trasferta

Standard

Non so se si possa davvero parlare di una vera e propria scuola genovese di comici anni novanta. Nel caso, io potrei contribuire alla redazione di uno speciale dedicato a quella generazione di cabarettisti con qualche aneddoto perché, per esempio, so che quello che potrebbe essere il caposcuola del movimento, anche solo onorario perché purtroppo è mancato molto giovane, viveva due piani sopra l’ufficio in cui lavoravo. I tre soci dell’agenzia mi avevano concesso le chiavi e una domenica sera, rischiando il posto, ci avevo portato Claudia perché passeggiavamo nei pressi e ci era sopraggiunta una urgenza di intimità così forte da impedirci di raggiungere casa mia. Meglio consumare sul posto e, affrettandoci a girare la chiave nella serratura per spalancare il pesante portone, avevamo incrociato l’attore all’ingresso, mentre usciva a braccetto con la sua compagna.

Accadeva spesso che qualcuno si trattenesse in agenzia durante il fine settimana, se c’erano consegne o scadenze da rispettare. Così, nel caso in ufficio avessi trovato qualcuno, avrei potuto giocarmi qualsiasi scusa per giustificare la mia presenza in un giorno festivo. Il fatto è che con Claudia le cose erano davvero complicate. Avevamo trascorso insieme la parte conclusiva delle vacanze di Natale a casa di suoi amici, a Roma. Io l’avevo raggiunta il primo gennaio, perché la notte di capodanno ero impegnato a lavorare. Arrotondavo suonando in una di quelle orchestre che si ingaggiavano negli alberghi e nei ristoranti prima che la musica dal vivo smettesse di essere un aggregatore di persone, un fattore comune per il divertimento condiviso. Avevamo intrattenuto i clienti di un hotel fino alle due di notte in una località sciistica. Terminato il veglione ero rientrato a casa alle cinque del mattino e, poco dopo le sei, ero salito sul primo treno per raggiungerla. C’eravamo dati appuntamento nel primo pomeriggio ai piedi di Trinità dei Monti. Avevo già un cellulare ma si scaricava in poche ore e mi era stato possibile solo accordarmi con uno degli amici con cui si trovava, uno dei pochi dotati di telefono (era gente troppo snob per avvalersi di tecnologia consumer), caricandolo nell’unica presa elettrica disponibile ubicata nel bagno del vagone, a disposizione dei passeggeri desiderosi di farsi la barba durante il viaggio.

In quei giorni a Roma io e Claudia dividevamo un letto singolo ma la promiscuità non ci dava fastidio. L’ultima notte però se l’era presa per qualcosa che avevo detto. Avevamo cenato tutti insieme nell’appartamento del nipote di un uomo politico allora sulla breccia dell’onda, una casa con una terrazza pazzesca sui fori imperiali. Rincasati nell’appartamento in cui eravamo ospiti, una volta coricati, avevo commentato gli occhi della sorella della padrona di casa seduta al tavolo con noi e, si sa, son cose che è meglio evitare, ma il buon senso si impara più avanti, nella vita. La crisi era così tangibile e ingombrante da indurmi a soluzioni estreme, a partire dalla mortificazione del corpo per attribuirmi tutte le colpe e salvare, attraverso una primitiva forma di redenzione, quello che potevo. Trascorsi così il resto della notte come un fachiro, sdraiato sullo scendiletto posto sul pavimento. Ancora oggi penso all’impressione che devo averle dato con quella auto-penitenza d’altri tempi, peraltro superflua. Il viaggio in treno di ritorno insieme, poi, non ne parliamo. Un vero disastro.

