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Ti voglio dedicare un pezzo a dimostrazione del fatto che come vedi non sei stato solo di passaggio nelle nostre vite ma hai rappresentato qualcosa di importante per tutti noi, e non ti meravigliare se considero questo comitato virtuale di attribuzione di onorificenze come un insieme coeso di amici anche se in realtà poi a scrivere è uno solo e chissà dove saranno tutti gli altri, i membri fondatori come me o i soci onorari e quelle persone ex ragazzi e ragazze con cui ci accompagnavamo nella delicata fase in cui abbiamo assistito al reciproco transito. E se voglio dedicarti una delle canzoni che più ci siamo divertiti a interpretare con le nostre azioni quotidiane è perché desidero che tu riceva un premio in prima istanza per come eri – e come immagino tu sia ora -, per la tua sorprendente sensibilità e complessità malgrado fossi stato indirizzato al lavoro dopo la terza media a causa probabilmente della visione di te che avevano i tuoi genitori e chissà cosa e come saresti diventato se avessi avuto l’opportunità come tutti noi di studiare e frequentare un liceo anziché chiuderti adolescente in una officina con uomini adulti e calendari di pin up a seno nudo, la stessa in cui ripari automobili ancora oggi a distanza di trent’anni. Non che tu non svolga una professione nobile, anzi. E a dirla tutta, il fatto che a differenza di tutti noi per te sia stato possibile emanciparti e renderti indipendente con largo anticipo rispetto al resto del gruppo parcheggiato lustri fuori corso all’università è stato fonte di ammirazione e amichevole invidia soprattutto per la collezione di rarità e bootleg che ti potevi permettere.

Una differenza nei percorsi di vita individuali che però tu mettevi sempre alla casella di partenza di ogni confronto in caso di discussione fino a utilizzarla come tasto di trasferimento nell’iperspazio nei momenti più difficili, quelli in cui scomparire dalla vista degli altri si prospettava come la soluzione più adeguata a non dover ammettere una inadeguatezza. E la prima volta in cui avrei voluto dedicarti questo pezzo è stato quando ti ho trovato in lacrime a casa mia, eri corso disperato da me e pur non avendomi trovato avevi atteso ore il mio rientro senza vergognarti di piangere ininterrottamente di fronte a mia madre per un motivo che magari è meglio non ricordare qui, dato che con il metro di giudizio che abbiamo ora che siamo di mezza età cose così sminuirebbero la portata della sofferenza che avevi provato. Ma non solo.

Ripenso a tutto quello che hai scelto di imparare da autodidatta come hai deciso in autonomia di crescere a tuo modo e le manifestazioni concrete della tua verve artistica, quello che scrivevi, quello che dipingevi fino alla passione per la fotografia, non sai quanto stridevano con il congelatore dei tuoi genitori pieno fino all’orlo delle peggiori abitudini alimentari e con le superfici della parte di camera che condividevi con tua sorella colme all’inverosimile e con una precisione maniacale di sopresine degli ovetti Kinder, puffi di tutte le fogge e di impolverati trudy pegni d’amore. E ti chiamavamo Simple Max solo perché possedevi tutto ma proprio tutto dei Simple Minds, non certo perché ti ritenevamo una persona semplice e poco adeguata ai nostri turbamenti emotivi. Così ho pensato di dedicarti un pezzo come si faceva al nostro programma radiofonico preferito, ci si salutava così un tempo e ci si mandava a dire che si era l’uno importante per l’altro.