l’ora di rugby

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Non faccio a tempo a completare l’operazione quotidiana, oramai routine, in cui mi specchio nel tablet all’ingresso per misurare la temperatura – non c’è più bisogno di provare posizioni e distanze empiricamente, sono diventato espertissimo e ho capito dove e come mettermi per far lampeggiare la lucina verde che mi dà l’ok alla nuova giornata lavorativa a scuola – quando vedo Francesca volare lungo l’ultima rampa di scale per placcare il bambino per il quale è impiegata come insegnante di sostegno e, sfruttando la forza della sua fuga, lasciare che si abbandoni in terra, offrendo il suo corpo come riparo alla durezza del pavimento. Non so quanti punti valga un’azione difensiva del genere e se, dopo, occorra organizzare una mischia, si possa andare in meta oppure l’arbitro consenta a Francesca un calcio piazzato.

Il fatto è che con certi bambini il mestiere dell’insegnante non è certo un lavoro per persone delicate e sedentarie o per vecchi come me. Occorre stare sempre all’erta, pronti a scattare per rincorrere qualcuno in caso di fughe pericolose, a schivare il lancio di oggetti o – l’ho visto con i miei occhi – sedie, che anche se da bambini di 6 anni sono comunque sedie di legno e metallo come tutte le altre. Insomma in generale a impedire che qualcuno si faccia del male. Non ci si può distrarre nemmeno un minuto. Anzi, basta un secondo che hai smarrito chi hai in affidamento e le conseguenze possono essere serie o, nel migliore dei casi, anche divertenti.

Ieri eravamo tutti in auditorium per uno spettacolo teatrale. Il nostro Ettore, affetto da una forma seria di autismo, l’abbiamo messo in prima fila sotto il palco in modo consentire alle maestre di gestire i suoi incessanti tentativi di comunicare in modo scomposto attraverso il corpo. Se vedi Ettore sembra un cieco, corre muovendo la testa come Stevie Wonder quando canta, eppure dentro a quella testa c’è qualcuno prigioniero ma qualcun altro deve aver buttato la chiave e, ora, ce lo teniamo così. Un mix tra Stevie Wonder e Ian Curtis quando faceva i suoi ipnotici balletti davanti al microfono.

A Ettore piace correre. La sua classe trascorre l’intervallo vicino ai miei alunni. Le sue maestre delimitano con i cinesini colorati lo spazio in cui gli è consentito muoversi, una linea che confina con il nostro settore. Da quando ha scoperto che non sono in grado di resistergli supera il confine, mi prende entrambe le mani e mi fa capire che vuole correre insieme a me. Io non sono preparato – e non so davvero come ci si potrebbe preparare a gestire un caso come il suo in una struttura inadeguata che però deve risultare inclusiva a tutti i costi – e quel suo modo di guardare-non guardare mi spiazza ogni volta. Facciamo così una corsa affiancati che termina nelle braccia della sua insegnante di sostegno. Alla fine, me la cavo sempre dignitosamente e torno tra i miei.

Comunque ieri, allo spettacolo, Ettore era in prima fila. Qualcuno potrebbe chiedersi il senso di portarlo a teatro con tutti gli altri, io non so rispondere ma il senso c’è. Più di una volta, nel corso della rappresentazione, è sfuggito al controllo delle maestre e si è lanciato sul palco. Le maestre si sono però dimostrate sempre pronte a placcarlo in tempo, come fa la collega Francesca con il suo. Una seguendola sulle scalette, l’altra saltando direttamente sul palco, bloccandogli ogni via di fuga e trascinandolo al suo posto. Gli attori, abituati a recitare al cospetto di bambini di quell’età e sicuramente consapevoli che di Ettore ce n’è sempre qualcuno, tra il pubblico delle scuole, hanno gestito in modo professionale le interruzioni e proseguito impeccabili fino agli applausi finali.

Mi sono chiesto però che cosa sarebbe potuto succedere se Ettore fosse riuscito a impadronirsi della scena, piombare nel mezzo della recitazione, magari facendo crollare la scenografia e mandando tutto in vacca. Una sorta di stage diving, ma al contrario. Il pubblico che si lancia sulla star. Il deus ex machina. La quarta parete. Il vero colpo di teatro.

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