c’era quel disco dei Cure con i pezzi remixati, ve lo ricordate?

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Ogni tanto i The Cure saltano fuori citati nei blog, postati su Facebook, nei tweet, nelle nostre compilation del tempo libero o come distratta reminiscenza e solo perché Antonella Ruggiero a Sanremo sembrava Sean Penn che sembrava Robert Smith da vecchio e cose così. Ma fondamentalmente perché i The Cure sono una di quelle cose che sai sempre dove trovarle tanto hanno un loro posto: il timbro della voce, i suoni di chitarra e del basso, le tastiere poco definite, persino la traccia di batteria presa da sola e isolata dal resto potresti riuscire a collocarla a occhi chiusi nell’album dei The Cure o nel corretto periodo di appartenenza.

Io e la Miss ne sappiamo qualcosa. Ci sono i brani degli albori un po’ punkeggianti, poi c’è la trilogia scurissima che non ti dà scampo, poi c’è la sperimentazione e il rimescolamento delle carte compositive con “The Top” – che comunque resta uno dei miei preferiti, chissà perché – fino all’esplosione della celebrità tra l’85 e l’88 – “The head on the door” mi ha fatto crescere di una spanna e non solo per la cresta che avevo sulla testa – fino a quel capolavoro che è “Disintegration” e anche “Wish” che è un gran bel disco. Poi non so, ho smesso di seguirli nelle nuove uscite ma contemporaneamente ho preso a riscoprirli ogni tanto con una sensibilità nuova, fino ad oggi.

Voglio dire, ascoltare i The Cure a 16 anni è una cosa, a 47 è un’esperienza che non pensavo così intensa, ma che riguarda un po’ tutta la musica. A chi mi chiede perché sono così soddisfatto dell’aver smesso di suonare, rispondo che l’ascolto è diventato così totalizzante che non ha eguali, che va un po’ in contrasto con il senso di perdita che spesso Robert Smith associa all’invecchiare ma che invece – ma magari è un’idea che mi sono fatto io – è il senso di un film come “This must be the place”, ho come l’impressione cioè che Sorrentino l’abbia fatto apposta a disegnare una specie di Robert Smith a lieto fine, perché uno così dovrebbe solo bearsi di quello che ha creato in passato. Anzi, smettere in tempo prima di rovinare tutto. Se avete più o meno la mia età vi invito a riflettere su questo.

Ma non è di ciò che volevo parlare, bensì di un album dei The Cure che probabilmente è passato un po’ inosservato, trattandosi di una raccolta uscita nel 90 e che si intitola “Mixed up”. Sicuramente è un disco secondario fatto di versioni molto diverse di alcuni dei brani più noti della band, tra cui spicca una divertentissima “Close to me” con il tempo dimezzato e un po’ hip hop, “Lullaby” in extended version come anche “Pictures of you” che davvero non vorresti finisse mai. L’aneddoto personale legato a “Mixed up” è che lo acquistai su cassetta, cosa di cui ancora oggi mi struggo per il senso di colpa, considerando che a furia di ascolti poi il nastro – cosa che succedeva – si era deteriorato. Ma stavo svolgendo il servizio militare e mi serviva subito, non potevo procurarmene una copia su vinile e aspettare la prima licenza per riversarlo su C90. Quell’album doppio mi ha tenuto compagnia in tantissime occasioni, serrato nel mio walkman Aiwa con i bassi potenziati.

Ma il senso vero di quel disco tutto sommato marginale nella storia dei The Cure è la versione di “A forest” che contiene, completamente ribaltata con intuizioni secondo me già molto moderne, quasi anticipatrici di certe sonorità drum’n’bass che si sono diffuse poi qualche anno dopo. L’anello di congiunzione della teoria che sostengo è che Madaski, il tastierista producer degli Africa Unite, anni dopo ne ha fatto proprio una versione d’n’b che magari, chissà, attinge proprio da lì. Comunque ecco, anche se siamo fuori tempo massimo e certe atmosfere innovative di allora oggi risultano molto più datate di quelle di Seventeen Seconds, Mixed Up è comunque un bel modo per ascoltare i The Cure in una maniera un po’ diversa e considerarli da un punto di vista inusuale.