cicatrici

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Poco prima che, a fine febbraio 2020, chiudesse tutto per l’emergenza Covid, io e mia moglie ci siamo buscati una bella bronchite. Abbiamo prenotato una romantica visita di coppia dal nostro medico di famiglia che ci ha prescritto lo stesso antibiotico. L’idea che potesse trattarsi del virus che stava dilagando senza che nulla gli opponesse resistenza non ci è passata nemmeno per l’anticamera del cervello e abbiamo considerato la possibilità soltanto mesi dopo. Ovviamente la diagnosi del dottore era giusta e mi è stata confermata quando, dopo l’estate, mi sono sottoposto al test sierologico per il coronavirus previsto per gli insegnanti. L’ultimo venerdì precedente al lockdown, era il 6 di marzo, abbiamo addirittura partecipato a una cena di compleanno di un’amica in un ristorante sui navigli. In giro cominciava ad esserci poca gente e nemmeno noi eravamo così entusiasti di partecipare. Ci siamo seduti per mangiare in mezzo a persone per la maggior parte mai viste prima, senza mascherina ma con il desiderio che tutto finisse il prima possibile. La cosa più strana di quel festeggiamento è stata l’aver avuto, come vicino di posto a tavola, il cantante di una band underground italiana emergente ai tempi in cui, con il mio gruppo, eravamo in tour a promuovere il nostro CD. Noi e loro avevamo persino calcato il palco del Primo Maggio di Roma, quell’anno, a poche ore di distanza. Ci siamo messi a scambiarci aneddoti tutta la sera, a pochi centimetri l’uno dall’altro, d’altronde nessuno ancora era consapevole della portata di ciò che stava accadendo e il distanziamento sociale era ancora da venire. La settimana prima ero anche andato a fare un po’ di shopping, approfittando dei saldi. Avevo comprato tre paia dei miei pantaloni preferiti, quelli con i tasconi che gli addetti ai lavori chiamano cargo. Un modello perfetto da indossare in classe. Nelle tasche ci metto il telefono, la chiavetta del distributore automatico, il portafogli, per non parlare di cacciavite, metro e forbici quando devo sistemare qualcosa in laboratorio di informatica o nelle aule delle colleghe. Quei pantaloni, però, non li ho messi molto, considerando quanto siamo stati a casa con la scuola chiusa. Sarebbero praticamente nuovi se non avessi scelto di metterli anche durante la DAD, che per chi non lo sapesse è stato lo smart working dei docenti. Come molti di voi, anch’io ho deciso di darmi un contegno per non deprimermi restando in pigiama tutto il giorno. Il problema è stata la mia gatta e le sue abitudini. Ha preso il vizio di starmi in grembo tutto il tempo che ho trascorso al computer durante le lezioni a distanza. Avrei preferito che mi dimostrasse un po’ meno il suo affetto, evitando di rovinarmi con le unghie tutti i tre nuovi acquisti, negli stessi punti sulle cosce e sulle tasche. E nonostante questi piccoli difetti continuo a indossarli, per me la cosa non costituisce un problema. Chi lavora in centro veste abiti griffati, chi lavora nelle scuole di provincia quelli graffiati.

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