vieni a vivere con me

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Convivere per vedere come vanno le cose e simulare il ménage matrimoniale, quella scusa che adottano le coppie quando uno dei due non si sente ancora pronto per fare le cose serie (o entrambi, perché no), non è che non serva, è che i futuri sposi (e intendo binomi m+f, f+f, m+m, chiaro) spesso sbagliano il raggio entro cui effettuare il periodo di test. Le affinità sono sicuramente su quello che piace e quello che no, obiettivi, grandi temi della vita da condividere, attitudine alla complementarietà, film e dischi e scrittori, ma nel lungo periodo non sono certo queste cose a dare una marcia in più e a mantenere vincente un rapporto a due. Credo sia invece importante motivare le giovani start-up familiari a provare la compatibilità in situazioni più pratiche. Provate ad acquistare un’auto usata insieme, per esempio. O a far finta di dover supportare un figlio nella scelta della scuola superiore. Provate a immaginare di avere un genitore alla frutta o improvvisamente di iniziare a russare con un timbro da basso tuba. Oppure siete nella fase in cui un certo livello di stress vi fa puzzare i piedi, o magari di colpo una nuova tecnologia inebetisce il più debole della coppia a un livello senza ritorno. I gatti che si ostinano a svegliare solo uno dei due o una certa incolmabile lacuna in attività utili a risolvere piccoli problemi della quotidianità che prima passava in secondo piano grazie all’estro o ai residui di una dose post-adolescenziale di creatività artistica. Il sovrappeso o l’azienda che ti lascia a casa senza tanti complimenti. Insomma, tutto quello che in una nota cerimonia viene sintetizzato con la formula della buona e della cattiva sorte. Ma il problema è che non ci si deve certo lasciarsi andare al pessimismo o anche solo al realismo, quando sboccia l’amore, quello è il tempo della costruzione della vita in comune e di trombare come ricci. Se mi chiedessero però di lavorare a un corso pre-matrimoniale, come quelli che si fanno con il parroco, ecco, io mi concentrerei su un efficace training rigorosamente laico sulla coppia nel lungo periodo, e quelli che comunque alla fine tutto quello che abbiamo detto sopra si supera o anche non si supera ma non ha valore poi ai fini dell’amore, ecco sono loro, siamo noi anzi che avremmo diritto a una cattedra ad honorem.

da quando il freddo non è più grande

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Ogni anno, più o meno di questi tempi, sento affermare qualcuno con determinatezza che quello che ci aspetta sarà uno degli inverni più freddi della storia. Non so che valore abbiano queste previsioni, considerando tutti gli aspetti relativi ai cambiamenti climatici e al global warming. Posso dire che qui a Milano è da un po’ di anni che non nevica e la nebbia è sparita da un pezzo. Ma il fatto è che io non ho più freddo almeno dall’84. Avevo un cappotto rigorosamente nero, leggero e di tessuto impermeabile, assolutamente sottodimensionato a quelli che erano gli standard invernali di una volta, con l’aggravante che passavamo gran parte del nostro tempo fuori casa a cercare luoghi riparati in cui appartarci con le ragazze. In questo contesto, una copertura adeguata era più che necessaria e vi assicuro che sacrificare la praticità per il look non è stata una strategia vincente. Davvero non credo di aver mai provato così tanto freddo in vita mia, così quando partecipo alle discussioni sull’inverno a cui andiamo incontro cerco sempre di mettere alcune esperienze gelide come quella come punto di riferimento per ogni considerazione. Ricordo che tornavo a casa ed ero talmente congelato che poi trascorrevo anche mezz’ora sotto la doccia bollente per rimettermi in sesto, ripensando ai miei buoni motivi per cui avevo messo in secondo piano alcune sensazioni che provava il mio corpo rispetto ad altre priorità fisiche e, diciamo, derivanti dal sentimento. Ma da giovani, lo sapete anche voi, non ci si ammala mai. A mia figlia lo dico sempre come faceva mio papà con me, quando mi coricavo con i capelli bagnati o quando sceglievo cosa mettermi indipendentemente da quello che c’era oltre la porta di casa, che poi è la stessa cosa che succede oggi. Piove e nessuno si cura di sostituire le Vans o le Converse con una calzatura più adeguata. Facciamo quindi la solita lista delle volte in cui abbiamo provato la sensazione più acuta di freddo e, in questo, i valori del termometro non c’entrano. In Alto Adige ho camminato nella neve a meno diciotto ma ero intabarrato come un esploratore polare ed è stato bellissimo, niente a che vedere con certe temperature che si provavano dentro in solitudine, quando persino la faccia che bruciava per il cambio improvviso di condizioni ambientali passava in secondo piano.

