Se volete farmi andare su tutte le furie chiedetemi quanto manca alla fine della lezione. Potete accanirvi verbalmente nei miei confronti con insulti di qualunque gravità, dirmi le peggio cose sulla mia reputazione o su quella di mia madre, ma non chiedetemi quanto manca alla fine della lezione perché quanto manca alla fine della lezione è come dirmi non vedo l’ora che te ne vai. Anzi, a essere precisi non vedo l’ora che tu te ne vada, ma tanto stiamo parlando di mocciosi di seconda che a malapena usano l’indicativo, potete immaginare il congiuntivo. Quando qualcuno alza la mano – e badate bene che il mio veto sugli interventi non inerenti all’argomento di cui si sta parlando è tassativo – e chiede quanto manca alla fine della lezione devo contare fino a dieci, altrimenti risponderei immediatamente con vaffanculo ma, capite bene, non si mandano a quel paese i bambini, con l’aggravante che sono io l’adulto e l’educatore.
Quando qualcuno alza la mano e chiede quanto manca alla fine della lezione conto fino a dieci, faccio un bel respiro e poi consiglio di controllare l’orologio appeso, e se sono in buona do un’imbeccata, una stima di tutti i giri che devono fare le lancette prima della campanella. Se non sono in buona, non aggiungo alcuna spiegazione, piuttosto taglio corto perché devono guadagnarselo, il suono della campanella, e punto. Se mi girano i maroni – anche se i maroni che girano, quando si fa l’insegnante, è meglio lasciarli nel bagagliaio della macchina se andate a scuola in macchina come me – dico che, se si annoiano, possono chiedere la mattina ai genitori di restare a casa, e non sono pochi quelli che fanno delle espressioni del tipo ehi maestro, che idea che mi hai dato, non ci avevo pensato, domani ci provo.
Ma non è sempre così. Domenica pomeriggio mi ha scritto una delle mie alunne preferite ever, una dello scorso ciclo, per dirmi che sta prendendo volti alti in matematica e scienze grazie a me, senza che le chiedessi nulla. Il mio ego si è talmente gonfiato che stamattina, persino al secondo maestro quanto manca alla fine della lezione, il ma andate a cagare l’ho appena appena accennato con un pensiero remoto.
L’email della mia ex alunna aveva assorbito tutto il nervosismo che altrimenti avrei provato. Sabato mattina mi hanno rubato la giacca sul treno. La colpa è mia. Ho riposto giacca e zaino sulla cappelliera appena salito sull’Intercity da Milano per Genova, e mi sono immerso così profondamente nel libro che sto leggendo – avevo su anche gli auricolari perché la lotteria dei posti random mi aveva penalizzato con due giovani aspiranti ingegneri biosailcazzo che hanno passato tutto il tempo del viaggio a correggere una cazzo di ricerca a cui stavano lavorando, che vita triste quella degli aspiranti ingegneri biosailcazzo, triste ma pagata almeno dieci volte rispetto alla vita triste di un insegnante della primaria con l’aggravante della laurea in lettere con tesi in letteratura latina ma vabbè – dicevo che mi sono immerso così profondamente nel libro che sto leggendo (“La radice del male” di Adam Rapp) che mica mi sono accorto che qualcuno, mentre il treno era ancora fermo in stazione a Milano, si è impossessato di nascosto della mia giacca e del mio zaino.
A Genova Principe giacca e zaino non erano più al loro posto. Lo zaino era poco più in là, tutto rivoltato in uno di quei scaffali portabagagli verticali che si trovano a metà della carrozza. Ho controllato immediatamente, nonostante dovessi affrettarmi verso la discesa per evitare di proseguire fino alla stazione successiva, ma nello zaino non mancava nulla: maglietta per la notte, boxer per il giorno dopo, rasoio, gel dopobarba, spazzolino, pastiglie per la pressione, caricabatterie e chiavi di casa. Che strano che non si siano portati via tutto lo zaino, un Pantone blu decisamente elegante. Io avrei fatto così, perché rischiare di essere beccati a rovistare in una borsa altrui su un treno?
Della giacca, invece, non c’era proprio traccia. Ero un po’ – come si dice a Genova – invexendato, non capita tutti i giorni (per fortuna eh) di subire un furto. Quando accade è difficile mantenere la calma. Quindi ho riordinato lo zaino, ritenendomi fortunato che almeno quello non mi fosse stato sottratto, e sono sceso. Ma la cosa divertente è che la giacca rubata era un piumino 100 grammi di marca Rifle che avevo acquistato una dozzina di anni fa, blu e con un taglio decisamente fuori moda, a cui a furia di indossare avevo sfondato le tasche, lo sapete che sono fatte dello stesso tessuto piuttosto delicato, e che qualche settimana fa avevo riparato con la cucitrice. Con i punti, avete capito bene, quelle che io chiamo graffette. L’autore del furto si sarà quindi presto reso conto di aver derubato un barbone più barbone di lui, e meno male che avevo desistito dal mettere nello zaino il mio prezioso portatile – da cui raramente mi separo – e di non aver scelto di indossare al posto del piumino Rifle il mio caldissimo montgomery blu. Se mi avessero rubato il montgomery blu, ecco, quella sarebbe stata una vera tragedia, e altro che mandare a cagare chi mi chiede quanto manca alla fine della lezione.
Durante il viaggio di ritorno, oltre ad aver tenuto ben stretti lo zaino e la giacca che ho dovuto acquistare a Genova per non ammalarmi – a Genova non fa freddo ma tira sempre vento – ho fatto così caso a tutti gli annunci trasmessi per avvisare i passeggeri a non lasciare incustoditi i propri bagagli, una frequenza di comunicazione che mi ha tranquillizzato sul fatto che non sono diverso da nessuno. Non sono più fortunato o più sfortunato di altri.
Mi trovo nella media delle persone a cui capitano cose con cui tutti si trovano ad avere a che fare. Una sensazione che mi rincuora e che provo anche grazie a certe pubblicità in cui si offrono soluzioni a problemi che hanno tutti, e che capisco che è normale che tutti abbiano. Le stoviglie particolarmente zozze dopo cotture elaborate, ad esempio, e la necessità di grattare per tirare via lo sporco, per non parlare del rischio che in lavastoviglie non si puliscano secondo certe nostre aspettative elevate. Questo è solo un esempio ma mi fornisce la prova provata che l’essere stato un asino a scuola, condizione che mi relega quasi sempre entro i confini di chi non si sente all’altezza, non implica necessariamente il non riuscire a comprendere come funzionano davvero certe cose pratiche. Utilizzare colle adesive di una certa portata consente di assicurare saldamente piccoli ammennicoli sulle pareti. Il cric, una volta imparato il funzionamento, solleva davvero le automobili e dopo trenta minuti circa a duecento gradi la zucca cuoce davvero, nel forno, proprio come sostengono le ricette. Smarrire la fiducia in se stessi fa perdere la bussola e restituisce una percezione della realtà tutt’altro che attendibile.