conservatori

Standard

Non posso definirmi uno sportivo da divano per due motivi. Seguo esclusivamente la pallavolo femminile da quando, improvvisatomi neofita supporter dell’agonismo altrui più di dieci anni fa, mi sono appassionato al gioco in questione assistendo, dagli spalti improbabili delle improbabili palestre dell’hinterland milanese, alle partite delle squadre in cui militava mia figlia. Il punto è che lo sport mi mette ansia, non so assolutamente perdere, e questo mi induce a seguire gli incontri in piedi, davanti alla tele, in un modo tutt’altro che statico, per un’esperienza di fruizione per me e per chi mi sta vicino tutt’altro che piacevole. Il secondo motivo è che il resto degli sport non mi piace. Li trovo sostanzialmente noiosi, a partire dal calcio in cui – al netto di questioni etiche – non succede mai nulla (a differenza del volley in cui si susseguono azioni a una velocità mozzafiato) per non parlare di auto e moto che, a parte che definire sport ci vuole una gran faccia tosta, li considero addirittura irritanti.

Da qualche tempo però, sull’onda della smodata devozione che mia moglie nutre per lui, ritengo irrinunciabili, come immagino tutti voi, i trionfi di Jannik Sinner, e non nego che il dibattito dal quale sono emerse certe posizioni dequalificanti e specchio di una certa deprivazione socioculturale – quelli che gliela menano per le tasse a Montecarlo o la presunta carenza di patriottismo dimostrata con la non partecipazione alla Coppa Davis – abbia influenzato la mia stima nei confronti di un personaggio pubblico che, con l’Italia di oggi, ha davvero ben poco in comune (e per sua fortuna).

Nonostante il mio approccio positivo e propositivo alle dirette tv dei due sport – ho seguito con passione i successi alle olimpiadi, alla VNL e ai mondiali delle nazionali di volley, e ai vari tornei in cui si è imposto Sinner, almeno quelli trasmessi in chiaro – noto sempre di più, ma magari la letteratura tecnica del settore è sempre stata così, ditemi voi – toni che definire enfatici è riduttivo durante la narrazione delle imprese dei protagonisti. Le telecronache e i commenti sono così intrisi di retorica e campanilismo da risultare irricevibili da qualsiasi spettatore dotato di buon senso e buon gusto. Si pone costantemente in evidenza l’aspetto eroico e super-umano degli atleti lasciando cadere in secondo, se non ultimo piano, la portata di intrattenimento e divertimento che la visione dello sport è in grado di suscitare nel tifoso consapevole.

Sembra tutta una questione di vita e di morte, di resilienza e resistenza, di vittoria e di fallimento, di lacrime e sacrifici che non metto in dubbio facciano parte del percorso sportivo ma mi sembra si sia perso davvero il senso della misura. Se avete assistito, come immagino, alla finale del torneo ATP e al livello di kitsch dello spettacolo introduttivo – complice la colonna sonora da combattimento tra gladiatori al Colosseo – avrete capito a cosa mi riferisco.

Spero che questa sconcertante gara al rialzo nella ricerca di sensazioni forti, che poi ne normalizza il risultato se non indurre, come è successo a me, all’effetto opposto scavallando nella ridicolaggine, non sia figlia degli attuali tempi bui in cui alla gente – soprattutto agli italiani – piace la violenza, piace mettersi le mani in faccia per un colpo di clacson, piace passare ore in palestra per allenarsi allo scontro con il prossimo, piace la guerra. Un fattore perfettamente complementare al conservatorismo dilagante che è quasi più un recupero di un passato che credevamo remoto. Inutile sottolineare la regia di questa sceneggiatura, anche se – ammettiamolo – ha approfittato di un target purtroppo decisamente recettivo.

A scuola non è difficile percepire quanto dio, patria e famiglia siano in cima alle classifiche valoriali dei bambini come conseguenza del clima che si respira a casa. Quelli che non fanno religione, musulmani a parte, hanno i genitori iper-tatuati e ai limiti dell’home schooling/captain fantastic, non so se avete presente il genere para-grillista. Gli altri frequentano assiduamente la parrocchia, come Jacopo che qualche giorno fa mi ha chiesto a bruciapelo “maestro, tu vuoi bene a Gesù?”, una domanda prevista da un’indagine da svolgere come compito di catechismo. Io volevo tagliare corto per non impelagarmi in chiarimenti su ateismo e agnosticismo, non tanto perché Jacopo non avrebbe capito – ho una seconda – quanto perché non sarei stato io in grado di spiegarglielo, così gli ho risposto di no.

Stiamo però facendo una unit del testo di inglese che si intitola “Let’s celebrate” e che prende a pretesto le feste e le ricorrenze per proporre attività didattiche sui mesi dell’anno, le stagioni, come si dicono le date di compleanno e cose così. Un esercizio prevedeva una riflessione sull’importanza o meno delle tradizioni e, appurata l’impossibilità di condurre una conversazione di questo tipo e su questo argomento in inglese – parlo ovviamente per me – ho pensato comunque di lasciar esprimere a ruota libera i bambini su questi temi in italiano. Su ventidue solo una ha detto che no, le tradizioni non sono importanti, ma forse lo ha fatto solo per distinguersi. Stamattina, mentre sbrigavo qui in paese alcune commissioni, ho incontrato diversi giovani adulti a spasso, e non mi è venuto da pensare che fossero lavoratori che fanno dei turni come capita a me – sbrigavo le commissioni perché sarei entrato in servizio nel pomeriggio, dopo la mensa – ma mi hanno dato l’idea che fossero già alle prese con la preparazione delle imminenti festività. Comprare regali – i negozi sono nel mood natalizio già da qualche settimana -, addobbi e luci per la casa, ingredienti per la cena della vigilia o il pranzo del venticinque. Come se il lavoro, la comunità, le guerre, la situazione internazionale e quella locale non contassero più ma contasse solo il privato, mettersi a tavola con i parenti, scartare i regali, celebrare il natale con i propri intimi, e so che è così, e so di essere retorico, ma che ci volete fare.

Il fatto è che sono rimasto sconvolto dalla scelta delle gemelle Kessler di lasciarsi la vita alle spalle e dal modo con cui sono andate fino in fondo. Sconvolto dal loro eroismo fuori dal tempo. Una parte importante della nostra tradizione, di quella che celebriamo ogni anno puntata dopo puntata di programmi dedicati alla nostalgia del bianco e nero e del bigottismo, ci ha lasciato a bocca aperta con un gesto di un livello di modernità e di laicità per noi impossibile da cogliere. Let’s celebrate, mi è venuto da pensare. Festeggiamo la vera libertà, questa libertà.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.