anche a me annoiano i blog-diario dei ricordi. Ma qui, tra poco, fidatevi, ancora una volta si parlerà di musica, e i miei 2 nonni, Pietro nonno materno e Gigetto nonno paterno, per la precisione, sono solo un escamotage per introdurre l’argomento.

Dunque, un po’ di dati e date per iniziare. Mio nonno Pietro era del 1898, Gigetto del 1904. Entrambi erano appassionatissimi di musica, soprattutto di ballo liscio. Che – sono ignorante in storia del liscio – probabilmente ai tempi a cui mi riferisco (anni ’40, ’50 e ’60, prima che diventassero troppo anziani per ballare) magari non si chiamava neppure liscio, semplicemente folk, o musica popolare. Proviamo su wikipedia. Letto? Mi sembra un po’ lacunoso, anche perché nel nostro caso si tratta di “ballo al palchetto”, espressione tipica del basso piemonte. La festa del paese, giovanotti e donzelle che si affrontano, palo della cuccagna e così via.

Ma andiamo al nocciolo, e prendiamo i 60 di Pietro e Gigetto. La loro musica da ballo è quella: valzer, mazurche e tango. Negli anni 60 hanno sessantanni. E la loro generazione, nel loro caso peraltro di estrazione contadina, ha avuto altro a cui pensare che l’emancipazione della cultura giovanile. Quando cioè gli under 20 sono diventati un movimento, dal ’68 in poi. Non hanno quindi uno specifico musicale (non so se si dice così, ma passatemi il termine) di riferimento, giusto? Sì, ci sono stati i fenomeni della loro epoca, Natalino Otto e il Quartetto Cetra. Ma di certo non sono stati ispiratori di un modello socio-culturale, visto che – ripeto – avevano bel altri pensieri per la testa. Per esempio, come riempire la pancia.

Ora, prendo come esempio un qualsiasi sessanta-settantenne del 2011. Pensando a chi ha 70 anni oggi, è sufficiente una sottrazione per avere l’anno di nascita: 1940. Il che significa che nel 1970 aveva 30 anni, corretto? E che dai 20 ai 30 anni, cioè dal 1960 al 1970, dovrebbe aver ascoltato Elvis, i Beatles, i Rolling Stones, magari ha acquistato Deja Vu di Crosby, Stills, Nash & Young quando è uscito, nel 1970. A 30 anni, era il 1997, compravo ancora dischi underground. Fatemi l’esempio di un disco uscito nel 97. Ecco, il primo album dei Subsonica. L’ho acquistato, e sono andato pure al loro concerto, in un centro sociale. E li compro tuttora, i dischi. Si, lo so, ne scarico anche molti, ma questo è un altro thread. Mia nonna Pina (moglie di Gigetto) probabilmente ha iniziato ad usare l’espressione “Bitter”, una dialetizzazione dell’inglese “beat”, termine con cui definiva ogni giovane di allora con i capelli lunghi negli anni ’60. E tutti i giovani ribelli dei decenni successivi, me compreso, erano bitter. Anche questo è un altro thread, ma ci tenevo a dirvelo.

Il settantenne di oggi. Che magari si è sparato tutto il revival anni ’60 degli ultimi 30 anni. Una rotonda sul mare eccetera eccetera. Ora, avete mai provato a frequentare un luogo adibito all’ascolto della musica e alla pratica della danza dedicato ai settantenni? Quello che viene comunemente denominato balera? Sì? Bene. E che musica suonano le one-massimo-two-man-band che i gestori di tali locali ingaggiano per intrattenere gli attempati avventori, molto spesso la domenica pomeriggio? La stessa che ballavano Pietro e Gigetto, i settantenni degli anni 60. Rivisitata, moderna e plasticosa come qualsiasi altro prodotto sonoro musicale digitale di massa. Ma quella è. Ora ci sono più balli di gruppo, c’è il latinoamericano. Ma la matrice popolare del valzer-mazurka-polka-tango resiste, e per fortuna. Il folk è anche canzone popolare. E’ il peggio che deve ancora venire. Il peggio consiste nell’evoluzione dei generi da balera, che ha il suo punto di riferimento in Radio Zeta.

