I genitori di Penelope hanno una densità di tatuaggi per superficie di epidermide che ha del soprannaturale e non oso pensare a come siano conciate le parti del corpo interdette ai non componenti della famiglia, a partire dagli insegnanti della figlia. Anzi, un’idea me la sono fatta ma solo perché al colloquio di giugno, al termine dello scorso anno scolastico, complice il caldo fuori e la canicola che si percepiva nelle aule prive di aria condizionata, la mamma si è presentata in canotta sfoggiando un vistoso murales colorato sul petto con tanto di claim che andava da spalla a spalla.
Penelope è figlia unica e, in prima, capitava spesso che al momento dell’ingresso scoppiasse in lacrime osservando la madre allontanarsi oltre il cancello per recarsi al lavoro. Quest’anno va un po’ meglio ma, verso metà mattinata, mi si avvicina per dirmi quanto ne senta la mancanza. Soprattutto nelle settimane in cui fa il turno di sera e che, di conseguenza, non la vede sino al giorno dopo. La mamma, da allora, ha preso l’abitudine di sostituirsi con bigliettini recanti melense dichiarazioni d’amore genitoriale unite a frasi motivazionali da un tanto al mucchio. Iniziano con cose tipo “sii sempre te stessa” e terminano con “i love you” e svariati cuoricini. Lei li tiene nell’astuccio ma, nei momenti più critici, li spiega sul banco e li legge allo scopo di tranquillizzarsi.
Oltre ai tatuaggi e agli immancabili piercing, i genitori vestono completamente di nero, almeno nei frangenti in cui mi è capitato di vederli. Se all’uscita o agli incontri di routine si presentano con outfit di questo tipo, temo che nelle occasioni meno istituzionali il loro look sia ancora più radicale. L’all-black è una scelta di abbigliamento decisamente borderline per svariati motivi, e ve lo dice uno che per un decennio abbondante – tra gli ottanta e i novanta – si è atteggiato arbitrariamente a membro di una formazione musicale dark e ha praticato la new wave come stile di vita. Nonostante il mio fosse un vezzo innocuo volto a mostrare pubblicamente i miei gusti musicali (e a rimorchiare), più di una volta è stato equivocato come divisa di un’organizzazione di estrema destra. Non dimenticherò mai la sfuriata a cui sono stato esposto a opera di un venditore ambulante di religione ebraica che aveva un banchetto di libri nei pressi della piazza principale della città in cui vivevo da ragazzo. In sostanza pensava che fossi emulo di qualche squadraccia nostalgica, nonostante la mia acconciatura alla Robert Smith non lasciasse dubbi.
Oltre ai fan di Cure e Bauhaus e a quelli di Casapound ci sono altri che vestono di nero. Il mio bidello Vincenzo, per esempio, che di certo non è nazifascista e nemmeno un esteta del gothic rock tanto meno del death metal (anche perché è pelato ma si vede e si sente dal suo smaccato accento meridionale che non ha certo simpatie per gli skinhead), sono pronto a scommetterlo. Ci sono quelli che lo fanno per posa, per distinguersi a tutti i costi, o perché snellisce e basta.
Non ho capito però a quale categoria appartengano i genitori di Penelope, fatto sta che anche la figlia si presenta a scuola con qualche indumento nero, il che è piuttosto strano per la sua età. La mia, di figlia, ha attraversato solo un brevissimo periodo – frequentava però la seconda media – in cui sembrava apprezzare anfibi e altri capi di abbigliamento che andavano di moda tra le ragazze che frequentavo io da giovane, ma poi fortunatamente ha deciso di dar retta a gusti più in linea con i tempi. Penelope invece a volte sembra mascherata da Halloween anche quando non è Halloween e indossa spesso una felpa brandizzata di Wednesday Addams, avete presente?
Qualche giorno fa l’ho notata assorta per diversi minuti, durante l’ora di informatica. Stava lavorando sul Chromebook al suo posto, all’ultimo banco, ma poi si è messa a fissare un punto sul soffitto ed è rimasta così per un bel po’. La mia scuola è provvista di un bel giardino ed è ubicata in una frazione in campagna, così è facile che dei ragni si intrufolino dentro e si ambientino sulle pareti e sui soffitti delle classi, complice la scarsa propensione dei collaboratori a pulire nei punti in cui occorra impiegare uno sforzo maggiore. Per farvi capire, l’azionamento delle pale per movimentare l’aria genera un effetto che trasforma la classe in una di quelle palle magiche da scuotere per scatenare una tempesta di neve, ma con i batuffoli di polvere.
Ho seguito lo sguardo assorto di Penelope e ho individuato così, sopra di lei, un’intera colonia di ragni appollaiati sulla loro tela. Sembravano proprio una famiglia al completo riunita nella loro casa, forse una madre con i suoi cuccioli, con Penelope che osservava – e di sicuro ne invidiava – la completezza e la tranquillità domestica. C’era un invisibile filo di quella ragnatela che li metteva in contatto, un quadretto un po’ tetro da film horror che non mi è stato possibile purtroppo immortalare, per ovvi motivi di privacy.