Il padrone dell’impresa girava con la Mercedes e la moglie con la pelliccia, persone di origini modeste e che si erano arricchite – e molto – in un modo così onesto che noi di quest’epoca non ce lo possiamo nemmeno immaginare. Ma ricordiamo il boss soprattutto perché suo figlio aveva poi studiato da ingegnere e si diceva che si fosse laureato con un po’ di fatica. Ma per fare il lavoro di un geometra poteva anche bastare. Sfoggiava un giubbotto di pelle da aviatore e i Ray Ban a goccia, e quando attraversava il cortile con gli operai che facevano pausa pranzo con le loro gamelle in pochi lo salutavano con rispetto. Gli stessi che l’avevano visto crescere proprio in quegli spazi ubicati sotto il viadotto dell’autostrada, in cui loro si cambiavano e pulivano le attrezzature per il lavoro, mentre per il rampollo destinato a subentrare al padre erano ambienti di gioco. E non so come sia andata, probabilmente sarà successo che qualcuno, quando lui era bambino, lo avesse anche preso in simpatia facendolo giocare al carpentiere con il caschetto e gli scarponi anti-infortunistici. Di lì a poco gli sarebbe stato stato concesso di guidare l’azienda di famiglia e nell’immaginario di tutti c’era l’impossibilità per il figlio di superare il padre. Chi era partito da zero e aveva imparato da solo avrebbe lasciato un biglietto della lotteria in mano a chi partiva dai milioni di utili e aveva imparato all’università. Passava dall’impresa anche di sabato pomeriggio, ma solo perché in una specie di baracca per macchinari teneva parcheggiata la sua auto sportiva a due posti ben coperta. Prima di ripartire si affacciava nei locali della mensa, al piano terra della palazzina con gli uffici, dove al sabato si riuniva una band di quattordicenni che ci davano dentro di entusiasmo e sogni con strumenti musicali economici, quelli che i genitori poveri acquistano ai ragazzi perché non è detto che poi ne facciano una passione. Uno di quelli era il figlio del contabile di fiducia dell’impresa. L’ingegnere spalancava la pesante porta, dava un’occhiata dentro sollevando i Ray Ban, con quella diffidenza con cui chi pratica attività remunerative osserva chi, al contrario, coltiva passioni incompatibili con l’economia. Il gruppo sospendeva il brano in esecuzione se era il caso, il figlio del contabile salutava e gli altri facevano un cenno, giusto per educazione. Poi il futuro padrone saliva sul duetto e si allontanava dalla sua proprietà commerciale, mentre i ragazzini approfittavano di quello stop imprevisto per fare una pausa e uscire sul cortile a fumare una sigaretta, alla luce del sole, o quello che se ne percepiva sotto il viadotto dell’autostrada.
Che bel post 🙂
grazie