Rientrati a Genova, io sarei dovuto partire la settimana successiva per una trasferta di lavoro. Erano in auge contratti professionali dalle definizioni bizzarre, ricavate dalle sillabe iniziali dei nomi con cui venivano descritti, cose come cococo e cocopro. L’agenzia mi rivendeva ad alcuni clienti come formatore per il software che utilizzavamo per sviluppare applicazioni multimediali interattive. Il prossimo corso che avrei dovuto tenere sarebbe partito il lunedì seguente nella sede di una casa editrice di Firenze specializzata nella pubblicazione di guide turistiche su cd rom. La prassi imponeva che io mi portassi a casa dall’ufficio il cd originale del software, da installare sulle macchine dei partecipanti alle lezioni, il venerdì pomeriggio prima della partenza del lunedì mattina, ma la situazione con Claudia, i continui battibecchi a cui il suo carattere mi aveva destinato, e la conseguente full immersion nell’ennesima riflessione sull’opportunità di interrompere il nostro rapporto o no, mi avevano distratto dalle operazioni più urgenti, quelle in cui occorre mettere la testa quando invece la testa è altrove.

Mi ero reso conto di aver dimenticato il software in ufficio la sera di quel venerdì (che Claudia ed io avevamo trascorso senza incontrarci) una volta coricato. Troppo tardi. Avevo comunque tutto il fine settimana davanti e le chiavi. Cercando di non combinare pasticci con il codice dell’antifurto, sarei potuto passare nel weekend in agenzia proprio come avevo fatto per usare l’ufficio come un pied a terre qualche settimana prima, questa volta però da solo e per una causa decisamente meno appagante. Decisi comunque di chiudere la questione il più presto possibile, e lo feci la mattina successiva.

Il fatto era che del cd con il software, in ufficio, non c’era traccia, a parte la custodia vuota. Provai ad avviare tutte le postazioni – si usavano costosissimi e monumentali Mac – nel caso qualcuno l’avesse dimenticato nel lettore del computer, senza successo. Non avevo scelta: avrei dovuto chiamare l’ingegnere, uno dei soci dell’agenzia. Le cose non andavano benissimo tra di noi e quel contrattempo non ci voleva. Facevo il programmatore ma, a differenza dei colleghi con un’estrazione informatica, non ero certo un genio del codice. Lavoravo lì contando nel fatto che, prima o poi, mi avrebbero spostato nel reparto progettazione per mettere la mia laurea in lettere al servizio della creazione di contenuti. Se avessi controllato il giorno precedente, un venerdì lavorativo con l’ufficio al completo, non ci sarebbe stato problema. Avremmo risolto l’assenza del cd di persona e la mia responsabilità nella faccenda sarebbe stata marginale agli occhi di tutti. Cerchi una cosa e, se non la trovi, è colpa di chi l’ha usata prima di te e non l’ha rimessa a posto. Chiamare il mio capo invece in un giorno di chiusura avrebbe significato innanzitutto ammettere la mia mancanza del giorno precedente – un bravo ingegnere pianifica al meglio ogni cosa, anche una trasferta di lavoro – e poi disturbarlo nel tempo libero. La sua fidanzata, socia quanto lui, ci provava sfacciatamente con me e, per farla breve, le dinamiche al lavoro non erano delle migliori.

La mia estrazione umanistica, a differenza di quelle teste quadrate tutte matematica e zero passione, mi consentiva però maggiore spregiudicatezza nel muovere le giuste leve per raggiungere i punti più sensibili dell’animo dell’interlocutore a seconda dell’occorrenza. Non a caso la psicologia, in certi frangenti, è più efficace di qualsiasi algoritmo. Trovai così sui due piedi una scusa plausibile per minimizzare il mio grado di responsabilità nell’accaduto: dissi al mio capo che avevo portato il cd a casa come ero tenuto a fare il giorno precedente. Non avevo controllato però che, dentro alla custodia, il cd non c’era. Tutto sommato ci poteva stare, una distrazione di entità inferiore che poteva capitare a tutti. Chiamai l’ingegnere dai telefoni dell’ufficio e mi lamentai del fatto che, certo potevo controllare meglio, ma chi l’aveva utilizzato la volta precedente avrebbe dovuto rimetterlo a posto. La cosa era andata molto più fluida di quanto temessi. Fece un veloce giro di telefonate con gli altri due soci, nel caso qualcuno di loro lo avesse preso per qualche motivo. Nel frattempo io avrei provato con i colleghi. Quando ci risentimmo per fare il punto, nessuno dei due era venuto a capo del mistero. Per fortuna c’era qualche copia del cd master da portare a Firenze, per il momento la situazione era salva ma la questione comunque bisognava prenderla in mano e risolverla.

