abituati al dialogo

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E chi lo sa se stanno a sentire oppure no. Sta di fatto che tutti, specialisti, seguaci dell’empirismo, neofiti e gente che non sa fare altro che dare fiato alla bocca pur non sapendo nulla dell’argomento, tutti sostengono che è fondamentale parlare ai figli fin da quando sono nella pancia. Quindi la teoria più comune è di farlo con assiduità soprattutto finché si prestano, perché poi quando gli si accende l’ormone della ribellione rimbalzano ogni tentativo di dialogo a colpi di spallucce. E anche io, nel mio piccolo, ci ho dato dentro. Durante la gestazione era tutto un rivolgermi a lei mentre le si formavano tutte le sue cosine a modo per questo e per quello, convinto che così si abituasse al timbro della voce. Non vi dico poi quando mia figlia ha visto la luce. Loro ti guardano con quegli occhioni sbarrati, rispondono con sillabe e, nel massimo dell’interazione, ti vomitano il latte in macchina che poi l’odore ti rimane per tutta la vita. Ma noi genitori, sentendoci protagonisti di un film dove mamma e papà sono fighi pazzeschi che stanno tirando su un candidato alla casa bianca, facciamo ai neonati tutte le nostre confidenze, li convinciamo a buttare giù le pappine, li abituiamo a partecipare alle decisioni famigliari con il loro silenzio assenso.

Così quando vedete una giovane mamma a testa alta parlare da sola senza auricolare, potete stare tranquilli che sotto sta spingendo un passeggino e dentro c’è un marmocchio che si gode il panorama rasoterra e che a malapena ascolta quella tiritera descrittiva sulle foglie e gli alberi e i cani che passano e il cielo e il vento. Stesso discorso per chi scarrozza i figli in bici sul seggiolino dietro la schiena. Li vedi avanzare tutti intenti in un soliloquio perché con la loro stazza non si vede chi portano sul portapacchi e tu ti illudi che si stiano rivolgendo a te e ti prepari una risposta, un cenno accondiscendente o pensi che siano matti da legare e cambi strada. Io facevo così, montavo in bici e dietro legavo la mia piccola per farle prendere un po’ d’aria finché il tempo lo permetteva. E le parlavo, le parlavo, le parlavo, poi sentivo un colpo in mezzo alla schiena che mi avvisava che la bambina, tutta protetta dal suo casco e assicurata saldamente al sellino, si era arresa alla mia voce monocorde e crollava addormentata. Ci rimanevo un po’ male, che dialogo è se io parlo e tu dormi, e pensavo chissà come sarà quando, come dicevo prima, poi i figli non ti ascoltano più. Ecco, forse ho lavorato bene e mia figlia tutt’ora sembra stare a sentire cosa le dico, o almeno se fa finta, finge bene. Per lo meno non si addormenta più, questa è comunque una conquista.

2 pensieri su “abituati al dialogo

  1. È cominciata l’adolescenza anche da te, vedo. 🙂 Tieni conto che, da parte di tua figlia, c’è gran voglia di litigare, alla Nanni Moretti. Non provare nemmeno a sottrarti al tuo obbligo di incazzatura. È peggio. 🙂 C’è di bello, almeno dalle mie parti, che il sereno viene presto ed è proprio sereno sereno, senza nuvole e con tanti pensieri profondi.

  2. è come dici tu, e i momenti di sereno in cui mia figlia non ha remore nel dimostrare il suo attaccamento a noi sono davvero unici. Ogni parte della vita riserva sorprese indescrivibili.

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