non è mai fuori

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Nessuna delle mie alunne gioca a calcio, guarda il calcio, parla di calcio o si interessa al calcio. Mi piacerebbe che tra loro ci fosse una che sogna Beckham – o qualunque sia il suo omologo italiano nell’immaginario infantile collettivo del 2021 – tra i bambini della mia classe. Una che, da grande, diventi come quelle ragazze che vedo uscire in pantaloncini e maglietta mentre sono fermo al semaforo prima di svoltare per il capolinea della metro a cui vado a recuperare mia figlia quando torna tardi dal centro. C’è un campetto, lì, e quando sopraggiungo in auto è sempre rosso. Le calciatrici non passano inosservate perché escono dagli spogliatoi con il borsone da calcio sulle spalle dopo l’allenamento. Si riversano a recuperare le loro auto nel parcheggio antistante il campo, uno di quei parcheggi di periferia in cui, dopo una certa ora, si piazza il furgoncino di un venditore di panini con la porchetta e altre schifezze da street food di bassa qualità.

Nessuna delle mie alunne gioca a calcio. La spiegazione che mi sono dato è che forse sia uno sport non ancora così diffuso tra le bambine, o forse sono ancora troppo piccole perché non c’è nemmeno nessuna che pratica il volley o il basket. Alcune di loro fanno equitazione, hip hop e nuoto. Comunque nemmeno i miei maschietti mostrano particolare interesse. Sono tutti presi dai videogiochi, e non so cosa sia peggio. Ieri mattina Marco però ha portato in giardino un dado in spugna grande come un pallone ma, appunto, cubico. Ogni tanto li vedo accennare un cross e una conclusione al volo o tentare un tackle con le castagne e con i ricci, a dimostrazione che di norma basta avere qualcosa di vagamente sferico per occupare dei maschi per tutto il tempo necessario. Nel giardino della scuola persiste il divieto di utilizzare i palloni, così chi non riesce a rinunciare si arrangia come può. Il dado sull’asfalto del campetto da basket tutto sommato rotolava, e in quattro e quattr’otto hanno formato due squadre ed è stato subito fischio d’inizio.

Vederli tirare calci a un cubo di spugna è stato divertente. Le direzioni che prendeva quel surrogato di pallone rendevano i loro tentativi di emulare i campioni della domenica ancora più comici. Qualcuno poi lo ha colpito troppo forte e il dado è schizzato oltre i limiti del campo. Uno della squadra avversaria ha gridato “è fuori!”. Marco, il proprietario del cubo di spugna, ha risposto “non è mai fuori”. Tutti allora si sono lanciati alla rincorsa del dado e la partita è proseguita oltre il perimetro di gioco. Io ero un po’ giù, non vi sto a spiegare il perché, ma quel colpo di scena mi ha restituito il buonumore. Ho pensato a come andrebbe il mondo in generale se le cose le gestissero i bambini, con quel modo imprevedibile di cambiare le regole a seconda di come è meglio procedere o per i capricci di qualcuno. Proprio come in una partita infinita, senza campo di gioco e senza tempi regolamentari, senza nessuno che ti chiami per rientrare perché è pronto, perché l’intervallo è finito, perché dobbiamo riprendere la lezione.

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