vecchi e amici

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D’estate gli anziani sono un argomento tabù perché vogliamo scrollarci di dosso il senso di colpa se li lasciamo soli, poi a parte qualche mostro meteorologico c’è anche il finto pentimento di aver creato un mondo troppo esposto al sole per le loro possibilità. Non sappiamo dove metterli e dove farli stare e anche se sappiamo dove farli stare poi non sappiamo che cosa fargli fare. Ora non entro nel merito dei problemi di salute, spero di averne il meno possibile da vecchio e lo auguro anche a voi, ma mi chiedo le amicizie, la solidarietà e il reciproco soccorso che vuol dire anche passare tempo insieme in caso di evento eccezionale che fine facciano quando ci si inoltra nella terza età. Il massimo è portarseli appresso, i vecchi, ma non sempre si può, dipende dalle mete, dal tipo di viaggio, dalle necessità che ciascuno ha. Per non parlare delle dinamiche, non dimentichiamo che siamo adulti tanto quanto i nostri genitori e che quindi può succedere che i rapporti non ne traggano beneficio. Lasciamo anche stare gli anziani che, secondo i telegiornali, dovrebbero trovare riparo dal sole nei supermercati. Non so a chi vengano certe idee. Così vedo questa vostra foto che postate tutti gli anni, siete in cinque, sei, otto o più di dieci a seconda di chi c’è in quel periodo a casa, e spero davvero che continuiate per sempre con queste rimpatriate perché non so, sento sempre anziani che poi si trovano soli e non capisco se ai loro tempi era più difficile continuare a vedersi così, a stare amici per tutta la vita come voi. E sono certo che da vecchi vi troverò ancora lì, tutti insieme, ad accogliervi anche se non ne avrete bisogno perché comunque non sarete mai soli, ma non si sa mai. Anzi, lasciatemi un posto, che comunque prima o poi tornerò ad essere dei vostri.

messo all’angolo

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Qui dove c’è una connessione wireless sprotetta è la finestra della stessa camera in cui mio padre è sdraiato nel letto, perso nel suo mondo in cui non esce di casa da mesi, ha difficoltà a camminare, ogni tanto non ricorda le cose, ammette di sentirsi bene solo nel dormiveglia. Il classico mix di senilità e depressione con un po’ di acciacchi dovuti all’età. Mi osserva scrivere qualche considerazione sul fatto che ci vediamo così di rado, la vita e la distanza e quel troppo poco che abbiamo allestito insieme per stare bene insieme da adulti purtroppo non hanno fatto granché al nostro rapporto, la colpa è senz’altro mia e spero che non esista un contrappasso per cui debba subire anche io questo stillicidio dei sentimenti quando sarò vecchio e mia figlia verrà a trovarmi dalla città degli Stati Uniti in cui si sarà trasferita per lavoro. Mi osserva scrivere e non sa che sto scrivendo, non può sapere il perché uno metta tutto se stesso in questa modalità impersonale tanto che qui ci potrebbe essere chiunque, io o il ragazzo che sta smontando la ruota dalla bici che tiene sul balcone nella casa di fronte, magari la connessione wireless è la sua e allora ti ringrazio. Grazie, posso fermare questo momento in cui mi sento una merda e non c’è speranza di recuperare. Poi mio padre ha un barlume di lucidità e mi chiede cosa sto facendo, gli dico che gli sto scrivendo una lettera, ma per fortuna non capisce, non c’è né la carta né la busta.

granny music awards

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Questo è un post in prima persona singolare rivolto alla terza plurale, perché si parla dei miei nonni e, vi giuro, non so come, ma riuscirò a taggarli in qualche modo. Se non vi interessa e volete cambiare canale, fate pure, vi capisco. Anche a me annoiano i blog-diario dei ricordi. Ma qui, tra poco, fidatevi, ancora una volta si parlerà di musica, e i miei 2 nonni, Pietro nonno materno e Gigetto nonno paterno, per la precisione, sono solo un escamotage per introdurre l’argomento.

Dunque, un po’ di dati e date per iniziare. Mio nonno Pietro era del 1898, Gigetto del 1904. Entrambi erano appassionatissimi di musica, soprattutto di ballo liscio. Che – sono ignorante in storia del liscio – probabilmente ai tempi a cui mi riferisco (anni ’40, ’50 e ’60, prima che diventassero troppo anziani per ballare) magari non si chiamava neppure liscio, semplicemente folk, o musica popolare. Proviamo su wikipedia. Letto? Mi sembra un po’ lacunoso, anche perché nel nostro caso si tratta di “ballo al palchetto”, espressione tipica del basso piemonte. La festa del paese, giovanotti e donzelle che si affrontano, palo della cuccagna e così via.

Ma andiamo al nocciolo, e prendiamo i 60 di Pietro e Gigetto. La loro musica da ballo è quella: valzer, mazurche e tango. Negli anni 60 hanno sessantanni. E la loro generazione, nel loro caso peraltro di estrazione contadina, ha avuto altro a cui pensare che l’emancipazione della cultura giovanile. Quando cioè gli under 20 sono diventati un movimento, dal ’68 in poi. Non hanno quindi uno specifico musicale (non so se si dice così, ma passatemi il termine) di riferimento, giusto? Sì, ci sono stati i fenomeni della loro epoca, Natalino Otto e il Quartetto Cetra. Ma di certo non sono stati ispiratori di un modello socio-culturale, visto che – ripeto – avevano bel altri pensieri per la testa. Per esempio, come riempire la pancia.

