La pedagogia si divide fondamentalmente in due correnti principali. Ci sono quelli che permettono ai bambini di salire sullo scivolo arrampicandosi a ritroso sullo scivolo stesso – che poi è la cosa più elettrizzante del gioco dello scivolo in sé, dal momento che alla terza volta che sei scivolato ti sei già rotto i maroni di scivolare giù – e sull’altro versante quelli che lo vietano. Intendo l’altro versante della pedagogia, non dello scivolo, dove al massimo ci sono i compagni di classe che reclamano via libera per lanciarsi di sotto a tutta birra ma hanno la strada bloccata da chi non rispetta le regole perché il pedagogista di riferimento in quel momento sostiene che si possano anche non rispettare.
La mia teoria è che se in cima non c’è nessuno che vuole scendere – e se il tuo comportamento non danneggia una struttura di tutti – puoi fare il cazzo che ti pare. Hackeriamo gli scivoli, che problema c’è. Alla peggio, mentre ti arrampichi al contrario scivoli – appunto -, sbatti la faccia sulla plastica e ti salta un dente da latte, ma è un problema tuo o al massimo del pedagogista di riferimento in quel momento e addetto alla supervisione che poi dovrà vedersela con i genitori che metteranno in dubbio certe teorie campate in aria.
Il fatto è che la regola numero uno per chi opera nella scuola è dare delle regole. Le classi traboccano di cartelloni con regole di tutti i tipi, scritte, disegnate, illustrate con clipart decisamente cheap, scaricate dal web, stampate, colorate. I semafori che stabiliscono se è il momento opportuno per scambiare quattro chiacchiere con il compagno di banco o assistere alla spiegazione in religioso silenzio. Il mansionario che cristallizza chi deve fare che cosa, qualunque tipo di cosa – distribuire, raccogliere, organizzare le sortite al bagno – assiepato di mollette con i nomi dei bambini. L’ordine della fila per due per gli spostamenti quotidiani e quello della fila per uno in caso di evacuazione. E poi regole utili alla convivenza civile in classe: si alza la mano, non si parla quando parla qualcun altro, si dice per favore, gnè gnè gnè e cose di questo tipo.
Capiamoci. Non fraintendetemi per uno di quegli insegnanti che si mettono in piedi sui banchi, anzi. Però c’è una collega a cui questo sovvertimento dell’ordine precostituito dell’impiego dello scivolo proprio non le va giù. La scuola primaria – almeno la mia – pullula di docenti che arrivano direttamente dalle organizzazioni cattoliche e dagli oratori, dove alzarsi e sedersi a comando del prete è all’ordine del giorno, o almeno della domenica, e lei è una di quelli.
Il punto è che il gioco dello scivolo sbagliato lo permetto solo al mio asperger, un bimbetto che conosce solo l’approccio oppositivo come fattore di relazione con l’adulto, così intelligente da cogliere al volo qualunque sfumatura di comportamento in grado di dare fastidio alla persona di riferimento in quel frangente preposta al suo accudimento. Il confronto con lui è una sfilza di no a tutto. Non aprire e chiudere la porta, non accendere e spegnere la luce della classe, non leccare il gesso sulla lavagna, non tocchignare il pc sulla cattedra, non parlare ad alta voce mentre spiego, non sdraiarti per terra nei corridoi, non uscire dalla classe se non ci sono le collaboratrici, non prendere di nascosto le cose ai tuoi compagni, non lanciare il rotolo dello scottex, non girare in tondo intorno ai banchi mentre gli altri lavorano, non far rumore con le penne della LIM perché sono magnetiche e scagliarle contro i tubi del riscaldamento per vedere che rimangono attaccate è divertentissimo ma proprio no, non si fa.
Così ho deciso che ci dev’essere un campo neutro, uno spazio in cui dare sfogo a quell’innato impeto di rompere i coglioni agli altri. Gli permetto di lanciarmi la sfida, con quello sguardo che ormai riconosco a memoria, e poi su a ritroso lungo lo scivolo, con la faccia rivolta verso di me per osservare la mia reazione. Gli sorrido mentre lo vedo arrampicarsi. Controllo solo che sulla pedana in cima non ci sia nessuno. Anche perché dopo un po’, come è facile immaginare, si stufa. Che gusto c’è se il maestro non si indispettisce.
A prendersela, invece, è la collega timorata di Dio, lì con la sua classe, perché a quel punto i suoi bambini cercano di fare altrettanto. Il loro senso della pedagogia va in corto circuito: ma insomma, si chiedono, salire lo scivolo al contrario è consentito oppure no? Nel dubbio, sì. Così, alla volta successiva in cui il mio asperger si precipita nella risalita, nell’invidia del resto della scolaresca, eccola pronta a interferire nel flusso didattico-comportamentale e sostituirsi alla figura in quel momento direttamente responsabile, cioè io, senza nemmeno farmi un cenno.
A me, giuro che le invasioni di campo di questo tenore non rappresentano affatto un problema. Non ho fatto pipì intorno a nessun territorio – nonostante noi esseri viventi di specie animale e di genere maschile siamo rinomati in tutto l’universo per la caparbietà con cui, attraverso le nostre minzioni, ci attribuiamo aree esclusive per l’accoppiamento, la caccia, la residenza e cosucce di questo tipo – tantomeno intorno a nessuno dei miei alunni più bisognosi di attenzione. Anche il mio asperger sembra non prendersela. Nemmeno lui mi degna di un’occhiata. Sbraita qualcosa contro la maestra praticante e corre via, alla ricerca di un nuovo dispetto da perpetrare a qualcun altro.