potremmo rivederci, una sera di queste, e raccontarci tutte le cose che abbiamo fatto finta che ci piacessero

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La prima cosa a sorprendermi fu proprio l’esistenza, ad appena un isolato da casa, di un covo di alternativi di cui non mi ero mai accorto. Non so come succeda ora, di certo la rete mette a disposizione tutto ovunque. Ma prima le tendenze più off lambivano le città di provincia come la mia di striscio e per puro caso. Magari c’era quella che andava a Londra e dopo un anno tornava con la cresta e subito del suo caso finiva che se ne discuteva in tutti gli ambienti. Di certo arrivavano e si diffondevano gli aspetti deleteri delle culture underground, come l’eroina, la rabbia, le malattie, tutte cose che prendevano piede perché creavano dipendenza da qualcosa. I pochi che invece si autoproclamavano membri fondatori erano veri e propri demiurghi e davano vita a club molto esclusivi per entrare nei quali quelli come me che si interessavano di culture di nicchia più per avere maggiori possibilità di avvicinare esemplari del sesso di interesse avrebbero fatto qualsiasi cosa. Non proprio qualsiasi, ma insomma.

E l’unico canale possibile era quello di essere introdotti da qualcuno. Non ricordo grazie a chi l’invito a salire quella notte fu esteso anche a me, fatto sta che mentre mi arrampicavo per le scale per raggiungere quell’ultimo piano così vicino in linea d’aria alle pareti tappezzate di poster adolescenziali della mia cameretta non sapevo ancora a chi mi sarei trovato di fronte. Proprio quella che era stata a Londra e dopo un anno era tornata con la cresta, che aveva un paio di anni più di me ma era già così maledettamente corrotta. Poi altri due punkettoni con cui si accompagnava ultimamente e con cui ci si guardava sempre in cagnesco come se l’esclusiva di tutta quella farsa dovesse essere solo degli uni o degli altri. Una volta mi avevano pure lanciato una lattina di birra aperta in testa a un concerto, io ero davanti e loro poco dietro e quando mi ero girato li ho visti che se la ridevano. Uno dei due suonava tra virgolette in uno dei gruppi più in voga del momento, un ensemble di punk industriale e rumorismo in cui lui dava il suo apporto con trapani e lamiere battute con martelli dal vivo.

Poi c’era quello biondo che non avevo mai visto ma il cui cognome era leggendario perché si divideva tra un paese lì vicino e Berlino, roba che in quegli anni non era così comune. E infine il padrone di casa, uno sconosciuto che altrove non avresti notato nemmeno, uno così regolare che mi chiesi come fosse possibile che fossero tutti lì da lui se non altro perché era l’unico ad avere un appartamento tutto suo, aveva almeno dieci anni più di tutti gli altri, era il solo ad avere uno stipendio tale da consentirgli l’acquisto e la conseguente offerta di alcolici e stupefacenti e il conseguente ascendente su spiantati, studenti, disorientati e cani sciolti della zona.

Stavano parlando di cose fatte qualche sera prima quando tutti avevano messo la lingua in gola a tutti, già mi immaginai gli scambi gratuiti di saliva indipendentemente dalle preferenze sessuali ufficiali di ognuno. Sullo sfondo musica assolutamente consona ai gusti di tutti, potevano essere come minimo i Bauhaus. E se in quanto a esperienze di vita non c’era storia, sulla musica potevo tenere testa a tutti. Con il biondo che non smetteva mai di rollare riuscii a esprimere qualche parere sugli Einsturzende Neubauten di cui lui però pronunciava alla perfezione i titoli delle canzoni. Quel dialogo mi permise di abbattere ogni diffidenza e di avviare una amicizia che sarebbe durata da lì a qualche mese dopo, prima che si trasferisse definitivamente all’estero. Giusto il tempo per farsi invitare un paio di volte a cena a casa dei miei e di impressionare con la sua magrezza mia mamma che non smise nemmeno per un istante, ogni volta, di mettergli nel piatto crocchette fatte in casa e che lui non sembrava intenzionato a rifiutare. E giusto il tempo perché gli comprassi Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi del conseguimento della maggiore età dei CCCP appena uscito su vinile rosso come favore, e anzi come favore se glielo potevo portare a casa, e poi i soldi te li dò la prossima volta ma non li ho mai più visti. Che poi i soldi erano della paga dei miei genitori, e persino lo strappo per consegnargli il disco con urgenza perché non ricordo che cosa ne dovesse fare me l’aveva dato mio papà visto che ero minorenne e senza patente. Mi rimase l’amicizia con suo fratello, meno prestigiosa perché meno mitteleuropea ma più alla mia portata.

Con la punkettona invece sostenni un confronto sulla deriva rock’n’roll dei Litfiba che con Desaparecido avevano irrimediabilmente intrapreso una traiettoria deludente, che poi io non ne ero così convinto perché Desaparecido non era per niente male, ma in quel momento e in quello stato avrei potuto dare ragione a chiunque. Anche lei poi si era trasferita altrove e la rividi qualche anno dopo a una festa, eravamo gli unici due a conoscere i Long Ryders ma lei non si ricordava per nulla di me e di quella sera in cui aveva demolito la mia consapevolezza di essere tremendamente alternativo. Così le risposi che probabilmente ero io che l’avevo confusa con qualcun’altra e comunque nel frattempo si era assestata in una categoria di preferenze sessuali ben definita in cui io non sarei potuto rientrare, facile immaginare il perché.

8 pensieri su “potremmo rivederci, una sera di queste, e raccontarci tutte le cose che abbiamo fatto finta che ci piacessero

  1. andrea

    non so perché, ma mi viene da pensare che uno dei personaggi qui raffigurati oggi faccia il postino e – per qualche tempo – abbia avuto anche la coda (e non nel senso del Fiorello d’antan). Così, da genovese che deve pur averti incrociato qualche volta, per ragioni anagrafiche e di esperienze assai contigue.
    Anzi, ne approfitto per “delurkarmi” dopo tanto che ti leggo (sempre con grande piacere).

  2. Claudia

    17 anni fa. nessuna pratica di scambio salivale, nessuna conoscenza approfondita musicale. un tubero (perché in toscana dire che ero patata farebbe nascere florilegi di battute da camionismo spiccio…nelle quali, peraltro, sono bravissima, ma frequentando gente di altri luoghi mi fa far figure di disadattata, lesbicaboscaiola, ruspista).
    un tubero aggressivo perché troppo timido e cicciotto. uno stereotipo dell’adolescenza femminile, che però ricordo con tenerezza mentre scende le scale coi tacchi e ha quale unico pensiero di contare gli scalini per vedere se esce fuori un numero primo.

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