ce li laviamo in casa

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Possiamo considerare una specie di social network ante-litteram l’usanza di certe culture in cui si stende il bucato in pubblico senza nessun pudore. Mostrare a degli sconosciuti gli indumenti personali se non la biancheria intima ha lo stesso significato di sbandierare i cazzi propri a cani e porci in Internet. Chi si è mosso lungo diverse latitudini del nostro paese sa che ci sono aree geografiche in cui l’ostensione di mutande e calzini ai passanti è più frequente che in altre e probabilmente si tratta di un fenomeno la cui popolarità è inversamente proporzionale al tasso di umidità presente nell’aria, avete capito dove voglio andare a parare. O invece è solo una questione di anacronismo: quando ero ragazzino si badava meno ad alcuni aspetti di decoro pubblico e il fatto che vivessi in una regione – la Liguria – in cui la cura degli spazi comuni e l’estetica outdoor vengono all’ultimo posto rispetto ad altri discutibili fattori considerati principali è solo una coincidenza. A Milano forse bisogna recarsi in certi quartieri più naif, diciamo così, perché di questi tempi, almeno qui, non mi è mai capitato di notare panni messi ad asciugare fuori, anche perché non credo che con l’aria che tira e le polveri sottili ne guadagnerebbero in pulizia. Ma non voglio fare la solita morale da trombone sul senso civico, anzi secondo me è un peccato che si tratti di una pratica non più in auge. Senza il bucato esposto non si possono più individuare le famiglie orgogliosamente sportive in cui la sequenza di tute, abbigliamento tecnico, calzettoni da calciatore, ginocchiere, guanti da portiere e tenute da running messe al sole la diceva lunga su priorità e stile di vita dei componenti. Oppure certe curiosità che alcuni capi di underwear striminziti suscitavano negli osservatori più morbosi (non guardatemi così, sto solo inventando di sana piante eh) con la speranza che la proprietaria prima o poi si decidesse a ritirarli asciutti. In occasione di eventi particolari, addirittura capi di stato ed esponenti delle istituzioni si sono mobilitati per disincentivare la suddetta formula in contesti urbani in forma di rispetto per la visita di rappresentanti di altre civiltà. Comunque prima che inventassero gli stendini da interno da posizionare nella vasca da bagno o nelle stanze adibite a lavanderia, che in contesti più comuni non è raro trovare nelle camere da letto o in promiscuità con gli arredi del soggiorno, risultava molto facile capire la residenza di gente come noi proprio dai vestiti appesi fuori: pullover neri, camicie nere, pantaloni neri, calzettoni neri, magliette nere talvolta un po’ sbiadite come capita agli indumenti di cotone. La gente passava sotto le nostre case, osservava quella funerea esposizione monocolore e poteva affermare, con assoluta certezza che lì, a quel piano, viveva un vero dark.

4 pensieri su “ce li laviamo in casa

  1. E ti va già bene che ai tempi in cui abitavi al Carmine io non avevo un blog, altrimenti puoi starne certo, un giorno o l’altro avresti ritrovato le foto delle tue magliette nere stese fuori ad asciugare, ehm…
    Buongiorno a te Plus!

  2. Una volta una vicina di casa ammonì una delle mie coinquiline intimandole di non stendere più all’esterno i propri indumenti intimi. Questa pratica, affermava la vicina, aveva irrimediabilmente leso l’innocenza del figlio adolescente che ora si masturbava – con rispetto parlando – fino a spellarsi le mani.

  3. al carmine avevo un terrazzino sul tetto grande come il minuscolo monolocale in cui vivevo, non avresti potuto immortalare nulla e poi la mania del nero era già finita da un pezzo, superata da quella delle magliette a righe orizzontali 🙂

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