piombati di colpo nella realtà come dei vagoni

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Gli ufficiali nazisti, visti da vicino, sono tali e quali a come li ha disegnati Bonvi nelle strisce di Sturmtruppen. Si vede che tutta l’iconografia post-bellica che si è ispirata a quelli originali, quelli della Seconda Guerra Mondiale, intendo, ha imposto una raffigurazione secondo un criterio filologico. Quello sul palco invece dev’essere uno di grado inferiore ma investito di un compito equivalente ai responsabili della comunicazione aziendale. Esatto, avete capito bene: il lavoro che più o meno facevo io prima di essere deportato.

Sullo schermo dietro di lui fa scorrere in rassegna una serie di slide in PowerPoint utilizzando quei telecomandi che si usavano agli eventi delle multinazionali prima che scoppiasse la guerra e con il suo tedesco fluente cerca di dimostrarci che molti dei cosiddetti crimini per i quali sono stati accusati per oltre settant’anni in realtà erano montature del solito complotto demo-pluto-giudaico-massonico.

Se capisco il filo del discorso non è certo perché poi alla fine mi sono iscritto al Goethe-Institute‎ per imparare la lingua prima di emigrare in Germania, stufo del modo in cui il mercato italiano si è sempre burlato della mia professionalità. Non c’è stato il tempo perché è stata la Germania in blocco a emigrare in Italia. O meglio è stato il suo esercito con una formula che a noi che abbiamo studiato storia ancora con un certo criterio pre-revisionista (o pre-negazionista, che tanto è la stessa) sa tanto di già visto e stravisto ma no, questa specie di manager del Quarto Reich è lì a spiegarci che non abbiamo nulla da temere, se ci deportano è per motivi di sicurezza e che non ci verrà torto un capello. Il tutto con PowerPoint installato su un PC con Windows 10. Chi l’avrebbe mai detto.

Dicevo che comunque se capisco il filo del discorso è perché questa volta non hanno badato a spese e lì al Palazzo dei Congressi di Roma hanno pure fornito un servizio di traduzione simultanea con le cuffiette. Nella sala principale saremo almeno un migliaio di deportati tutti da Milano, e che senso ha averci condotto fin qui mica l’abbiamo capito. Guardo mia moglie seguire con interesse quello che se non fosse per il momento drammatico potrebbe essere un convegno di quelli che poi prevedono anche le domande del pubblico. Prima di essere stati catturati siamo riusciti ad affidare nostra figlia alla squadra di volley in cui milita con successo, considerando che agli sportivi è riservato un trattamento di tutto rispetto. Ai tedeschi che, se ben vi ricordate, sono nazisti anche nella pignoleria, risulta però che abbiamo a carico una bambina, hanno persino il suo documento di identità e prima o poi dovremo renderne conto.

Finita quell’assurda specie di convention i due ufficiali nazisti che siedono dietro di noi si alzano in piedi per contribuire a un fragoroso applauso ma non sembrano così determinati a imporci lo stesso entusiasmo. Finalmente però possiamo tutti andare a pranzo. E mica c’è uno di quei dozzinali buffet in piedi dove finisce che ti ingozzi di tartine e vol-au-vent. I nazisti del terzo millennio hanno prenotato per i loro prigionieri in una serie di ristoranti e tavole calde lì intorno e devo ammettere che la cosa non mi dispiace nemmeno tanto.

Solo che con il bianco dei castelli e le specialità del posto finisce che mia moglie ed io ci perdiamo in chiacchiere ad accompagnare pure il caffè e il limoncello, e quando i camerieri ci fanno capire che il nostro tempo è finito ci viene un colpo. Tutto il gruppo di deportati e il plotone di soldati di scorta si sono già alzati e avviati e, a quanto pare, non si sono accorti di noi. O forse due prigionieri in più o in meno non fanno la differenza. Non ci sono più i nazisti di una volta, con i loro elenchi meticolosi e i numeri progressivi con cui marchiare a fuoco la gente.

Usciamo fuori dalla trattoria e la luce del giorno ha quell’insuperabile effetto dell’ubriacarsi a mezzodì, che fatto nei giorni di festa – e magari seguito da una pennichella – ha sempre il suo perché. Ma ora ci si impone una scelta. Se approfittiamo della libertà riconquistata inaspettatamente perderemo per sempre l’unico documento che può consentire a me e mia moglie di dimostrare che nostra figlia è veramente nostra figlia. Ma a consegnarci nelle mani dell’esercito invasore ci pare un insulto alle lotte di liberazione che hanno affrontato a suo tempo i nostri nonni. Che figura ci faremmo, poi, con i posteri? Due deportati che fiaccati dall’ebbrezza di qualche bicchiere di troppo si impegnano per ritrovare i loro aguzzini. E non vi nascondo che io stesso, così succube del senso del dovere, dopo anni di lavoro dipendente, non ci penserei due volte a darmi da fare per trovare i pullman che ci trasporteranno chissà dove, magari addirittura in una location per una rivisitazione realistica delle Fosse Ardeatine.

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