colpo di sole

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Come si chiama quella sensazione per cui il sole scalda il gilet di lana e ne percepisci la proprietà di isolante termico mentre l’aria è ancora fredda e il tutto ti induce a volgere la faccia al sole per bilanciare l’effetto con un ottimo conduttore? Per noi che siamo sempre alla ricerca di nomi da dare a stati d’animo, prodotti, figli, iniziative marketing, cose, la mancanza di parole giuste è sopportabile tanto quanto la sete. Ci sono le volte in cui bisogna dare i nomi alle canzoni, i titoli insomma, e i nomi d’arte, come chiamare una band, il che risulta uno sforzo più semplice perché se non si hanno troppe pretese si può attingere ai propri riferimenti culturali. È bello anche sentirsi chiamare, ciascuno di noi ha un nome, e sfido a trovare qualcuno a cui non piaccia essere oggetto di attenzioni. Sentire pronunciare il proprio nome ha lo stesso effetto di un raggio immobilizzante e non c’è metafora più azzeccata perché ti cattura l’attenzione, ti fermi, ti volti per strada, cerchi chi ti sta cercando e appena capisci si instaura una specie di canale privilegiato di interesse tra te e l’altro. Sembrano cose banali e probabilmente lo sono, talmente ovvie che non ci fate caso e non dovrei nemmeno io ma poi sto al sole a godermi il calore sul gilet di lana e se devo pronunciare a voce alta il nome di un passante – un passante che conosco bene, eh – ecco che il calore raddoppia, la lana non è più isolante e i raggi raggiungono lo stomaco, il cuore e numerosi altri organi interni. Avete presente, vero, la realtà aumentata? Gli inserimenti di grafica che oggi vanno molto di moda nelle tecniche di postproduzione video? Ecco. Prima ti ho chiamato e il tuo nome è rimasto lì, sospeso sulla strada tra lo sbigottimento dei passanti, e chiunque avrà capito il motivo.

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