non sono john wayne

Gli Stati Uniti d’America, quelli che non hanno fatto del tutto i conti con il passato, quelli che hanno fatto la guerra agli indiani dal vero e poi nei film western. L’America che, con la solita solfa della redenzione, ce la ritroviamo in tutti i film, anche quelli che ci piacciono un casino perché comunque i registi e gli attori ne valgono la pena. Gli americani che ancora qualche anno fa non hanno votato Obama sia perché era democratico, ma soprattutto perché era l’opposto del wasp. E poi quelli di Percival Everett, i protagonisti intrisi di stereotipi tanto da risultare una parodia, anche quando ne sono l’opposto. Curt Marder, un cowboy individualista, vigliacco e disertore lascia che un branco di cattivi travestiti da pellerossa distruggano la sua casa, rapiscano la moglie e, come se non bastasse, uccidano il cane con una freccia che nessun indiano vero avrebbe intagliato così male. Decide di mettersi sulle tracce della vendetta accompagnandosi a Bubba, il miglior cacciatore di taglie, il fiuto più efficace della zona, una sorta di Passepartout che ha il solo limite di essere troppo afroamericano. Insieme percorrono un viaggio in quasi un secolo di sceneggiature da cinematografia western: risse, saloon, debiti, poker, donnine, venditori di bibbie e di pozioni miracolose, indiani buoni, sgamati e già parzialmente convertiti contro l’esercito di cattivi armati, generale Custer compreso. Il diprezzo verso il colore della pelle dell’ex-schiavo ormai affrancato (ma non libero dall’odio razziale di un intero continente) non consentirà a Curt di far prevalere il sentimento di riconoscenza nascosto verso l’infallibilità di Bubba, malgrado il nero gli salvi la pelle in diverse occasioni. E così, come non gli sarà possibile sopprimere i pregiudizi nei confronti del suo compagno di avventure, il cowboy bianco non riuscirà a cancellare dalla storia del suo west (e del romanzo stesso) un’eroe troppo atipico per l’epopea americana.  La morale: “Il paese di Dio” sta ai film western come “Non sono Sidney Poitier” sta ai film con Sidney Poitier.

886594000X

Ovvero il codice ISBN del nuovo romanzo di Percival Everett tradotto in italiano, “Il paese di Dio”, disponibile dal 28 febbraio grazie a Nutrimenti. Il miglior modo per passare il tempo in attesa di “Libertà” di Franzen.

lavori che farei

Con questo post inauguro una nuova categoria, lo “Spazio Pour Parler”, già usato in decine – centinaia direi – di conversazioni reali nel corso di momenti conviviali e tempi morti di pendolarismo, incentrate su argomenti inutili tendenti al dannoso. Esiste – e qualcuno lo può confermare – persino un jingle a introdurlo. Allora…

Spazio Pour Parler! – prima puntata
Il problema è che tutti fanno elenchi cavalcando l’onda di “Vieni via con me”, a me non ne è ancora venuto uno brillante, da blog, per intenderci. Mi limito quindi a giocare la mia carta-elenco con questa inutile lista di “lavori che farei”. In ordine sparso.

# il tastierista dei Subsonica
# il traduttore dei romanzi di Paul Auster
# il copywriter delle campagne di comunicazione del Partito Democratico, a livello nazionale
# il copywriter delle campagne di comunicazione di Nichi Vendola
# il responsabile comunicazione di una giunta di centro-sinistra di un Comune dalle profonde radici PCI
# il tastierista dei National (lasciando quindi i gemelli Dessner liberi di suonare i loro strumenti a corda)
# il traduttore dei romanzi di Percival Everett
# il maestro elementare in un comprensorio sperimentale alla fine degli anni ’70
# il traduttore dei romanzi di A. M. Homes
# il copywriter alla Armando Testa
# l’insegnante di Italiano, Latino, Storia e Geografia in un Liceo Scientifico
# il tastierista degli Interpol
# l’insegnante di materie letterarie in una scuola media
# il responsabile comunicazione del Partito Democratico, a livello locale
# lo scrittore di nicchia (tipo Percival Everett, che a conoscerlo, almeno su Anobii, siamo non più di cento in Italia)
# il sound designer
# il blogger di grido (tipo quelli che postano articoli su Il Post)