L’agenzia, forte del contratto con cui eravamo legati, aveva un modo flessibile per gestire le mie trasferte per i corsi di formazione. Mi corrispondeva una cifra forfait che io ero libero di utilizzare, a mio piacimento, nella scelta del viaggio e dell’alloggio. Volendo avrei potuto farmi Genova – Firenze in autostop e, una volta arrivato, dormire da un amico o sotto un ponte per azzerare le spese e trarre il massimo dall’importo. Valutazioni di quel tipo, però, si fanno solo da adulti ed io, malgrado avessi quasi trent’anni, vivevo ancora nell’orbita della post-adolescenza. Acquistai un biglietto andata-ritorno per quella che, a metà anni novanta, rientrava nei primi timidi tentativi di alta velocità ferroviaria. Per la prima volta viaggiavo in un contesto business, ma la spregiudicatezza con cui avevo affrontato quell’esperienza mi si ritorse contro amaramente, a poco di tre ore dalla partenza. Non sapevo che il Pendolino, si chiamava così il convoglio, fermasse in una stazione secondaria di Firenze e non nella principale. Chiuse le porte a Rifredi, mi appropinquai all’uscita per scendere a Santa Maria Novella ma, vedendo sfrecciare la Valdarno a tutta velocità fuori dal finestrino, una decina di minuti dopo, iniziai a temere il peggio. Chiesi conferma al mio vicino di posto che, sopreso quanto me, mi sbatté in faccia la tragicità della situazione in cui mi trovavo.

Avrei dovuto presentarmi alle 10 del mattino presso la casa editrice ma non c’era altra soluzione se non quella di arrivare a Roma, successiva e unica fermata, e prendere il primo treno per tornare indietro. Avrei iniziato le lezioni solo nel primo pomeriggio e questo comportava una giornata in più a Firenze – il cliente aveva pagato tre giorni pieni di corso, quindi sarei dovuto rimanere una mattina extra per recuperare il tempo che avevo perso – e una notte in più a mie spese in albergo. Ma quello era niente rispetto all’umiliazione di dover chiamare i miei principali e spiegargli l’accaduto e, come è facile immaginare, a differenza della questione del cd con il software, non avevo scuse a disposizione. Quella fu la prima volta in cui accusai una reazione fisica che, a quanto ho letto in giro, è riconducibile a un attacco di panico e che, da allora, mi è successa solo altre tre volte, in tutti questi anni. E questa è l’unica volta in cui sono disposto a confessarlo a qualcuno, perché si tratta di una cosa molto personale. Ero talmente sconvolto da quanto mi era successo che provai, dal nulla, un vero e proprio orgasmo con tanto di eiaculazione, senza nessun tipo di aiuto che la pratica onanistica mette a disposizione per portare a termine questo genere di operazioni.

Devo ammettere però che, grazie alla risposta che diede il mio corpo e al conseguente piacere – decisamente anomalo – ridimensionai immediatamente la situazione e la riportai a un’entità accettabile e, di conseguenza, affrontabile. Ero stato un perfetto idiota, certo. Il capotreno, leggendo la destinazione sul biglietto, non mi aveva avvisato. Ancora una volta ero riuscito a ideare, e a raccontare a me stesso, una responsabilità di fantasia (e parziale) per ciò che avevo combinato.