quando lo sciopero non causa disagi è perché i disagi c'erano già prima

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Bianca e Nicola, dal loro bilocale di periferia, annunciano entusiasti di aver superato con successo la prima fase della loro sfida. Bianca e Nicola sono infatti al quindicesimo giorno di sciopero della qualità della vita, dove è sottinteso l’aggettivo buona perché è l’uomo che morde il cane che fa notizia, il sovvertimento dell’ordine naturale delle cose e non certo la banalità dell’osservanza degli standard comportamentali.

Bianca e Nicola si apprestano ad affrontare la terza settimana da trascorrere nella sciatteria e nell’incuria ma, ci tengono a precisare, la loro presa di posizione non costituisce nulla di rivoluzionario e non va a intaccare l’amor proprio che è tipico degli esseri umani. “Ci piace rinunciare alle piccole cose che fanno stare meglio e, facendo così, cerchiamo di erodere la nostra serenità poco alla volta”, precisa Bianca. Mentre mi parla vedo solo la porzione del suo corpo superiore ripresa dalla webcam, ma Bianca non esita a confessarmi di indossare i pantaloni del pigiama, dalla vita in giù “tanto non si vedono”.

Nicola racconta invece qualcuno dei loro esperimenti peggiorativi andati a buon fine. “Ci piace mangiare cibi industriali direttamente dalla loro confezione senza nemmeno metterli nel piatto e senza nemmeno scaldarli quando il cibo lo richiede, il tutto durante pasti consumati senza tovaglia e spesso in mutande”. Bianca e Nicola si sono dotati perfino di crocs contraffatte, acquistate per pochi Euro in quel negozio nascosto dal centro commerciale che fa prezzi stracciati e frequentato dall’underground umano più povero del circondario. “Il cavo dell’antenna TV funziona male ma cerchiamo di resistere senza ripararlo, così i programmi si vedono a singhiozzo ma oggi siamo in grado di resistere al fastidio che questo comporta anche per ore”, aggiunge Nicola, che si è inoltre imposto di non sistemare il rubinetto del bagno che, a causa del calcare, spruzza acqua ovunque e uno dei PC di casa che, dopo l’aggiornamento a Windows 10 da Vista, è soggetto ai comuni crash dovuti al malfunzionamento del driver della scheda grafica.

Nei fine settimana Bianca e Nicola cercano inoltre di farsi soverchiare dalla pigrizia e mandare a monte tutti i programmi fatti nei giorni precedenti. “Ci svegliamo presto ma poi ci mettiamo su Internet o ci dilunghiamo a far colazione (anche se cerchiamo di dimenticarci di prendere il latte), così arriva l’ora di pranzo e la giornata la si può considerare sprecata”. Anche lo smartphone di Bianca funziona male, si surriscalda e dopo pochi minuti di conversazione la linea cade. “Mi guardo bene dal non cambiarlo e, anzi, spero che la connettività dati rallenti ancora di più in modo da renderne inutile l’uso”.

Bianca e Nicola non esitano però a indossare scarpe scomode e a prendere l’ombrello rotto se piove per fare quattro passi nei quartieri periferici più deprimenti di Milano nei giorni festivi, quando in giro non si vede un’anima viva. “Se ci viene sete o fame cerchiamo con cura un bar a gestione cinese con il maxischermo sintonizzato su una rete Mediaset che trasmette un incontro di calcio di serie B a tutto volume, chiediamo una bibita gelata o un caffè di quelli con il retrogusto acido, ci sediamo ai tavolini in mezzo alla gente vestita male e ci leggiamo a vicenda le notizie di cronaca nera sui quotidiani filo-leghisti locali”, aggiunge Nicola.

