in via tarchetti

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Non è vero che la sua visita fosse inaspettata perché circolava la voce che prima o poi avrebbe fatto un salto, ma nessuno pensava che si potesse presentare senza nemmeno avvertire, per una serie di motivi che è quasi ovvio ricordare. Intanto il capo avrebbe potuto non essere in ufficio ad accoglierla, con tutti i suoi impegni, le visite ai clienti, le sue fanfaronate commerciali. E poi non è che si trattasse di una formalità, un semplice faccio un salto un giorno di questi, tutti noi dovevamo prepararci con un po’ di anticipo, e a dirla tutta io quel giorno avrei scelto di stare a casa, darmi malato, perché poteva trattarsi di un’esperienza troppo forte per il mio carattere sensibile, visto tutto quello che era successo. Ma è finita che andata proprio così.

Un bel giorno, era metà mattina ed eravamo tutti già infognati nella nostra palude di produttività cieca, quella a cui ti dedichi con la fretta dell’esperienza per rispettare le scadenze quando sei in un’azienda sotto di organico e in sovraproduzione. Quel bel giorno, a metà mattina, è sceso il custode autista tuttofare dicendo che era arrivata la mamma di Raffaele per vedere dove lavorava suo figlio e per raccogliere le sue cose personali. Raffaele era stato vittima di un incidente assurdo qualche settimana prima. Aveva messo a punto una tavola da snowboard dipinta con le sue mani – Raffaele era un illustratore molto bravo – ed era andato in gita sulla neve con qualche amico, la sua ragazza, un weekend come tanti altri, durante il quale si è lanciato non ho capito bene dove e non ho capito dopo essersi calato cosa, ed è finito in un burrone, è cascato già da un dirupo, ha chiuso la sua discesa con la tavola nuova di pacca nel peggiore dei modi.

Raffaele occupava, con il Mac gigantesco che l’agenzia gli aveva messo a disposizione, gran parte del tavolo che dividevamo svariate ore la settimana, aveva almeno quindici anni meno di me e, malgrado ciò, sembrava un tipo in gamba. Il suo curriculum iniziava con una frase tipo “Il curriculum di Raffaele Xxxxxx. Mica cazzi.” che mi aveva fatto ridere. Nessuno in ufficio si ricordava come si fosse lasciato con lui il venerdì pomeriggio prima del fine-settimana che gli è stato fatale, perché nella memoria collettiva prevaleva il ricordo della chiamata che uno dei soci dell’agenzia aveva ricevuto il lunedì successivo. Raffaele era morto. Quella mattina mi ero sentito in dovere di avvisare i colleghi più giovani man mano che arrivavano al lavoro, come se essere un po’ più grande mi conferisse l’autorità di dare brutte notizie con l’atteggiamento paternale. Ma non ero un annunciatore di tragedie affidabile, così dopo una o due volte avevo desistito.

Ci ricordavamo poi del funerale a cui avevamo partecipato tutti, in cinque in una utilitaria e la collega che in autostrada gettava fazzoletti di carta madidi di lacrime e muco dal finestrino e io che pensavo che il dolore comunque non dovrebbe giustificare atti irrazionali a discapito della collettività e dell’ambiente. E anche in quell’occasione, in maniera molto delicata, avevo fatto notare l’inopportunità di quel gesto, nessun amante della natura vivo o morto lo avrebbe approvato. Ma, giustamente, nessuno mi aveva preso sul serio e, per stemperare la mia pignoleria fuori luogo, avevo chiuso la parentesi di educazione civica con una battuta, come se quello che avevo detto si trattasse di uno scherzo.

Quando la madre di Raffaele si è presentata, sentendo che il momento che tutti scongiuravamo era arrivato, mi sono subito tirato indietro da fare le veci per gli onori di casa. Nessuno dei soci era presente, e il custode autista tuttofare si era rivolto a me come se io fossi il più alto in grado, come si fa in caserma. Ma non c’è nemmeno stato il tempo di elaborare una strategia di fuga. La mamma di Raffaele, visibilmente provata, ha chiesto però come prima cosa chi fosse di noi il collega ligure di suo figlio, il che ha complicato tutto. Si riferiva al sottoscritto, uno che non se la cava molto bene con la morte altrui. Ma non nego il piacere che ho provato quando mi ha messo al corrente del modo in cui Raffaele gli aveva parlato di me. Non sapevo però che cosa le avrebbe fatto piacere sentirsi dire. Mi sono limitato a svelarle che mi ero permesso di prendere dal suo portapenne una matita molto bella, che Raffaele usava per fare gli schizzi sul blocco. Una specie di ricordo, certo che non se l’avesse a male.

Aveva lasciato fuori da la porta un gruppetto di amici del figlio, con cui aveva organizzato quella specie di tour della memoria lungo i luoghi del ragazzo, i quali però non avevano avuto il coraggio di scendere, o forse non volevano disturbare noi che eravamo lì a lavorare o il dolore privato della mamma. Ci tenne a sottolineare quel dettaglio, perché aveva inteso quel momento come un workshop volto a edificare una idea comune di Raffaele a cui fare ricorso in futuro, in modo che ci fosse una sorta di uniformità di quello che era il ragazzo, una centralizzazione dei ricordi da usare come unico riferimento.

La donna non esitò a lasciarmi la sua e-mail e il suo numero di telefono per contribuire all’opera con aneddoti, impressioni, materiale, frammenti di vita quotidiana. Si stupì però quando le confessai di non conoscere il suo nome. “Possibile che non ti abbia mai parlato di me e non ti abbia mai detto come mi chiamo?”. La risposta era difficilissima. Perché la verità era no, ma mi accorgevo che non avrei voluto deluderla. Non ricordavo però alcun dettaglio della vita privata del collega che mi fosse stato rivelato, senza contare che lavoravamo insieme da poco più di un semestre e le occasioni di confronti, al di là dei progetti che seguivamo e delle cazzate che si dicono in ufficio, erano rarissime. Lei colse al volo la mia esitazione e mi scrisse i suoi dati, aggiungendo che un nome e cognome così erano difficili da dimenticare. E non aveva tutti i torti. Aver abbinato un nome di battesimo così contestuale al cognome sembrava uno scherzo di una coppia di genitori burloni, quelli che vogliono fare i simpatici con la vita sociale dei propri bambini. Solo quando se ne andò pensai a quanto l’avessi trovata attraente, avrà avuto cinque o sei anni più di me e mi era sembrata davvero bella. A quanto mi bruciasse quel foglietto con i suoi recapiti in mano per quello che stavo pensando, a quanto fosse fuori luogo quella sensazione che il suo fascino mi aveva indotto.

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