perdere il segnalibro non significa non trovare più il senso delle cose

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Lo strano fenomeno dei segnalibri dalla silhouette inconfondibile del Centre Pompidou rinvenuti abbandonati nelle stazioni dell’hinterland milanese ha dato vita a una vera e propria psicosi di nuove e inusitate calamità bibliche. Un oggetto in plastica che riassume in sé cultura e architettura, narrativa ed estetica, conoscenza e viaggi piovuto non si sa bene come dal cielo è stato interpretato prima dall’opinione pubblica e poi dai media di un paese ignorante e scarsamente secolarizzato come il nostro come un richiamo escatologico alla perdita della curiosità intellettuale, soppiantata dalla completezza informativa dei profili Instagram di grandi e piccini e dagli aforismi reali o arbitrariamente attribuiti a celebrità di dubbio valore di cui ci nutriamo ogni dì su Facebook.

Ma non dobbiamo illuderci che la gente del duemila e rotti, oramai avvezza alla realtà digitale e alla conoscenza fai da te che spopola sui social network, abbia intenzione di virare la propria evoluzione a ritroso verso un passato oramai identificato come specifico di un’epoca morta e sepolta. Tanto più che alcuni studiosi stanno lavorando per dimostrare la tesi che il caso in questione sia frutto di una banale coincidenza. Al momento ne sono stati intercettati tre, due rossi e uno giallo, quindi magari qualche distrattone che ha fatto incetta di souvenir di un certo tipo e che man mano li ha smarriti durante quotidiani spostamenti di routine, una supposizione che potrebbe essere confermata dall’analisi del DNA.

D’altronde è abbastanza facile perdere un segnalibro, quelli poi del Centre Pompidou, di plastica liscia, scivolano sulla carta che è un piacere. Io, che sia chiaro non ho nulla da spartire con quelli oggetto di questo strano fenomeno, uso quello che mi capita sottomano quando inizio un nuovo libro. Fino a ieri per esempio avevo abbinato a Una perfetta felicità di James Salter una cartolina della Val d’Aosta che mi è stata consegnata dal mittente compilata di tutto punto, con tanto di indirizzo, saluti e firma ma senza esser stata spedita. Nell’era di Whatsapp giustamente le cartoline non si inviano più ma si portano a mano, mi sembra un buon compromesso tra tradizione e modernità. Sentire poi il bisogno di mandare un pensiero anche da soli 200 km di distanza – il destinatario, che sono io, vive alle porte di Milano – tradisce tutti i limiti dei viaggi a corto raggio e dal loro valore, direttamente proporzionale ai rischi che uno ha voglia di correre. Più si è disposti a osare e maggiore sarà la bellezza e il piacere che se ne trarrà, questo è uno degli insegnamenti che il genere umano impartisce ai propri figli probabilmente dalla scoperta del fuoco. Prendi la macchina e vai in Val d’Aosta – con tutto il rispetto per gli amici valdostani -, prendi un Boeing e vai dall’altra parte del mondo. E guarda caso nel mio piccolo ho smarrito proprio la cartolina da Champoluc, e visto che c’è scritto dietro a chi deve essere spedita, magari qualcuno, convertito alle buone azioni dall’imminente fine del mondo i cui presagi sono stati individuati nei segnalibri a forma di progetto di Renzo Piano comparsi misteriosamente, ha voglia di comprare un francobollo e di chiudere il cerchio, allo stesso modo in cui sono arrivato al punto di partenza io qui.

p.s. l’immagine è solo rappresentativa del prodotto ed è l’unica che ho trovato in rete, per scoprire a quale blog l’ho rubata basta cliccarci sopra

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