Poi in fretta tornano a casa, aprono a fatica la porta girando la chiave nella serratura che prima o poi si bloccherà, e riprendono la parte più bella del loro sciopero della qualità della vita, quella domestica, dove non ci si deve nemmeno impegnare troppo per essere rassegnati al punto giusto.

morsi e rimorsi storici

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L’ultima volta che è finito un amore c’erano state delle avvisaglie nei giorni precedenti. In un paese vicino, una delle due persone coinvolte, anzi tre ma alcuni studiosi sostengono addirittura quattro, era stato morso da un cane. Aveva fatto il pieno di autostima in uno dei numerosi distributori che aprono in primavera e pensava che una tale percezione del sé valesse anche nei confronti degli animali. “Ogni cane buffo che vedo a spasso mi viene da accarezzarlo come se fosse il tuo”, aveva detto alla sua partner convinto si trattasse di complimento che, in un rapporto agli sgoccioli, qualunque parte lesa non saprebbe che farsene. Così una specie di bassotto incrociato con non so cosa gli aveva azzannato la mano facendolo persino sanguinare. Lui si era quasi messo carponi per coccolarlo e la cosa aveva funzionato fino a quando aveva alzato lo sguardo verso l’avvenente padrona per qualche informazione di circostanza. Come si chiama (il cane). Quanti anni ha (il cane). E il cane dal fiuto sviluppato aveva percepito quell’odore di affetto tutt’altro che disinteressato che hanno certi dopobarba quando si mischiano alle intenzioni. Un po’ la figura di merda, un po’ il dolore fisico lo avevano convinto così a desistere sfuggendo persino a un paio di approcci riparatori dell’essere vivente all’altro capo del guinzaglio. Si tratta di una scena che non ho visto in prima persona, naturalmente, ma sono testimone di altri segnali più che eloquenti di ciò che è avvenuto in seguito. Ho assistito a una conversazione telefonica di lei, sapete quanto siano fastidiosi questi monologhi nei luoghi circoscritti. Alla gente che chiacchiera in carne ed ossa non ci facciamo caso. I dialoghi in cui uno degli interlocutori è chissà dove dall’altra parte dello smartphone ci impongono la loro priorità su tutto il resto degli eventi. Ecco quindi alcuni estratti tra la parte lesa e la sua (credo) migliore amica. “Io lo capisco, è stato anche coraggioso, non è più sicuro del rapporto”. “Alla fine mi è venuto da dargli un bacio, non so più come comportarmi. “Non è cosi forte come pensavo, mi ha detto che è stufo di litigare ma per me litigare significa stare due giorni senza parlarsi, mica voltare pagina”. “Ha paura che io ricada in crisi, non lo so”. “Non posso fare niente”. Di fronte a queste manifestazioni di intimità in pubblico, a caldo la mia preferenza va a lui perché io con una che sbandiera i suoi drammi sentimentali in barba alla privacy non condividerei nemmeno una confezione di fazzoletti di carta. Poi però rifletto sull’ultima volta che è finito un amore come esperienza umana astratta, non so se riuscite a seguirmi. Viviamo tutti al sicuro nei nostri rapporti rodatissimi e certe reazioni a perdite di questo tipo ci sembrano sempre sovradimensionate. O forse è la vita stessa che ci porta a vedere le cose con distacco. Le grandi tragedie come le piccole, si arriva a una certa età e ci si ritira in una manciata di dinamiche sulle quali, oramai, non ci batte più nessuno.

facciamo finta

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Voi fortunati delle nuove generazioni ne sapete ben poco del playback perché oggi, grazie alla tecnologia e anche alla professionalità di certi tecnici del suono che ci sono in giro, allestire in quattro e quattr’otto un’esibizione live in tv è un gioco da ragazzi. Poi vuoi anche il fatto che oramai se non canti e suoni dal vivo non sei nessuno, pensate a tutti i talent e i reality basati sulla musica che ci sono in giro. Le generazioni karaoke sono abituati alle basi con i suoni finti ma la voce per carità, quella anche se stonata deve venire da corde vocali autentiche e da apparati fonatori in carne e ossa. E poi diciamocelo: nel duemila e rotti, un Sanremo in playback come quelli degli anni 70/80 ci farebbe ribrezzo, rideremmo dall’inizio alla fine, i cantanti perderebbero la loro già scarsa autorevolezza e i fuori sincro voluti o meno ci manderebbero nel panico, oramai schiavi della vita in tempo reale. Sono convinto però che il playback a molti di noi farebbe comodo ma nella vita. Pensate che lusso se potessimo mandare allo sbaraglio una versione di noi preregistrata e limitarci a seguire i movimenti, le parole, il comportamento e le emozioni stesse in playback, certi che comunque il risultato sarà quello che già sappiamo avendo predisposto tutto per filo e per segno. Una tecnica da usare con le dovute precauzioni, qualcuno potrebbe offendersi di avere un interlocutore in differita, per esempio. Ma la tecnica del playback, almeno per esperienza personale, sarebbe fantastica in ufficio. Dopo vent’anni di lavoro uno potrebbe mandare sul posto di lavoro il se stesso di molto tempo prima e starsene a casa a riposare. E anzi, con la diffusione del remote working e dei mezzi di comunicazione e collaborazione, sarà ancora più facile partecipare alle riunioni mandando delle immagini di repertorio. Tanto alla fine, quando vogliamo essere cortesi con qualcuno, anche se non è vero gli diciamo che è sempre uguale, che gli anni sembrano proprio non essere passati.

