la notte dei miracoli

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Conosco l’uomo seduto sulle gradinate a qualche metro da me. Ora fa l’avvocato, ma negli anni settanta è stato un cantautore all’avanguardia. Vi ricordate quando, sull’onda delle tensioni sociali dell’epoca, musica popolare, radici folk e dialetto sono stati oggetto di riscoperta da parte dell’industria discografica? Di recente si è presentato persino come concorrente per uno degli svariati talent show tutti uguali pensati per preparare al mondo dello showbiz qualche giovane esordiente sottratto al settore del delivery a pedali. La sua candidatura si è fermata tra i fenomeni da baraccone che inframezzano lo spettacolo della selezione vera e propria, temo per il fattore anagrafico. Oltre il danno, però, la beffa, perché nessuno dei giudici lo ha riconosciuto. Stasera indossa una giacca color glicine sopra una camicia bianca e una cravatta blu. C’è un po’ di vento e siamo gli unici due spettatori non autorizzati a seguire lo spettacolo che si terrà a breve in questo anfiteatro finto-greco che sembra più una piscina prosciugata. Il palco è montato sul fondo ma, per un efficace effetto ottico degno della riproduzione di una stampa di Escher, lo vediamo più in alto della nostra posizione. Mi chiede se può avvicinarsi e non mi sembra una cattiva idea. Finché i musicisti sono in pausa e consumano la cena possiamo chiacchierare un po’. Io sono convinto che abbia preso l’iniziativa perché, durante la lunga parte strumentale del brano che ha introdotto poco fa l’esibizione, mi ha visto scambiare qualche battuta con il cantante, che poi è Lucio Dalla. Pensa che, in quanto ospite della serata, io sia importante quanto lui, che anche io faccia parte dell’ambiente artistico. In realtà sono uno qualunque ma invitato dal batterista, che è un amico di infanzia. La sera prima, per caso, sono capitato in un’altra tappa dello stesso tour, nel portico del chiostro medioevale di un’abbazia delle vicinanze. Sono andato a salutarlo anche per chiedergli spiegazioni sul un brano del repertorio che avevano appena eseguito e sul nesso della canzone con la carriera di Dalla, un autore che di certo non ha bisogno di attingere da composizioni altrui. Mi aveva incuriosito infatti l’esecuzione di “You Make Me Feel (Mighty Real)” di Sylvester. Il mio amico batterista mi ha fatto notare la presenza dell’autore della hit da discoteca (peraltro defunto tanto quanto Lucio Dalla) come tastierista del complesso, confessandomi che, data la crisi dei live dovuta alla pandemia in corso, anche i professionisti del loro calibro si sono dovuti adattare alla musica da intrattenimento. Non a caso, mi ha detto, la sera successiva avrebbero suonato a una festa privata a cui, se mi faceva piacere, avrei potuto partecipare aggregandomi a loro come seguito della band. Ecco perché mi trovo qui. Vedo Lucio Dalla con il suo cappello di lana seduto a tavola, lo osservo di schiena lamentarsi con un forte accento bolognese della scarsa attenzione che i facoltosi invitati rivolgono alle sue canzoni.  Alle mie spalle e dietro l’unico altro spettatore, che ora siede al mio fianco, ci sono diverse tavolate conviviali con portate da ricchi su tovaglie immacolate. Dalla barba bianca di quello che è il festeggiato potrebbe trattarsi anche del compleanno di Dio. Il posto si trova a fianco del sentiero che costeggia i binari delle Ferrovie Nord all’altezza di Bruzzano. Mentre lo percorrevo a piedi per arrivare fino a qui ho raccolto un bel mazzo di agretti che ora sto mangiando crudi, non prima di averli separati dalle radici ricoperte di terra. Ne offro qualcuna al cantautore in pensione ora seduto al mio fianco, che però rifiuta in modo molto cortese.

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