Ora, prendo come esempio un qualsiasi sessanta-settantenne del 2011. Pensando a chi ha 70 anni oggi, è sufficiente una sottrazione per avere l’anno di nascita: 1940. Il che significa che nel 1970 aveva 30 anni, corretto? E che dai 20 ai 30 anni, cioè dal 1960 al 1970, dovrebbe aver ascoltato Elvis, i Beatles, i Rolling Stones, magari ha acquistato Deja Vu di Crosby, Stills, Nash & Young quando è uscito, nel 1970. A 30 anni, era il 1997, compravo ancora dischi underground. Fatemi l’esempio di un disco uscito nel 97. Ecco, il primo album dei Subsonica. L’ho acquistato, e sono andato pure al loro concerto, in un centro sociale. E li compro tuttora, i dischi. Si, lo so, ne scarico anche molti, ma questo è un altro thread. Mia nonna Pina (moglie di Gigetto) probabilmente ha iniziato ad usare l’espressione “Bitter”, una dialetizzazione dell’inglese “beat”, termine con cui definiva ogni giovane di allora con i capelli lunghi negli anni ’60. E tutti i giovani ribelli dei decenni successivi, me compreso, erano bitter. Anche questo è un altro thread, ma ci tenevo a dirvelo.

Il settantenne di oggi. Che magari si è sparato tutto il revival anni ’60 degli ultimi 30 anni. Una rotonda sul mare eccetera eccetera. Ora, avete mai provato a frequentare un luogo adibito all’ascolto della musica e alla pratica della danza dedicato ai settantenni? Quello che viene comunemente denominato balera? Sì? Bene. E che musica suonano le one-massimo-two-man-band che i gestori di tali locali ingaggiano per intrattenere gli attempati avventori, molto spesso la domenica pomeriggio? La stessa che ballavano Pietro e Gigetto, i settantenni degli anni 60. Rivisitata, moderna e plasticosa come qualsiasi altro prodotto sonoro musicale digitale di massa. Ma quella è. Ora ci sono più balli di gruppo, c’è il latinoamericano. Ma la matrice popolare del valzer-mazurka-polka-tango resiste, e per fortuna. Il folk è anche canzone popolare. E’ il peggio che deve ancora venire. Il peggio consiste nell’evoluzione dei generi da balera, che ha il suo punto di riferimento in Radio Zeta.

Ora tu, settantenne che leggi il mio blog (anzi, se vuoi commentare sei il benvenuto. Ehi, ho avuto un’idea. Un social network per anziani. Che business!). Tu che hai fatto parte della prima generazione pop della storia dei giovani, quella dei ventiquattromila baci. Cosa ti dà un pezzo così? E ho linkato il primo che mi è capitato sottomano. Tu che vai o guardi Festa in Piazza. Tu che ascolti Radio Zeta. La selezione musicale che trovi nei locali che frequenti (perché imposti culturalmente) ti soddisfa? E tu, one-massimo-two-man-band che schiacci play sul computer e canti sopra alla base nelle balere, barando magari a fine prestazione (direi sessione, nel senso informatico) sui borderò. (Apro un’altra parentesi: anche la dimensione uno sul palco, nessuno che suona, centomila che ballano in sala è disarmante. Ma non è più bello sentire un’orchestra con tanto di fisarmonica e sassofono e batteria? Ecco chi fiacca l’industria musicale, altro che il download. Chiudo la parentesi). Perché non provi a far evolvere la tua selezione musicale? Sei proprio sicuro che il settantenne del 2011 sia lieto di essere omologato in quello che il mercato della terza età impone alla terza età, e non invece desideroso di sentire la colonna sonora dei suoi primi tumulti ormonali? Vogliamo parlare dei lenti soul anni ’60? When a Man Loves A Woman di Percy Sledge è del 1966. Tu avevi 26 anni. Senti qui che roba. Vuoi farmi credere che preferisci un lento-beguine di Al Rangone? E ho preso a esempio il primo pezzo straconosciuto che mi è passato per youtube.

Vi chiederete: ma perché ti scaldi così? Sei un animatore geriatrico? No. Ecco perché: voglio chiudere condividendo con voi una promessa, che io e un paio di amici musicisti ci siamo fatti. Quando scatterà l’anno della pensione, visti i tempi che corrono inteso semplicemente come quando smetteremo di lavorare. Per esempio a 70 anni? Sarà il 2037 o giù di lì (urka, non è poi così lontano). Bene, quel giorno, salute permettendo, riformeremo la banda. E, lo dichiaro qui, faremo post-punk. Faremo addirittura pezzi nostri, oppure se ci proporremo alle balere suoneremo i Joy Division. Le coppie balleranno abbracciati “The eternal”. Pogheranno i Clash. Il nostro genere sarà Elder Wave. Vi prometto che non faremo mistoni solo perché fanno revival: non abbiamo mai ascoltato Michael Jackson, e non lo suoneremo. E ho già il nome del gruppo: I veterani del Punk. Che ve ne pare?