non dovreste prenderla sul personale

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Proprio ieri notavo in ufficio che nessuno riceve più telefonate personali. Questo apparentemente è un dato positivo perché certe chiamate intime sono imbarazzanti per sé e per i colleghi di stanza, occorre quindi spostarsi in spazi comuni o addirittura fuori come gli appestati o i fumatori e si perde tempo a discapito della produttività. In realtà da un lato probabilmente siamo noi a farle nei momenti più opportuni. Io ad esempio mi faccio sentire all’ora di pranzo, ma in genere a meno di urgenze potrebbe anche non essere il caso, considerando che nel giro di qualche ora comunque ci si rivede a casa. La verità è che con tutti i canali che sono disponibili per stare in contatto e in modo silenzioso nei confronti del prossimo, la tradizionale chiamata di ciao volevo solo sentirti non si fa più. Ma il quadro che emerge da questo innaturale silenzio in ambiente lavorativo trasmette un senso di solitudine diffusa, e per dimostrarvi che non sto generalizzando potrei farvi l’esempio del collega D.

Il collega D. ha quasi ventinove anni, ha una specie di part-time e vive ancora con i genitori. D. ha uno smartphone e un tablet personali che porta in ufficio e che tiene a disposizione in aggiunta al telefono fisso presente alla sua postazione e al pc aziendale. Lo smartphone di D. non squilla mai, ma non perché lo imposti su un profilo silenzioso. Lo smartphone di D. nemmeno vibra mai, non si illumina neppure, resta lì sulla scrivania per tutto il tempo rilasciando la carica della batteria con bassissime percentuali, considerando l’uso che ne fa.

D. stesso nemmeno chiama mai nessuno, ma magari conduce lunghe conversazioni durante le pause sigaretta, più o meno una all’ora. Mangia spesso pizza e focacce ripiene a pranzo, abitudine alimentare che gli ha fatto mettere su un po’ di pancia da quando è con noi ma questo non c’entra. Sembra proprio che D. non abbia nessuno con cui parlare.

Ieri pomeriggio però è accaduto l’imprevedibile. Abbiamo avvertito tutti un suonino che nessuno aveva mai sentito prima di allora. D. stesso è sembrato particolarmente sorpreso per il fatto che il suo smartphone fosse tutto illuminato e emettesse il segnale di una chiamata in arrivo. D. ha risposto al terzo o quarto squillo. Pronto? Pronto? ha detto. Pronto? Poi una pausa. Sì? Come? No. No, mi spiace, non sono io, ha sbagliato numero.

posso fare un'osservazione?

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Quando si inizia a litigare o anche solo a non provare più granché del sentimento che ha unito due persone in uno dei svariati modi in cui due persone si uniscono, che va da quell’amore totale che ti toglie il fiato fino alla semplice comunione di intenti passando per flirt o anche una tiepida frequentazione estemporanea oppure sesso sfrenato e reiterato ad libitum senza implicazioni sentimentali ma anche amici e basta. In quel momento in cui scorgiamo nei lineamenti di cui siamo esausti a furia di quella sovraesposizione che poi è un po’ la causa di tutto nella società dell’immagine (non a caso si sono inventati le gif animate), dei quindici minuti di fama (non a caso c’è snapchat), dei video in fullHD (non a caso vediamo i film sul telefono), dovremmo impegnarci a ravanare nella memoria e trovare la prima volta in cui abbiamo visto quella faccia lì che oggi prenderemmo a schiaffi tanto siamo stufi di averla a pochi centimetri da noi, per ricordarci l’impressione che avevamo avuto osservandola senza averla mai notata prima e ritrovare gli elementi che avevano attirato la nostra attenzione.

