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Da bambino credevo fosse ammesso attribuirsi la proprietà delle cose lasciate incustodite. Nessuno mi aveva spiegato che esistono spazi comuni e condivisi in cui è considerato lecito collocare temporaneamente beni privati senza il rischio di perderne l’esclusiva, o forse i miei genitori avevano dato per scontato che si trattasse di una convenzione sociale che si sprigiona innata dall’uomo. I piccoli prendono invece il possesso molto sul serio, e se avete a che fare con loro saprete quanto sono complesse le dinamiche interpersonali tra coetanei che comportano doni e prestiti.

Una società composta esclusivamente da bambini sarebbe il modello più distante da un paradiso socialista, ma non dovete lasciarvi trarre in inganno dalle apparenze. In proiezione, per fare un esempio, certi approcci in parte ripensati potrebbero abilitare più di un modello di shared economy. Esci la mattina, sali sulla prima automobile che trovi sotto casa e vai al lavoro, un comportamento che deriva direttamente dal mio: dei bambini le cui famiglie erano clienti dello stesso stabilimento balneare che frequentavo io avevano abbandonato i loro giochi sulla sabbia e io avevo pensato bene di farli miei. Certo, io poi li avevo riposti nella mia cabina per evitare che qualcun altro facesse lo stesso, ma l’approccio come vedete non è poi così anti etico, risulterebbe sufficiente solo ripensare il prosieguo del processo.

A scuola, le scaramucce che derivano dalle cattive interpretazioni dell’affidamento provvisorio di beni personali a terzi, fraintesi in veri e propri passaggi di proprietà quasi sempre da parte del destinatario di tali improvvisi impeti di generosità, sono all’ordine del giorno. I ripensamenti sono dolorosissimi perché agli adulti in carica al momento, chiamati a dirimere la contesa, è richiesta la capacità di mediazione tra le lacrime di chi vuole indietro la carta dei Pokemon offerta poco prima in dono e chi, delle presunte recriminazioni, proprio non ne vuole sapere. Una cosa regalata è regalata, punto e basta, e non esiste alcun diritto di recesso. C’è anche una specie di cantilena con cui si sottolineano tra coetanei i principi fondamentali di questo dogma.

Questa si conferma come l’ennesima prova del fatto che noi insegnanti non abbiamo nulla da invidiare ai rappresentanti della legge farlocchi di quei programmi in cui delle comparse, attirate dall’ebbrezza della notorietà televisiva, fanno finta di lanciarsi strali con le fattezze di querele e citazioni in giudizio, e quando al termine della nostra complessa giornata di lavoro in classe ci incamminiamo a recuperare l’auto per rientrare a casa, la folla dei genitori in attesa oltre il cancello della scuola si apre in due ali formando un corridoio umano di gente che ci applaude come eroi commentando le mille sfaccettature della nostra strapagata professione. Educatori, magistrati, maître à penser, filosofi, intellettuali, medici, infermieri, genitori di riserva ma talvolta titolari, demiurghi, eroi e molto altro, il tutto in un’unica figura di riferimento e a botte di migliaia e migliaia di euro di stipendio al mese.

Non era del tutto scemato l’entusiasmo del pubblico in visibilio a cui avevo appena consegnato i figli incolumi quando, ieri l’altro, ho notato Carmen, una mia ex alunna ora alle medie, procedere spedita verso casa con la testa inclinata verso l’inseparabile smartphone attivo sotto gli occhi. Era un po’ che non la vedevo e l’ho chiamata per nome. “Ciao Carmen!”, così mi sono rivolto a lei. La folla intorno, ancora con gli striscioni inneggianti al mio operato decisivo per i loro bambini in mano, ha concentrato l’attenzione sulla ragazza in transito al centro del loro crocchio, per osservare – con una punta di benevola invidia – la reazione del destinatario della mia attenzione. Il silenzio che si è diffuso ha consentito a tutti di percepire perfettamente le sue parole in risposta. “Ciao Maestro!”. E poi, in un lampo di vita, ridestandosi dai suoi interessi digitali, ha deciso di premiare il mio ego così: “Lo sai che ora ascolto anch’io Caparezza? La mia preferita è Io vengo dalla luna“.

I genitori, intorno, si sono scambiati sguardi tra loro come a trasmettere e diffondere con un’espressione di beatitudine del volto gli effetti provvidenziali del prodigio a cui avevano appena assistito. Un messia così a portata di mano che, attraverso l’impiego delle sue provate emanazioni di pedagogia contemporanea, fa leva sul potere taumaturgico della musica impegnata per contribuire alla formazione e alla crescita di giovani consapevoli e di sinistra. Più di una mamma con i figli in altre classi ha commentato persino la fortuna delle famiglie i cui bambini ha affidato alle mie cure e le opportunità che, grazie al mio pluripremiato approccio al mestiere di insegnante, favorisce.

Sono salito in macchina, ho collegato lo smartphone ma, a differenza di ciò che state pensando, non ho avviato la riproduzione dell’album di Caparezza che include “Io vengo dalla luna” con i finestrini abbassati in modo da prolungare lo strascico di stupore dei miei accaniti fan. Nel viaggio di ritorno a casa, dopo una giornata di scuola, sono così ubriaco di relazioni interpersonali che non ammetto rumori se non quelli della mia auto ibrida. I ronzii del motore elettrico, quello termico che va su di giri come uno scooter a causa del cambio automatico, il traffico fuori dal finestrino con le sue dinamiche del tardo pomeriggio. Nello specchietto retrovisore intravedo il sole che si avvia al tramonto e tutto il senso dell’autunno che si sprigiona in quella proiezione in miniatura della natura che cambia, per l’ennesima volta.

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