ex voto

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La cosa più antipatica del mio lavoro è la valutazione. Ho molti colleghi che giustamente vanno in fibrillazione quando devono esprimere giudizi sui propri alunni perché sentono il brivido e amano il profumo della vittoria di chi ha il registro elettronico dalla parte del manico. Io invece non sono capace a prendere decisioni, odio scontentare le persone, non sopporto di detenere qualunque forma di potere e ho il terrore di qualsiasi tipo di conflitto, a partire dalla guerra contro i genitori di cui ho deluso le aspettative, ma anche dover consolare un bambino che ci rimane male per un brutto voto che gli hai appioppato non lo auguro a nessuno. Anche quelli meno simpatici, quelli che passano i bigliettini durante le verifiche, quelli che fanno le linguacce mentre sono voltato verso la LIM, quelli che adorano fare i dispetti e non rispettano la mia presunta autorità.

Lo so, starete pensando che dovrei cambiare mestiere. Che un chirurgo in sala operatoria mica si sottrae alle proprie responsabilità. Che un pilota di un aereo di linea si sobbarca sul groppone la vita di centinaia di passeggeri da un capo all’altro del mondo. Che non ci si deve pensare due volte e tuffarsi se qualcuno sta per affogare trascinato via dalla corrente. E invece è proprio per questo che faccio l’insegnante. Sono solo una parentesi destinata a chiudersi nel giro di qualche battuta spazi inclusi nella vita di una persona, il cui parere è meno che ininfluente, e il cui esercizio quotidiano della sua professione è soggetto a così tante variabili da spingerlo ampiamente al di sotto della soglia dei soggetti fondanti dell’economia di un paese e di una società.

Basta un temporale che allaghi il montacarichi della scuola, la mancanza di connettività, Clara che piange e non vuole entrare perché ha i genitori separati e non ritroverà nel pomeriggio la mamma che l’ha accompagnata la mattina, due bidelle che litigano, Debora che ha lo zaino pieno di formiche perché ha lasciato i resti della merenda tutta la notte dentro e i genitori si interessano poco della cura del suo materiale, Kevin che vomita in mensa – c’è sempre qualcuno che vomita in mensa -, Antonino che sbatte contro Nicholas in giardino perché nessuno guarda dove mette i piedi mentre tutti corrono per sfuggire all’acchiapparello, Marco che è più oppositivo del solito e, con il suo Asperger a basso funzionamento stretto tra le mani, non vuole saperne di alzarsi da terra, il geometra del comune che ti chiama mentre spieghi le coordinate cartesiane, Jonathan che non ha ancora a disposizione i libri di testo – la nonna che gli fa da mamma perché la mamma è in comunità si è dimenticata di prenotarli in cartoleria – e che ti costringe a ricorrere alla fotocopiatrice ma non c’è nessuna bidella al piano e non puoi allontanarti dall’aula, ma poi quando riesci a allontanarti per far le fotocopie scopri che si è scaricato il toner e chi l’ha scaricato non ha avvisato sulla chat i colleghi.

Giusto per fare un esempio. Giusto per dire che è sufficiente un battito d’ali di una farfalla in 3B per far litigare due compagni di banco in 5A e mandare in vacca una lezione che il docente ha preparato meticolosamente il giorno prima, che è una sorta di metafora per dire che nella scuola, almeno la mia, la primaria, è inutile programmare troppo. Si vive meglio a improvvisare per il tre quarti del tempo. Ma allora, se è tutta una performance situazionista o poco più, la nostra, che senso ha valutare gli attori? Non è meglio vivere la scuola come un gioco di ruolo che si gioca tutti insieme, nessuno che vince, nessuno che perde?

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