Lo so, è una specie di gioco della settimana enigmistica difficile da fare così a posteriori e so anche che non vale se state per fare un paragone con qualcosa di più attuale, se comunque la novità è sempre più sexy della solita minestra. Allora facciamo la stessa cosa al contrario. Iniziamo a imprimerci bene in mente ogni persona come se un giorno, a seguito di un lungo e profondo rapporto di amore o calessi o chissà cosa, ci dovessimo ritrovare a cercare l’archetipo di quel sentimento in un unico istante che è quello in cui come dei pazzi vi state mettendo a fissare le persone sui mezzi, per strada, all’Esselunga o in fila al cinema. Oggi possiamo stare ore a sbirciare i profili altrui su Internet e persino a salvare quello che ci piace con il tasto destro del mouse. Eppure la sensazione che una persona dopo anni in cui ce l’hai a disposizione sia la stessa che uno, cinque, dieci anni prima ha occupato il tuo campo visivo senza averlo mai fatto prima e ti colpisce (in senso figurato, eh) ha qualcosa che se non è un fattore soprannaturale ci va vicino. Quindi guardatevi bene dal non guardare il prossimo, magari state perdendo un’occasione che vi tornerà utile prima o poi.

liquidazione totale

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Facciamo che se ho bisogno di qualcosa ve lo chiedo ma nella vita in genere sono abituato a girellare per dare solo un’occhiata, grazie, e lo so che sapete come rendervi utili. E dire che oggi ci si rifugia nei negozi perché sono i posti in cui sei sicuro di non spendere, nemmeno in periodo di saldi. Certe città come Milano sono infatti molto aggressive dal punto di vista commerciale. Le proposte di affari in giro sono una vera e propria scocciatura e gli addetti alla vendita sono in agguato in ogni dove. La diffusione della telefonia mobile che non ha eguali come in Italia è dovuta principalmente al fatto che la gente si dota di smartphone e auricolari da imbracciare al momento più opportuno quando si profila l’agguato della richiesta fondi per solidarietà. Non ho mai visto tanta gente far finta di telefonare per strada come da quando ci siamo impoveriti e quindi anche l’euro per le ambulanze o contro la droga fa la differenza. Ma non sono solo i venditori a essere tentacolari. Persino i mezzi di trasporto privato ci bombardano con messaggi pubblicitari impressi sulla carrozzeria che magari fino a qualche anno fa non avrebbe notato nessuno. Ma a parte i brand con maggiori possibilità di investimento che allestiscono vere e proprie campagne di marketing temporanee con auto e taxi, le piccole aziende si limitano a mettere il cognome e nome del proprietario, magari seguito da un contatto e-mail che fa molto moderno ma che spesso è ancora nome.cognome@libero.it, premesso che ho molti amici che hanno ancora la mail con libero. Vogliamo comprarcelo o no questo dominio, anche se con lo stesso nome di ditta individuale si muove mezza italia dello stesso settore ma in città, province e regioni anche agli antipodi? Nel duemila e rotti noi individui occidentali non cerchiamo più di fare affari bensì di sviluppare un sistema di rapporti interpersonali automatico come il salvatempo della Coop – senza dimenticarsi di registrare qualche articolo con la pistola per il codice a barre – o come poi, se tutto fila liscio senza il controllo alle casse, con il pagamento col bancomat. Anzi, di questi tempi sono entusiasta del sistema contactless, funzionalità che ho da poco a disposizione sulla mia carta quindi perdonate il mio innamoramento ancora acerbo. Prendiamo esempio dai POS e sviluppiamo questo modo in parlarci automatico solo facendo combaciare due codici che tra loro si dicono tutto e poi via, a smistare le borse della spesa in macchina.

