spensierato

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Il giorno di San Valentino inizia con i blister monodose di vegetali in nylon, ovvero i fiori incellofanati ammassati alla rinfusa sulla stuoia del primo ambulante che vedi alla fermata della metro linea verde in Garibaldi. Il venditore di nazionalità non pervenuta ci ricorda con un mantra di santificare la festa e di non dimenticare l’amata, basta un pensiero. Ma basta lo dico io, perché mi immagino cosa possa accadere a presentarsi con uno di quei sbiaditi esemplari di fauna dozzinale al cospetto del proprio partner, che sono l’equivalente romantico di una mela dell’Esselunga al sapore di acqua e zucchero quando siete fortunati. L’amore dev’essere proprio al parossismo totale perché il partner sia disposto ad accettare un presentino così cheap (o cost effective, come si usa dire). Nel calderone delle feste di serie B, insieme a quella del papà, della mamma, Halloween e compagnia celebrando, il santo protettore della coppia eterosessuale è l’ennesima tappa della calendarizzazione dei consumi superflui, ed è facile cadere nel panico da acquisto dopo che fantasia e risorse sono ancora in sordina ridimensionate dai fasti della tredicesima volatilizzata con gli acquisti dell’ultimo Natale. Beati i poveri di spirito (e i poveri tout court) che saltano a piè pari l’occasione di riempire i cruscotti altrui di peluche, cineserie e altri ammennicoli tendenzialmente rossi, cosa non si farebbe per compiacere l’intero mercato prima ancora della propria metà. Meglio davvero un pensiero, se la vostra memoria breve è come la mia è facile dimenticarsene nel giro di qualche minuto. E se non ricordo male, il prossimo appuntamento è per l’8 marzo, la mimosa la trovate presso lo stesso venditore plurimandatario in metropolitana sempre che non piova, ché gli ombrelli sono più redditizi.

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