Ora tu, settantenne che leggi il mio blog (anzi, se vuoi commentare sei il benvenuto. Ehi, ho avuto un’idea. Un social network per anziani. Che business!). Tu che hai fatto parte della prima generazione pop della storia dei giovani, quella dei ventiquattromila baci. Cosa ti dà un pezzo così? E ho linkato il primo che mi è capitato sottomano. Tu che vai o guardi Festa in Piazza. Tu che ascolti Radio Zeta. La selezione musicale che trovi nei locali che frequenti (perché imposti culturalmente) ti soddisfa? E tu, one-massimo-two-man-band che schiacci play sul computer e canti sopra alla base nelle balere, barando magari a fine prestazione (direi sessione, nel senso informatico) sui borderò. (Apro un’altra parentesi: anche la dimensione uno sul palco, nessuno che suona, centomila che ballano in sala è disarmante. Ma non è più bello sentire un’orchestra con tanto di fisarmonica e sassofono e batteria? Ecco chi fiacca l’industria musicale, altro che il download. Chiudo la parentesi). Perché non provi a far evolvere la tua selezione musicale? Sei proprio sicuro che il settantenne del 2011 sia lieto di essere omologato in quello che il mercato della terza età impone alla terza età, e non invece desideroso di sentire la colonna sonora dei suoi primi tumulti ormonali? Vogliamo parlare dei lenti soul anni ’60? When a Man Loves A Woman di Percy Sledge è del 1966. Tu avevi 26 anni. Senti qui che roba. Vuoi farmi credere che preferisci un lento-beguine di Al Rangone? E ho preso a esempio il primo pezzo straconosciuto che mi è passato per youtube.

Vi chiederete: ma perché ti scaldi così? Sei un animatore geriatrico? No. Ecco perché: voglio chiudere condividendo con voi una promessa, che io e un paio di amici musicisti ci siamo fatti. Quando scatterà l’anno della pensione, visti i tempi che corrono inteso semplicemente come quando smetteremo di lavorare. Per esempio a 70 anni? Sarà il 2037 o giù di lì (urka, non è poi così lontano). Bene, quel giorno, salute permettendo, riformeremo la banda. E, lo dichiaro qui, faremo post-punk. Faremo addirittura pezzi nostri, oppure se ci proporremo alle balere suoneremo i Joy Division. Le coppie balleranno abbracciati “The eternal”. Pogheranno i Clash. Il nostro genere sarà Elder Wave. Vi prometto che non faremo mistoni solo perché fanno revival: non abbiamo mai ascoltato Michael Jackson, e non lo suoneremo. E ho già il nome del gruppo: I veterani del Punk. Che ve ne pare?

ruby in the sky with diamonds

onorevole Iva Zanicchi/2

L’ex-aquila di Ligonchio (appellativo obsoleto grazie alla chirurgia estetica) tira fuori gli artigli e manda un bel chissenefrega alle ire del suo datore di lavoro. La vetta insuperata della sua carriera rimane comunque l’interpretazione di “Zingara” durante le contestazioni a Podestà e Berlusconi, a Cinisello Balsamo. Permettetemi dunque un secondo tributo, questa volta dai contenuti contestualizzati.

onorevole Iva Zanicchi

Eppure non riesco ancora ad abituarmici

il regalo della cresima 2 – la vendetta

L’orologio che avevano i miei compagni di classe ricchi oggi costa 33 euro (su Amazon). Non ho resistito, e ora, 30 anni dopo circa, è al mio polso. Grazie a Casio per avermi dato ancora un’opportunità. Ora aspetto la Graziella Leopard.

i giochi degli altri

L’Europa dell’est, prima delle code per gli i-phone

tutti partecipammo a stento

Il minimo salto tra padre e figlio Facchinetti, e il quadruplo salto mortale carpiato con avvitamento, capriole eccetera eccetera tra nonno e nipotina De André, all’isola dei famosi con una compagnia di tutto rispetto. Cronaca vera.

essere nel posto a fianco di quello giusto, al momento giusto

Il mio amico C. ha la sfortuna di essere continuamente lambito ma mai investito dalla fortuna, sempre che quello che sto per raccontarvi possa essere considerato una fortuna. Un po’ come avere il biglietto della lotteria con il numero successivo o precedente a quello estratto? Non vorrei esagerare, anche se qui si parla di successo, di occasioni che solo un pizzico di buona sorte su un piatto di studio, impegno, costanza, fascino, ambizione, pubbliche relazioni, doti, dedizione e volontà permette di centrare.

Ma torniamo a C. Credo sia fin dai tempi delle medie che vive a contatto con le celebrità, di quartiere e locali all’inizio, nazionali e da prime time televisivo crescendo, senza che l’aura della fama e, conseguentemente, della ricchezza che ne deriva lo lambisca. Non ci credete? “Alle medie, il mio compagno di banco, S., era un campioncino della locale squadra di pallanuoto“. Io e C. veniamo da una cittadina di mare, in cui la pallanuoto è uno sport seguito quasi come il calcio. Ovvero, i pallanuotisti entravano gratis nelle discoteche, erano ambiti dalle starlette di provincia che si distinguevano hostess alla fiera di primavera (laggiù chiamata con un altisonante “expo”, niente di più che una mostra mercato con lo stand del folletto e della concessionaria opel) e giravano con i macchinoni (ai tempi era la Volvo 480, ve la ricordate?). Ora è un po’ che manco da lì, non so se la situazione sia differente. Ma ai tempi, era più o meno così. “A 16 anni S. era già in prima squadra e in nazionale, per strada lo additavano e salutavano. E i suoi genitori, ai suoi fianchi come guardie del corpo, già pregustavano il terno al lotto. Non lo invidiavo, non c’era rivalità perché di base non avrei potuto mai essere come lui. Non c’era storia: lo sport non era proprio il mio campo. Ma, come un allocco attirato dalle insegne luminose, speravo solo che qualche scintilla della sua popolarità si sprigionasse indelebilmente sul mio loden verde, per godere della carica di migliore amico, quindi, anche se di luce riflessa, anche io un po’ speciale“.