sbagliare è umano, perseverare perché no

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Se vedete qualcuno che sbaglia ma è convinto che sta facendo la cosa giusta io direi di lasciarlo perdere, non sentitevi in dovere di mostrargli la procedura corretta così da una parte si evita di peccare di presunzione – sempre meglio tenere un tono dimesso anche quando si ha ragione, sapete che chi vince senza vantarsi vince due volte – dall’altra non si mandano a ramengo l’autostima e le certezze di una persona. Gli uomini in questo sono insuperabili e addirittura si sono divisi in due correnti per coprire al meglio tutte le casistiche. Da una parte gli amici che sono per la verità a tutti i costi e che vale sia per le questioni amorose che per il modo in cui fai la pizza fatta in casa o per il materiale più efficace per mensolare il box. Dall’altra gli esemplari alfa classici che comunque come si comportano loro non c’è paragone al mondo. Notare però che rientra anche nella categoria della presunzione chi non cerca mai aiuto, che poi è l’esasperazione del non chiedere mai indicazioni quando si è in difficoltà in macchina e a questo proposito sono certo che i sistemi di geolocalizzazione e i navigatori satellitari sono una conquista tutta maschile, non a caso purtroppo l’ingegneria è ancora una nostra prerogativa e ci scommetto che se fosse il contrario al posto del Tom Tom le scienziate donne avrebbero brevettato un sistema per partorire in modo indolore. Il punto quindi è che non c’è nulla di male a commettere errori e lo stesso vale per aiutare il prossimo a porre un rimedio, ma in generale trovo corretto intervenire solo quando è richiesto a meno che le conseguenze, manco a dirlo, non minaccino l’incolumità. Così ne approfitto per chiedervi dove sto sbagliando, che cosa c’è di male in quello che faccio, perché non accorrete in milioni a leggere le mie storie, cosa c’è che non va nei miei libri che nessuno mi chiede di pubblicarli, quali sono gli autori che preferite a me e perché. Se siete amici mi dovete una spiegazione. Se no, mi va bene anche che facciate i so tutto io e mi diate qualche dritta definitiva. Grazie.

il vero senso della vita è che tu passi il tempo a crederti un genio e il mondo là fuori a cercare di dimostrarti il contrario

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Il vero senso della vita è che tu passi il tempo a crederti un genio e il mondo là fuori a cercare di dimostrarti il contrario. In questo la democrazia diretta non è dalla parte di chi crede di avere i numeri. Provate a indire un referendum o anche a chiedere in giro e vedrete che alla fine la spunterà la maggioranza che proverbialmente ti vorrebbe fallito o in certi casi morto, comunque fuori dalle scatole, alcuni sostengono perché composta a sua volta da individui che si credono chissà chi e che non vedono di buon occhio quelli che cercano di prendergli il posto, ma il risultato non cambia.

Non so cosa ne pensiate voi, io credo di essere una presentabile via di mezzo che alla fine fa la sua sporca figura, quindi su certe cose vado avanti con le mie convinzioni e le mie idee ma efficaci almeno per me, che – proprio come voi – poi adotto come sistema per decodificare certe cose che succedono. Succede però che mi capita di capire sempre meno che cosa dicono le persone. Intendo proprio le spiegazioni, e non riesco a venire a capo della causa di tutto questo. Sia chiaro: so che ci crediamo dei geni per certe intuizioni che ci vengono in mente quando meno ce l’aspettiamo, mentre invece siamo i primi o almeno i secondi a metterci in discussione se ci sono dei problemi.

Così quando mi spiegano le cose e non capisco me la prendo sempre con me stesso perché sono uno che si distrae con una facilità disarmante. Poco fa in riunione, per dire, c’era una gran puzza di aglio e di animale bagnato in un contesto solo apparentemente di sublime femminilità. Un paradosso che mi ha fatto volare con l’immaginazione oltre la piazza qui sotto, oltre la circonvallazione fino in tangenziale, la stessa che la mattina è afflitta dalla promiscuità tra traffico locale e quello chiamiamolo a lunga percorrenza. Mi sarebbe così piaciuto fare un intervento sul fatto che questo costituisce uno dei principali problemi per cui intorno a città come Milano o come qualunque altra metropoli costruita un po’ alla carlona ci sono arterie stradali in cui c’è sempre un gran casino. Auto da centinaia di milioni di euro partite da Roma – faccio un esempio – e dirette in Svizzera sono costrette a rallentare a causa delle corsie intasate da anziani a bordo di Ford Focus che accompagnano le mogli all’Esselunga, o utilitarie Chevrolet costruite con la plastica gremite di mamme e bimbi diretti a scuola, quando basterebbe che con la stessa umiltà con cui mettiamo da parte il nostro crederci dei geni questa utenza del trasporto su gomma si limitasse a percorrere le strade secondarie di periferia.

E quando metto la freccia per uscire dalla tangente e torno nella puzza di cane bagnato e di aglio, mi rendo conto che il ragionamento che mi è stato dimostrato dalla mia interlocutrice in realtà non torna. Forse è un problema di linguaggio, l’analfabetismo funzionale di ritorno di noi adulti in realtà è solo rincoglionimento per il fatto che ci manca il lessico, siamo disabituati a riflettere, facciamo troppo affidamento sui cervelli elettronici. Per i colleghi giovani invece ritengo sia solo un fattore di involuzione: se lavorate con me e avete meno di quarant’anni chiamatemi che posso spiegarvi tutto a voce.