valzer

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Zio Mario ha vissuto la rivoluzione portata dall’invenzione della stampa a caratteri mobili. Suo nipote Ernesto invece la trasformazione generata dall’Internet. So che qualcuno li ha sentiti discutere su cosa sia stato più disruptive, quale epoca abbia subito più conseguenze e chi, dei due, ne abbia ottenuto il maggior giovamento. Che c’è di strano, direte voi. Zia Piera, la moglie di zio Mario, lo ha colto in fragrante mentre si muoveva a passo di valzer viennese, con l’impianto stereo a tutto volume, sulle note una versione ben orchestrata di “An der schönen blauen Donau”. Dice di averlo visto passare di stanza in stanza con le braccia aperte come fossero ali di un gabbiano, il sorriso stampato sulla labbra di settantenne, farneticando esclamazioni di beatitudine da manuale come “questa sì che è vita”, tra una piroetta in tre quarti e l’altra. Una riduzione di un ballo di coppia a una versione da single, per intenderci, ma nella gravità della cosa i passi di danza erano certo l’ultimo dei problemi. Piuttosto, questa è stata la prima avvisaglia delle condizioni del contenuto della testa dello zio. Poi le conversazioni con parenti immaginari oppure reali, ma assenti a tutti gli effetti nel momento del dialogo, sono venute dopo e hanno dato alla zia il colpo di grazia al morale che l’ha condotta, suo malgrado, all’accettazione di un verdetto incontrovertibile.

Un vero peccato perché lo zio Mario, fisicamente, era in formissima. Aveva sempre voglia di sparare cazzate e per questo, se prima di allora aveva già dato qualche segnale di demenza o peggio, nessuno se n’era accorto. A posteriori, anzi, la reiterazione di certe idiozie strampalate e dei suoi giochi di parole che non avrebbero fatto ridere nemmeno un neonato avremmo dovuto prenderla come un segno inequivocabile perché, tutto sommato, al netto di certe volgarità da caserma lo zio ne sapeva sempre di nuove. Mi raccontava degli anni della RSI e di come se la fosse data a gambe quando le cose si erano complicate in eccesso per un ragazzino della sua età. Alla resistenza aveva preferito il fienile di un amico di famiglia che aveva una cascina nemmeno troppo sperduta e, l’unica volta che ha rischiato, è rimasto senza respirare sotto ai fornelli, separato dai tedeschi armati fino ai denti alla ricerca di ribelli e renitenti alla leva solo da una tendina ricamata dalla nonna Merita. Avevano perso un figlio, lui e la zia, ma di quella vicenda non ci ho mai capito niente. Non so nemmeno quanto fosse stato in sé quella volta in cui l’avevo incontrato sull’autobus mentre leggeva una rivista soft-porno senza preoccuparsi di nascondere le eloquenti foto – corredate da titoli decisamente espliciti – agli altri passeggeri. Mi ha ricordato di quando, da bambino, eravamo in vacanza insieme e aveva acquistato una copia di Panorama solo perché c’era la sua attrice preferita a seno nudo. Mi colpiva il fatto che, a differenza de L’espresso, Panorama puntasse sulle immagini osé ma non avevo capito che, pur essendo spesso accostate nelle vetrine delle edicole, tra le due testate ci fosse una sostanziale differenza di fondo.

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