all’improvviso

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In ufficio, all’improvviso, Internet è andata in tilt. Non avevo nemmeno pranzato. Stavo accelerando la consegna di un lavoro, una delle tante urgenze da chiudere entro sera come al solito (ai tempi della bolla si lavorava così), quando si è bloccato tutto. I siti web, il server di posta, il programma di messagistica istantanea che usavamo al lavoro. Qualcuno mi ha avvisato per sms. “Vai a vedere su Repubblica cosa è successo”. Ma il problema era proprio lì. Nessun sito di news dava segni di vita. Non c’era un televisore in sede – l’eterna lotta tra vecchi e nuovi media, molto prima della definitiva fusione tra le due categorie – e gli smartphone sarebbero entrati in scena solo dieci anni dopo. Non ricordo che cellulare avessi ma preparavo le suonerie per me e per gli amici (si inviavano via sms) con un composer scaricato chissà dove. La prima volta, da quando lavoravo in ambito digital (o, come si diceva allora, multimedia) in cui tutto è piombato in un vuoto cosmico. Lo stesso tipo di blackout che ho ritrovato tra le righe de “Il silenzio” di DeLillo, e non è un caso che si tratti anche dell’autore del romanzo più agghiacciante sull’11 settembre, “L’uomo che cade”.

Poi, dalla stanza dei grafici, ho avvertito delle espressioni di sgomento. Sul mega-schermo del Mac dell’art director, approdato con fatica sull’home page di un quotidiano, c’era una foto e un titolo inequivocabile. Le torri, il fumo, le prime interpretazioni dei fatti. Via via i dettagli, le voci, le certezze, le dichiarazioni, i commenti, le testimonianze, qualcuno è sceso al bar per seguire l’edizione straordinaria di un tg. Mi sono sentito perso, ero stato a New York poco tempo prima e, dovendo scegliere un solo grattacielo su cui salire, io e la mia compagna di viaggio avevamo optato per il più tradizionale Empire State Building. Avrei voluto condividere tutte quelle sensazioni con qualcuno, ma i rapporti umani al lavoro sono quello che sono, converrete con me. Se fossi stato un fumatore mi sarei precipitato fuori per una pausa. Mi ero completamente dimenticato che avrei potuto chiamare Anna, era lei ad avermi avvisato, poco prima. Le avrei chiesto se fosse tutto ok, d’altronde il mondo si era appena ristretto e non sembrava facile delineare i confini reali dell’impatto di ciò che era accaduto.

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