le ultime parole

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Quest’anno le prime settimane di settembre sono volate. Un po’ mi spiace di aver dilapidato questo patrimonio di tempo – il mio periodo preferito – ricco di emozioni pre-autunnali e che non teme confronti, ma ho un alibi.

Se fate il mio stesso lavoro, è inutile scendere nei particolari di ciò che la ripresa dell’anno scolastico, prima della ripartenza di quello che costituisce il core business del mestiere dell’insegnante – stare in classe con i mocciosi, comporti. Dal primo collegio docenti alla prima campanella si manifesta un’orgia di incombenze fatali per la tenuta di noi docenti, fuori allenamento dopo gli innumerevoli mesi di ferie (uno e rotti per gli addetti ai lavori, quattro pieni per la questura) che ci sono concessi, tanto che già dal primo giorno effettivo di lezioni ci ritroviamo a sfogliare il calendario appeso in classe – il mio è di una marca di caffè prodotto nella mia città natale che compro a lotti di dieci confezioni da 250 grammi per volta ma, da quello che vedo nelle aule della scuola in cui insegno, non supera nessun altro esemplare in quanto a trasgressione o impegno civile, tanto meno quello dell’Erbolario appeso in 4A – e tentare una stima dello iato rispetto alla pausa natalizia, a maggior ragione in anni come questi in cui i ponti smorzano oltremodo qualunque anelito di pelandronaggine.

Ma questa volta è stato diverso. In questa dozzina di giorni precedenti l’ora zero mi è stata affidata una ragazzina di prima secondaria, alle soglie della seconda, per una serie di incontri individuali finalizzati al supporto allo studio e all’orientamento al metodo all’interno di un progetto – reso possibile grazie ai finanziamenti del PNRR – a cui è stato dato un nome che richiama lo sforzo di colmare proprio la voragine di fiducia reciproca che i disturbi dell’apprendimento rischiano di scavare tra la scuola e gli studenti.

Il percorso che ho pensato, da articolare lungo dieci ore totali distribuite lungo otto incontri, alcuni di un’ora e altri di novanta minuti, l’ho intitolato con un altisonante “Italiano al PC” e ha risposto alla richiesta arrivata dai suoi docenti di allenarla a scrivere, prendere appunti e realizzare schemi attraverso i software a disposizione. Alla base di questa scelta ci sono le difficoltà con cui si trova a combattere quotidianamente, un mix tra disgrafia e dislessia che le impedisce di mettere a frutto la sua forte volontà e un’intelligenza decisamente sopra la norma.

Almeno, questo è quello che ho percepito io di lei al termine dell’esperienza. Per i colleghi che l’hanno abbinata a me contava solo l’impatto performativo del suo chiamiamolo disturbo, un fattore che ha alimentato in me un pregiudizio che per fortuna è stato smentito lezione dopo lezione. Potrei sbagliarmi, certo. I suoi docenti l’hanno avuta in classe per un anno scolastico intero, al contrario per me è stato meno di una conoscenza superficiale. Ci siamo messi vicino, lei ed io, e insieme abbiamo scritto, riassunto, realizzato mappe, sistemato presentazioni. Arrivava nel primo pomeriggio, direttamente dall’oratorio, stanca, accaldata e con le mani sporche e le unghie piene di terra. Nonostante questo, non ha mai chiesto di fermarsi un attimo, malgrado le ricordassi che, nel caso, non ci sarebbe stato nessun problema.

Ma poi è successa una cosa che ha dell’incredibile. La penultima lezione le ho proposto un lavoro per il quale avrebbe dovuto scegliere, come argomento su cui cimentarsi, o il suo film o il suo libro preferito. Non ci ha pensato su più di tanto e ha indicato senza esitazioni il romanzo per ragazzi “Paolo sono” di Alex Corlazzoli. A fronte della mia curiosità su una scelta così spiazzante, per un adulto, ha immediatamente e irrevocabilmente confessato e condiviso il suo smisurato e appassionato interesse per la mafia, non solo in letteratura o cinema ma anche nella cronaca.

Nell’incontro successivo, quello conclusivo, ha portato apposta per me uno zaino ricolmo della sua collezione di libri sull’argomento che custodisce nella sua cameretta, un gesto che non poteva passare inosservato e una richiesta di confronto che non potevo certo lasciare cadere. Mi ha steso non solo con dettagli su fatti noti e con una capacità di fare collegamenti – Falcone e Borsellino, Giuseppe Di Matteo e il suo cavallo – ma anche con aneddoti personali. Trascorre parte dell’estate a Palermo dai nonni, con i quali visita i luoghi importanti legati alla storia della criminalità organizzata e agli avvenimenti più cruenti che si sono verificati in città. Mi ha persino raccontato della prozia vicina di casa di Brusca, che sosteneva che sembrasse una persona normale, uno che salutava sempre, e non ha dubbi sul voler fare il magistrato da grande.

Non ho resistito, rientrato a casa dopo l’ultima lezione e ancora prima di firmare la presenza sulla piattaforma dedicata, dall’inviare una e-mail alla madre per confidarle quanto sia stata arricchente per me quell’esperienza. Si è trattato di un vero e proprio corso di recupero. Credo di aver recuperato, in tempo per la prima campanella, il senso della scuola.

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