un click per la scuola

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La collega che alcuni chiamano Mary Poppins un po’ per i suoi outfit da lavoro, un po’ per la sua acconciatura vintage e un po’ per via della postura che assume al cospetto dei bambini, nel corso dell’ultimo collegio docenti si è addirittura alzata in piedi per accompagnare, con la prossemica, un accorato intervento verbale contro le mode pedagogiche che, a detta sua, sono la rovina della scuola.

Ci pensavo ieri sera mentre seguivo con attenzione il servizio di Report dedicato ai sistemi di controllo della produzione adottati da Amazon e mi è sembrato naturale mettere a confronto due ambienti lavorativi così agli antipodi tra di loro come le aziende pubbliche e quelle private, con l’aggravante dei modelli turbocapitalisti statunitensi. La scuola italiana è un’organizzazione composta da circa un milione e mezzo di dipendenti ed è una cosa meravigliosa che il personale abbia lo spazio e il tempo in cui condividere dal vivo non solo l’attività quotidiana ma anche le posizioni ideologiche sui massimi sistemi nonostante il contesto, un’assemblea tra colleghi – prevista dal contratto – pensata per la discussione e l’approvazione di istanze (decisamente pratiche) inerenti la – definiamola così – propria filiale e per la presa d’atto di delibere distanti quanto un istituto comprensivo di periferia è lontano dall’ufficio del suo CEO, che da noi si chiama ministro dell’istruzione e del merito.

L’inchiesta andata in onda denunciava, oltre al sofisticato sistema di videosorveglianza attivo all’interno degli stabilimenti, la strategia di tracciamento dell’operatività dei lavoratori grazie a un sistema basato sui videogiochi che, attraverso la digitalizzazione dei dati di rendimento, traspone in un community game il percorso di raggiungimento degli obiettivi della giornata lavorativa con punteggi e missioni portate a termine. Un modo per edulcorare la fatica dei turni di servizio con un’ambientazione ludica ma dalle conseguenze pericolosamente inquietanti, a partire dall’incremento del tasso di competitività tra le squadre – divide et impera, credo si dica così – fino alla vera e propria ludopatia, con casi in cui gli addetti cercano di dare il massimo tra scaffali e nastri trasportatori per superare i livelli del gioco e contribuire alla vittoria finale del proprio team rinunciando a pause, pasti, sigarette e sortite in bagno.

Come funzionano le cose di là e di qua, lo sappiamo tutti. Un malumore provato dai dipendenti di una multinazionale tendenzialmente si risolve con una lettera di licenziamento, nel migliore dei casi ripreso da iniziative di denuncia come il Gabibbo o Report. Oppure passa attraverso le organizzazioni sindacali ma, in ultima battuta, si conclude ancora con il licenziamento, talvolta accompagnato da efficaci pratiche di persuasione alle dimissioni. Un malumore provato dal personale della scuola pubblica si risolve con discussioni locali in attesa delle linee politiche della successiva legislatura, che non è detto avrà la capacità e la volontà di risolvere ma, com’è più probabile che sia, sostituirà con altre direttive in grado di provocare malumori di natura diversa, ma con un’analoga urgenza di discussioni locali e così via, con una ricorsività in grado di riproporsi fino alla fine del tempo.

Prima di fare l’insegnante lavoravo in un’agenzia di marketing al servizio di multinazionali dell’ICT e già dieci/quindici anni fa sono stato testimone (e talvolta complice) di programmi interni dei nostri clienti pensati per aumentare la produttività imbellettati dalle campagne di Diversity&Inclusion e dalle iniziative di tutela del benessere dei dipendenti che invece erano oggetto di comunicazione urbi et orbi. Nella scuola italiana al contrario non esiste nulla, ma proprio nulla, in grado di favorire e di premiare chi prova a mettere qualcosa in più di sé nelle cose che fa, quello che nel privato fanno a gara a intercettare per mettere al servizio del business. Il mio collega specialista di motoria ha lanciato l’idea di organizzare gare sportive con rappresentative dei docenti dei vari ordini (infanzia, primaria e secondaria) in ottica team building ma – e mi tocca dire per fortuna – la sua proposta – un po’ fantozziana, a mio parere – ricevuta sulla mailing list degli insegnanti non ha avuto alcun seguito.

Ho pensato così a quale possa essere un modo per quantificare la nostra bravura, ma prima mi sono detto che occorra intanto definire il concetto di bravura, nella scuola, e poi considerare quanto nella scuola, con il suo milione e mezzo di dipendenti, ci sia la necessità di quantificarla. I nostri clienti (i cittadini) si accontentano di iniziative come Eduscopio, dei dibattiti tra le fazioni sui social – quelle più organizzate come i vari gessetti e youeduaction e i battitori liberi come i Corsini, i D’Ambrosio e i Raimo – e delle voci di corridoio, che nelle comunità più piccole, come quella della scuola in cui lavoro io, hanno ancora una decisiva voce in capitolo. Agli open day succede ancora di dover rispondere a domande dei genitori sulla qualità della didattica, come se si trattasse di un valore da esprimere con gli stessi giudizi con cui noi cerchiamo di rendere un’idea della qualità dei loro figli.

Un milione e mezzo di persone è una moltitudine incommensurabile, che sarebbe impossibile da raggiungere nemmeno con una house organ interna, per non parlare di kick off e di eventi plenari di fine anno in cui si premiano i dipendenti che hanno raggiunto gli obiettivi. Una delle multinazionali americane per cui prestavo la mia opera di copywriter – la più grande di tutte – per dieci giorni in agosto si prendeva un intero sobborgo della Silicon Valley e offriva congressi e spettacoli a tutti i Sales Manager del mondo. Una volta ha pagato persino i Bon Jovi per un concerto a porte chiuse, tutto per loro. Ve la immaginate una cosa così per noi docenti?

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