con questa faccia da straniero

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La calca all’ingresso del commissariato mi fa temere il peggio. Ho prenotato per le 15 in punto di oggi il turno per il passaporto elettronico per mia figlia ma, chissà perché, immaginavo un’esperienza diversa. Non è stata l’emergenza sanitaria a trasformare il nostro presente in una concatenazione senza fine di appuntamenti. Avere un orario in posta, dal dottore o in qualunque altro ufficio in cui c’è il rischio di fare la coda era un sistema già in auge prima. Ci risparmia perdite di tempo e ora riduce anche al minimo il pericolo di ritrovarsi assembrati tra la gente e la sua portata virale. L’ingresso della stazione di Polizia invece è gremito di gente e la fila è disposta senza un adeguato distanziamento. Mi accingo a chiedere informazioni per capire se ci sia un ordine strutturato e una eventuale procedura auto-organizzata da seguire ma presto mi accorgo di essere l’unico italiano lì in mezzo, oltre a mia moglie e mia figlia.

Qualche agente in borghese attraversa la calca e si fa aprire il cancello, probabilmente sta per prendere servizio. Pochi minuti dopo le quindici un poliziotto in divisa esce dal portone principale, si avvicina a noi e con un foglio alla mano impartisce le istruzioni. Divide la gente in attesa in gruppi a seconda del servizio richiesto. Chi deve fare denuncia, chi deve rinnovare il permesso di soggiorno, chi deve farlo la prima volta e chi è lì per il passaporto.

Il fatto è che gli stranieri capiscono poco o niente di quello che l’agente sta dicendo e lo incalzano mostrandogli il display dello smartphone sul quale qualcuno ha scritto per loro il motivo per cui si trovano lì. In risposta ottengono un servizio di – chiamiamola – customer satisfaction piuttosto approssimativo. Penso a come ci si possa sentire in un paese straniero e con le conseguenti difficoltà linguistiche a sbrigare pratiche decisive come quelle e mi chiedo perché tutto ciò che riguarda la cittadinanza debba essere di pertinenza delle forze dell’ordine o, comunque, di persone in divisa. Pensate a come sarebbe diverso se per questo tipo di questioni chi si trasferisce nel nostro paese potesse recarsi in un ufficio più accogliente, arredato in un modo diverso da un commissariato di polizia, al cospetto di persone che conoscono le lingue straniere e vestite da civili. Anzi, sono convinto che nei paesi civili è già così.

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