Anzi, svuotato da tutto, mi ritrovai la mente sufficientemente lucida da riflettere sulla curiosa vicenda del cd software che non era al suo posto. Individuare un colpevole e fornire una spiegazione ai soci dell’agenzia, inoltre, avrebbe sicuramente migliorato la mia posizione, dopo la figuraccia della mattina buttata via in treno. Poco prima delle vacanze di Natale, quelle che mi sarei ricordato per tutto il resto della vita tanto da scriverle qui a venticinque anni di distanza, era passato in ufficio Antonio, un tardo pomeriggio. Non ricordo il suo cognome, e anche se lo avessi presente di certo non lo pubblicherei qui, alla mercé di tutti e a rischio querela. Perché Antonio, secondo me, si era reso autore di un furto bello e buono. Antonio si occupava ufficialmente di montaggi video ma, con l’esplosione della multimedialità resa possibile dall’informatica, smanettava con un po’ di tutto quello che si poteva fare con un computer. Antonio collaborava con noi ma non ricordo perché fosse piombato in agenzia a quell’ora, forse a consegnare qualcosa. Ero l’ultimo rimasto a chiudere una delle tante scadenze, come sempre, ma stavo per rincasare. Su quel Pendolino mi ricordai così di essermi allontanato per andare in bagno mentre Antonio era lì e, rientrato alla mia postazione, di averlo sorpreso mentre sbirciava nella mia borsa. Non avevo assolutamente pensato al fatto che volesse rubare qualcosa. Piuttosto, nella mia ingenuità – la stessa che mi faceva pensare che un capotreno dovesse avvisare tutti i passeggeri del fatto che il Pendolino non fermasse a Santa Maria Novella ma che occorreva cambiare a Rifredi – mi ero convinto che avesse confuso la mia borsa con la sua. «Quella è la mia», avevo esclamato, ma non voleva essere un rimprovero, piuttosto un consiglio, uno di quelli che si danno per aiutare qualcuno a portare a termine quello che sta facendo, senza sospettare che Antonio aveva capito di trovarsi nella situazione perfetta per commettere un furto.

Così, tralasciando la lettura del romanzo che mi ero portato appresso per affrontare il viaggio senza sapere che sarebbe durato il doppio del previsto, ebbi l’illuminazione. Antonio aveva rubato il cd di installazione del software quella sera, mentre facevo pipì. Poi, già che c’era, ha dato un’occhiata nella mia borsa per controllare se non ci fosse qualcos’altro di redditizio. Decisi però di non chiamare ancora la socia fidanzata dell’ingegnere, con cui avevo ammesso la mia debacle professionale di quella mattina. Dall’ufficio avevano gestito il mio ritardo con il cliente e un’ulteriore telefonata in quel frangente avrebbe messo in secondo piano un’intuizione così sensazionale. Era molto meglio lasciare che le acque si calmassero e rimandare la soluzione del caso al mio rientro.

Ero già stato una prima volta nella redazione della casa editrice. Avevo un ottimo rapporto con i tre partecipanti al corso, tre miei coetanei molto rilassati, per i quali la questione della mattinata persa e recuperabile in un giorno non previsto non aveva costituito assolutamente un problema. Mica eravamo a Milano. Le lezioni erano destinate al figlio del proprietario, a una ragazza decisamente avvenente che svolgeva le mansioni di grafica – ma totalmente fuori target per un eventuale flirt insegnante/allieva – e da un ragazzo dai capelli lunghi chiari, la pelle rossastra e una moltitudine di difficoltà di pronuncia che, unite alla tradizionale parlata fiorentina già privata di alcune fondamentali consonanti, rendeva la comunicazione con il prossimo estremamente problematica. Lui ed io ci eravamo però scambiati pareri sui comuni gusti musicali in occasione della sessione di corso precedente. Avevamo inoltre scoperto una conoscenza in comune, una sua vecchia compagna di università che lavorava con me.