Fin qui, niente che non si sia mai sentito. Chi non è mai stato tentato di venerare un amico di successo, in modo interessato o disinteressato? “Al liceo il mio destino trova la conferma nei fatti, si gettano le basi per un futuro tutto da rosicare. In classe ho A., bello, intelligente e ricco, i cui voti alti sono solo il preambolo della sua jeunesse dorée. Il 60 alla maturità gli apre la strada per l’Università fuori sede, si trasferisce nella metropoli dove si apre una fase piena di contatti con il jet set e di esperienze interessanti, fino a farlo diventare uno scrittore e critico letterario autorevole“. E, ancora una volta, C. sta a guardare. “Non solo. A. ha un amico batterista, uno che passa le giornate a studiare musica come un forsennato. Altro che pac man e spuma al cedro al bar dell’angolo. Anche lui si trasferisce, e dopo qualche anno di gavetta lo vedo dietro ai tamburi di uno dei più importanti cantautori nazionali“. Già: vivere nel mondo dello spettacolo da comparsa non è il massimo, e per C., musicista come me, la sofferenza ti logora da dentro e assume la forma dell’invidia.

Quindi, ricapitolando. Un campione dello sport, uno scrittore, uno dei più dotati batteristi italiani. Manca la TV? State a sentire. “Quando organizzavamo i concerti, chiamavamo spesso F. a intrattenere il pubblico tra l’esibizione di un gruppo e quella successiva“. Me lo ricordo anche io: F. era un bravo imitatore, un po’ sfigato nel look ma tutto sommato divertente. “Beh, qualche anno dopo lo vedo alla RAI a presentare un programma musicale, e, 25 anni dopo mai avrei pensato di vederlo nei panni del maestro di cerimonie in uno dei più seguiti programmi della tv pubblica“.

Ci sono infine, nella vita di C., alcune fugaci apparizioni, frequentazioni casuali, semplici conoscenze tutte rigorosamente mai coltivate che gli permettono ora di fare bella figura, quando dice “Io la conosco, era la fidanzata di un mio caro amico” oppure “Maddai, condividevamo la sala prove “. C. si riferisce alla blogger di grido che scrive programmi di informazione, alla corrispondente da New York, al giornalista purtroppo scomparso in un paese in guerra, al manager di un cantante-simbolo del movimento noglobal, alla sceneggiatrice del più importante regista cinematografico italiano e al comandante di una pattuglia aeronanutica di volo acrobatico.

Ho provato a frequentare C. più da vicino, credo anche di avere un ottimo rapporto con lui e di essere abbastanza in sintonia. Ma a me, ad oggi, non è toccato nulla.

ci vediamo in piazza Craxi

Ci sono alcune cose, in Italia, che non si dovrebbero fare. Voglio dire, ci sono tantissime cose che non si devono fare, riguardo le quali ci sono leggi e pene per chi le fa. Altre invece per le quali non si commette nessun reato a farle, semplicemente si dà dimostrazione di non usare il buon senso. Si va nella provocazione pura, perché è ovvio che la conseguenza minima sarà un vespaio, una sommossa popolare, una rivolta. A destra e a sinistra, sia ben chiaro. I nostri tabù culturali, per esempio. Argomenti, idee, personaggi intoccabili, giustamente per chi li ritiene tali, un po’ meno per chi non la pensa così, ma che per il buon senso comune, per non cambiare equilibri che già, in una situazione delicata come quella attuale, faccio fatica a capire come riescano a rimanere immutati. A destra o a sinistra l’intolleranza si manifesta quando si mettono in dubbio i simboli, quasi mai la sostanza. La Resistenza, Mussolini, il presepe, l’oratorio, Fabio Fazio, il Papa, Nanni Moretti. A cui si aggiunge, dal 1993, Bettino Craxi. Ecco: decidere di intitolare una piazza a Craxi è una provocazione pura, non c’è davvero bisogno. Per lo meno, che sia all’incrocio con Via San Vittore.

guitar heroine

Permettetemi di presentarvi Marnie Stern. Occhio a darle la mano dopo che ha suonato.