il dubbio

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Non ho mai capito perché la canzone “Jesahel” dei Delirium, la band che ha messo in luce le straordinarie doti di Ivano Fossati, pur essendo un brano dalla melodia smaccatamente soul con sconfinamenti addirittura nel gospel (vedi i botta e risposta tra voce solista e coro parodiati persino negli inni degli ultras da stadio), aspetti che fanno del pezzo più famoso del gruppo genovese un brano di black music potenziale a tutti gli effetti, sia stata composta con una ritmica così moscia e inadeguata. I battiti forti sull’uno e sul tre ne irrigidiscono la fluidità e ne ammazzano il groove. Lo ascolti, vorresti muoverti e partecipare a ritmo ma tutto è fermo, impacciato, quasi surreale. Una successione regolare di colpi inesistente in natura, che inibisce il trasporto – tipico della musica, soprattutto del sound di quei tempi – e allontana l’emozione di pancia, relegando la bellezza della composizione come prerogativa della componente melodico-armonica che, pur straordinaria, lascia il desiderio inappagato.

Prova ne è che, poco dopo, “Jesahel” fu oggetto di un revamping da parte di Shirley Bassey, una che di rhythm and blues e di soul se ne intende. Chiaro che la sua cover, agli antipodi in quanto a carnalità, esaspera i timbri della black music com’è giusto che sia. A me piacerebbe ascoltare una sana via di mezzo, con Fossati e tutta la sua ghenga sul palco di Sanremo che battono le mani sul due e sul quattro, come dovrebbe essere per tutta la musica.

Un pensiero su “il dubbio

  1. Interessante analisi. Penso che sia per una questione storica: anche inconsciamente, noi europei siamo abituati a pensare che la melodia e l’armonia siano più importanti del ritmo.

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