Sulla base di quel superficiale grado di intimità, a metà pomeriggio di quel primo giorno di lezioni mi propose di accompagnarlo la sera stessa al concerto degli Smoke City, un gruppo trip-hop britannico il cui singolo – Underwater Love – passava continuamente alla radio e soprattutto in tv. Avevano una cantante molto graziosa, di origini brasiliane, e fu quell’aspetto, più che la componente strettamente musicale, a convincermi ad accettare l’invito. Mi spiace non ricordare come si chiamasse, quel ragazzo. Mi venne a prendere con una moto scomodissima in albergo, mi prestò un casco e, qualche minuto dopo, mi offrì la possibilità di bearmi di quel fuori programma nella capitale toscana. Faceva freddo, era metà gennaio, ma una serata così dopo le ultime amarezze personali e lavorative era proprio quello che ci voleva. Non ricordo molto del concerto, solo che non fu niente male. Mi sarei fermato anche dopo l’esibizione, ma il biglietto non comprendeva il resto della serata nel locale. Il dj era già partito con “Quelli che benpensano” di Frankie Hi-Nrg, sfumato l’ultimo bis della band sul palco, e gli avventori che erano lì per ballare presero il posto in pista della gente che aveva assistito al concerto. Almeno, questo è ciò che il mio accompagnatore mi spiegò per convincermi a uscire mentre avevo già iniziato a muovermi a tempo con la testa, un segnale esplicito che si dà al prossimo per comunicare quando si apprezza un groove. Ero comunque stanco, era dalle cinque del mattino che ero in piedi, avevo affrontato una dura prova di sopravvivenza, avevo fatto quattro ore di lezione e, tutto sommato, mi sarei messo volentieri a letto. Il mio accompagnatore, prima di riportarmi in albergo, mi propose però di mostrarmi casa sua, un appartamento medievale sulla riva dell’Arno. Non so spiegare perché ma non vidi minimamente un secondo fine in quel gesto, e infatti ad aspettarci, a casa sua, c’era la sua anziana mamma con cui abitava. Bevemmo tutti insieme qualcosa di caldo, forse un the, e poi finalmente mi riaccompagnò con la moto all’albergo.

Il secondo giorno di corso negli uffici della casa editrice filò liscio, al netto della visita del proprietario – come ho scritto prima, era il padre di uno dei destinatari delle lezioni – che non rammentava di aver ingaggiato la mia agenzia (eravamo loro fornitori per varie lavorazioni) per quell’attività di formazione. C’era una questione da risolvere con urgenza e così mi venne chiesto di interrompere giusto il tempo per chiudere la cosa. La sera, però, rientrato in albergo, mi salì una forte febbre. Ero sempre in salute, ma una volta all’anno mi toccava fare i conti con l’influenza o un raffreddore o qualcosa che mi costringeva qualche giorno a letto e che ero abituato a curare con l’aspirina. In piena notte mi diressi alla reception ma il custode non aveva nulla, o forse non voleva prendersi la responsabilità di darmi una medicina. Mi indico però una farmacia notturna a poco più di un km da lì, nei pressi dello stadio. Riuscì a raggiungerla a piedi, malgrado non conoscessi affatto la zona e non prima di trovarmi in mezzo a un preoccupante litigio tra una coppia di innamorati. La donna era scesa in lacrime dalla macchina e l’uomo si era precipitato a rincorrerla. Probabilmente erano ubriachi entrambi, e comunque lui mi aveva lanciato uno sguardo minaccioso per indurmi a non impicciarmi in quella storia. Meglio così. Dal punto di vista delle relazioni interpersonali mi sentivo di aver già dato abbastanza e, in più, non vedevo l’ora di buttare giù due aspirine e tornare sotto le coperte. Rientrai in albergo e il custode, nel frattempo, aveva indossato un pigiama a righe, un modello di quelli che si vedevano nelle pubblicità dei materassi negli anni settanta, e un paio di pantofole in pelle marrone. La mattina dopo la febbre non era scomparsa affatto ma non non recarmi al lavoro era del tutto fuori discussione. Resistetti l’intera giornata senza rivelare le mie condizioni di salute. Era chiaro che avevo preso freddo in moto la sera prima con il tizio. Mentre guidava, poi, continuava a voler fare conversazione, ma tra il casco e il suo modo di parlare non capivo nulla. Mi spiaceva farlo sentire in colpa per essermi raffreddato.

