il suono della mela

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Quando sento parlare di lavoro da casa, metto mano all’abbonamento ferroviario. Prendo la tessera con il chip, la esamino e penso che sì, sarebbe bello farne a meno e avere l’ufficio negli stessi locali in cui vivo per non essere costretto a subire ritardi, scioperi, la gente che legge Volo e Baricco e Ken Follet e che discute di argomenti da brivido come Berlusconi a Servizio Pubblico, e quando non fa nulla di ciò prende a ditate dispositivi elettronici da svariate centinaia di Euro. Ma ora, quando mi capitano pensieri di questo tipo, cerco conforto immediatamente in un’associazione di idee che è un suono. Ed è il suono di accensione che emettono di default i computer Apple, avete presente quell’accordo di synth che non è mai stato cambiato.

Bene. Tanti tanti anni fa condividevo un monolocale con una partita IVA. Voglio dire, lavoravo in casa e ciò di cui mi occupavo non richiedeva la mia presenza in ufficio e poi si trattava di un modello operativo che mi consentiva di variare – per quanto possibile – la tipologia di clienti e di attività. Si trattava di un caso limite, in cui il mio ufficio distava due passi contati dal letto. Non si poneva il problema del dress code. Non si poneva il problema di prendere o no l’ombrello in caso di tempo dubbio. La scelta tra il prepararsi la schiscetta la sera prima o lasciarsi coinvolgere nelle pause pranzo con i colleghi per non sembrare troppo riservato era vinta in partenza da una terza opzione. Perché non c’erano orari, non c’era il caffè alla macchinetta, non c’erano colleghe con cui provarci o monitor in cui sbirciare le consuete attività di perdita di tempo informatizzata, ai tempi molto più offline che online.

C’era solo l’uomo, e che uomo, e la macchina, e che macchina. Un Mac Power PC 4400 con 16Mb di Ram e 2Gb di hard disk per una manciata di secondi cronometrati dal momento della pressione del pulsante “on” alla disponibilità di utilizzo. E lo so che ridete per la configurazione, ma ai tempi era più o meno il top per un ufficio casalingo come il mio. E siccome ero molto più creativo di oggi, l’avevo caricato con ogni gadget virtuale che trovavo sui cd allegati alle più note riviste dedicate. La vocina che ti dice l’ora. Il sistema per aprire la finestra di salvataggio file corrispondente alla cartella su cui si faceva clic con il mouse. Il programmino che ti avvertiva qualche secondo prima delle rarissime volte in cui il sistema operativo (il 7 punto qualcosa) andava il tilt.

Ma se avete visto film come Shining, sapete meglio di me che l’eremitaggio estremo, e nel mio caso pure nerd, instrada i più labili verso un decorso poco nobile. Magari non porta proprio alla pazzia, ma a qualcosa che sta in qualche sottoinsieme della depressione. Questo anche perché avevo impostato la sveglia sul mio Mac. C’era un sistema grazie al quale era possibile programmare l’ora di accensione del computer, decidendo quale programma lanciare in esecuzione automatica. Ed è facile immaginare la sequenza che ogni mattina, talvolta anche a notte fonda a seconda delle scadenze, mi sollecitava a recarmi al lavoro, infilando le pantofole e percorrendo quel metro e cinquanta che separava il letto dalla scrivania. La sequenza era: suono di accensione Apple, qualche istante di ronzio, avvio automatico del lettore cd in cui avevo preparato il disco più adatto a un risveglio apparentemente rassicurante. Moon Safari degli Air, per esempio. Questa routine giorno dopo giorno, settimana dopo settimana. Qualche mese, e poi basta.

Perché, a lungo andare, l’effetto logorante di quella combinazione di rimandi all’abnegazione del settore di appartenenza, in parole povere lo svegliarsi con il primo pensiero di essere quello che si fa e non quello che si è, mi aveva indotto a un rigetto da ambienti piccoli ad alta densità tecnologica. Vedere come prima luce del giorno l’immagine del desktop induceva a una visione distorta della realtà. Con il tempo ho imparato così ad apprezzare il sano vecchio mondo in cui le persone si lasciano la casa alle spalle, danno un bacio alla mogliettina e affrontano quotidianamente la moltitudine dei propri simili per questa o quell’altra occupazione.

Così, come è finita per i protagonisti di questa storia? L’uomo lavora felicemente in un ufficio – con gli alti e bassi che hanno tutti – ma a sentire il suono di benvenuto del Mac, che è lo stesso ancora nel 2013, ogni mattina ha una sorta di riflesso condizionato. La macchina, il Power PC 4400, vive da più di dieci anni una meritata pensione nel suo garage di casa, in una zona opportunamente occultata al riparo dai raptus di “fuori tutto” che periodicamente colgono i membri delle famiglie come la mia, a rischio soffocamento da dispositivi elettronici obsoleti se non guasti. Ma, malgrado l’età, impiega ancora una manciata di secondi dalla pressione del tasto di avvio all’essere operativo, con lo stesso sfondo sul desktop.

10 pensieri su “il suono della mela

  1. A proposito di treni e uffici a casa o lontani 110km (nel mio caso), ho un rapporto di amore-odio nei confronti del pendolarismo: se da un lato non ne sopporto il suo essere assolutista (un minuto di ritardo e perdi il treno e dunque due ore di lavoro), dall’altro ho imparato sulla pelle ad apprezzarne un altissimo valore civico (se posso usare questo termine): uscire di casa tutti i giorni e incontrare altre facce, altri odori, altre persone è una palestra di relativismo sociale necessaria, abbastanza illuminante e salutare, più di una lettura di Internazionale o di un Google Reader ricolmo di feed. Scusa la digressione.

  2. Lavorare in casa logora. Mai farlo. Mentre leggevo di impostazioni, vocine con orario e avvi vari mi è tornato alla mente un preistorico film… te lo ricordi Electric Dreams? Colonna sonora di Boy George.. bè, era il 1984, io ero una “pischella” e i Computer per me erano fantascienza

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