do ut des

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Lo scambio di sguardi è stato più che eloquente. Vedevo solo il suo viso attraente oltre la mia automobile dalla quale ero appena sceso e oltre due o tre vetture a fianco, allineate in quel parcheggio, e avevo notato che mi osservava e così l’ho osservata anche io. Che strano, ho pensato. Una donna così piacente che mi fissa in un luogo così particolare. Non mi sono quindi stupito più di tanto quando, perseverando in quella sorta di flirt oculare, mi si è rivelata nella sua figura intera con quei vestiti eccentrici che mi hanno palesato la sua appartenenza etnica e il motivo della sua presenza lì, con un neonato a tracolla e una mano inequivocabilmente intenta in una questua di solidarietà. Che sciocco, ho pensato, meglio non raccontarlo a nessuno per non essere vittima delle burle altrui. Che già quell’altra volta in quel locale dove si diceva fosse comune incontrare i calciatori del Genoa e della Samp ero stato avvicinato al bancone da una tipa davvero superlativa tutta fasciata in una tuta aderentissima nera, roba da teatro off ma indossata in un modo smaccatamente provocatorio, anzi, provocante viste le forme, e le ho viste eccome le forme. Insomma io stavo aspettando la mia consumazione e questa mi ha detto qualcosa e io non ho capito, poi mi ha chiesto se le volevo offrire da bere e allora ho capito e le ho detto di no, grazie. Nessuno fa niente per niente.

7 pensieri su “do ut des

  1. A me capitò con una “collega” (lavoravo in un’azienda con migliaia di persone, era “collega” alla lontana, l’avevo adocchiata qualche volta, mai avuto modo di scambiarci una parola) che un giorno, inaspettatamente, mi sorrise e mi saluto con un celestiale “ciao”.

    Non risposi.

    Mi sembrava inverosimile che una creatura angelica mi rivolgesse la parola.

    Lei insistette col “ciao” e io, sventurato, le risposi.

    “Scusa, ma non ci conosciamo.”

    “No, no, non dico a te” accennando con lo sguardo a un tizio, alle mie spalle, che ricambiò, lui si che poteva permetterselo, il saluto.

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