L’aspirina, però, nel giro di quarantott’ore si era confermata fenomenale. Si trattava di un vero e proprio rimedio di famiglia. A casa mia ci si curava così e, anche in quell’occasione, la febbre come era sopraggiunta svanì la mattina in cui, terminata l’ultima lezione, presi il treno del ritorno. Per compensare l’errore e il tragitto extra da Roma a Firenze dell’andata, acquistai il biglietto meno caro per un’interminabile serie di convogli regionali fino a Genova, tanto quella giornata – era giovedì – sarebbe andata comunque persa. Rientrai in ufficio venerdì mattina. Il clima sembrava sereno. Ero già allora una persona piuttosto divertente e autoironica. Scherzai con i miei capi sull’accaduto, non avevo problemi a darmi dello stupido sapendo di non esserlo affatto, e la cosa finì lì. Decisi però di giocarmi immediatamente la carta della soluzione del caso del cd scomparso. Rivelai i miei sospetti ai soci proprietari i quali mi sembrarono convinti della veridicità della mia ipotesi. Il problema era che, comunque, la vicenda non avrebbe avuto alcun seguito se non una messa in discussione del rapporto professionale con Antonio, il presunto autore del furto. Anche in quel caso, però, capì solo dopo il rischio che avevo corso condividendo le mie impressioni. Qualcuno di loro, a mia insaputa, avrebbe potuto essere in rapporti stretti con Antonio e fargli sapere le mie accuse. In quel caso mi sarei messo davvero nei guai ma, almeno fino a oggi, non ne ho più saputo nulla.

Rimaneva solo una faccenda da sistemare. Da quando eravamo tornati insieme in treno da Roma senza rivolgerci la parola, se non per insultarci, non avevo più sentito Claudia. Sapevo che in quei giorni c’era in ballo una sortita a cui avrei dovuto prender parte anch’io, se non fossimo stati in rotta, e alla quale avrebbe partecipato anche un certo Filippo, un bellimbusto che non avevo mai visto ma che sapevo essere una specie di suo ex, uno con cui ogni tanto c’era stato qualche strascico dopo la loro storiella – precedente alla nostra – e che Claudia ogni tanto evocava nelle nostre conversazioni, con l’unico scopo di mettere alla prova il mio autocontrollo in fatto di gelosia. Avevo però superato ormai il picco dell’esasperazione, come se l’esperienza in treno si fosse portata via tutti i miei guai, e mi sentivo pronto ad affrontare il futuro con maggiore sicurezza di me. Mi ero guardato bene dal chiamarla, lei non si era fatta viva, e mi preparavo a trascorrere quel primo weekend da single facendo la spesa del sabato mattina. Avevo già riposto le chiavi di casa e della macchina in borsa per uscire – usavo uno zaino militare per non prendere il carrello del supermercato, non chiedetemi il perché – quando Claudia mi chiamò sul fisso con un tono sorprendentemente accomodante. Anzi, mi riprese, addirittura, durante la conversazione, perché le sembravo sproporzionatamente imbronciato.

L’errore più grave fu quello di accordarci per un’opportunità di riconciliazione. Se la cosa fosse finita lì, al telefono, mi sarei risparmiato tutto quello che avvenne nei mesi successivi. Ci demmo appuntamento per l’ora dell’aperitivo, davanti a Palazzo Ducale. Mentre l’aspettavo incontrai Raffaele, uno spiantato che cantava in un gruppo in cui avevo militato fino a qualche mese prima, prima che il lavoro mi convincesse che – a parte qualche serata pagata profumatamente, come quella di capodanno – gli orari della musica con quelli di ufficio non erano affatto compatibili. Non so di cosa chiacchierassimo, probabilmente di musica, quando dal nulla apparve Claudia, con un cappotto un po’ retro e una pianta da interni in mano. Congedai Raffaele, forse baciai Claudia prendendole dalle mani il vaso di cui mi stava facendo omaggio, sdrammatizzando il momento con una battuta sul tempo che avrei impiegato a farla appassire. Ci scambiammo delle scuse di circostanza e insieme ci addentrammo nei vicoli, proprio come in uno di quei film in cui i protagonisti, nella scena conclusiva, sono ripresi mentre si allontanano di spalle e non è prevista una vera e propria fine della storia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.