chiudere il cerchio

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Sulla corretta accezione del termine madrelingua possono esserci tutti i punti di vista che volete ma poi, dizionario alla mano, sul suo effettivo significato c’è poco da discutere. Puoi definirti madrelingua se mastichi una parlata sin da bambino nell’ambiente familiare e che in genere coincide con quella del tuo paese di origine. La padronanza linguistica e l’eventuale certificazione utile al suo insegnamento nel livello più alto – il C2 – indica la conoscenza e la capacità di uso di un idioma “quasi” come un madrelingua. Ve lo dico perché un genitore della mia scuola ci ha fatto notare che un progetto in cui si affida a una ragazza spagnola l’incarico di insegnare inglese a una classe della scuola primaria non può essere definito “inglese con docente madrelingua”.

Il fatto è che nell’ecosistema della scuola ci sono famiglie che se ne strafottono bellamente di dove parcheggiano i propri mocciosi ogni mattina e altre che, sul versante opposto, fanno la cosiddetta punta al cazzo su ogni questione. A fronte di tanta solerzia mi viene da dirgli di tenerseli a casa i loro bambini come fanno le famiglie nel bosco, se sono così bravi a tramandare il loro sapere. Altre volte, sostanzialmente perché sono una persona gentile, faccio finta di esser dispiaciuto per non aver impiegato la corretta sfumatura nella scelta delle parole e chiedo scusa per il mio grossolano pressapochismo. Mi verrebbe piuttosto voglia di sottolineare che, madrelingua o no, l’insegnante d’inglese che fa lezione nelle mie ore indossa un abbigliamento che non va bene per scuola primaria e per la didattica in generale, soprattutto se, ogni volta che sollevi il braccio per indicare qualcosa alla lavagna, con la mano libera devi reggerti il top senza spalline per evitare che scenda troppo, con l’aggravante dell’assenza del reggiseno.

C’è comunque un comune denominatore a tutte queste culture che si sovrappongono nella mia classe – la sua di Madrid, quella anglosassone che propone ai bambini, quelle dei sei miei alunni su diciotto che provengono da altri paesi e, vi assicuro, in media sono ancora pochi, e la mia e dei restanti dodici alunni italiani – che è la pizza. Marta, si chiama così l’insegnante con il top senza reggiseno, dicevo Marta sostiene che il suo piatto preferito sia la pizza, e quando ha chiesto in inglese chi fosse d’accordo con lei abbiamo capito tutti la domanda al volo e alzato la mano all’unanimità senza pensarci due volte.

Ho pensato così, per l’ennesima volta da quando abito questo pianeta, quante pizze ho divorato in vita mia. Quale sia la percentuale di pizza che compone la materia di cui siamo costituiti, altro che acqua e altre sostanze di cui non sappiamo che farcene. Quanto consumo di pizza si possa evincere dall’analisi delle acque in cui si disperdono i nostri rifiuti organici, una quantità che dev’essere seconda solo alla cocaina. A casa mia la pizza d’asporto significa festa, comfort food, l’eccezione alla regola, il fattore risolutivo di crisi, delusioni e momenti di malinconia, ma anche la soluzione di situazioni d’emergenza. Quando facciamo tutti tardi e nessuno ha intenzione di prolungare l’attesa per la cena mettendosi ai fornelli, la risposta è ovvia.

C’è anche tutto un lessico famigliare che, almeno quello, non lascia spazio a fraintendimenti e una letteratura domestica dedicata. Imbufalirsi non c’entra nulla con la rabbia ma indica un tipo di mozzarella come ingrediente supplementare, “margherita adesso è mia” sono parole di Cocciante da cantare mentre la rotella fa scintille, e i movimenti delle quattro stagioni di Vivaldi corrispondono senza compromessi a funghi, prosciutto cotto, olive e pomodori. Al risveglio, i cartoni lasciati in bella vista alla porta d’ingresso – l’incarico di smaltirli nel bidone è affidato al primo che uscirà di casa – ricordano a tutti che la sera prima è stata un’occasione particolare, in un modo o nell’altro, che la festa è finita ma è stato bello e che forse, tempo un paio di settimane, ci sarà un altro motivo per mangiarne un’altra.

Alla mensa della mia scuola la pizza a pranzo è proposta almeno una volta al mese. È una pizza al trancio ma tipo quella che vendono in panetteria, non è granché ma riscuote comunque un bell’entusiasmo. I collaboratori appendono in una bacheca il menu all’inizio del mese e i bambini si mettono in fila a leggerlo per scoprire quale sarà il giorno più speciale di tutti. Il cuoco Fabio ci tiene a sottolineare di non essere lui a prepararla, la comprano direttamente da un forno. Durante il Covid la mensa era chiusa e, per mettere insieme uno stipendio utile a mantenere la famiglia, lui stesso ha consegnato le pizze a domicilio per un kebabbaro qui vicino. Come vedete, di storie sulla pizza ce ne sono un’infinità, si potrebbe scrivere un libro e fare un film, magari con Totò protagonista ricreato con l’intelligenza artificiale. Per farvi capire, a me è già accaduto più di una volta di acquistare un trentatré giri usato online e di riceverlo impacchettato in un contenitore le cui dimensioni e la cui forma (e spesso le scritte di cui è corredato) non lasciano dubbi sulla funzione per cui è stato costruito.

Qualche giorno fa, poi, è successa una cosa curiosa e tragica allo stesso tempo. Una ragazza si è suicidata. Giovanissima, è sparita nel nulla e l’hanno trovata poco dopo impiccata in un bosco. Sui social e nella sezione dedicata alla cronaca dei quotidiani online è circolato il fotogramma di una telecamera di sicurezza che ha ripreso la ragazza in bicicletta, diretta al suo destino con due cartoni di pizza d’asporto nel portapacchi posteriore, è c’è persino un pizzaiolo che ha dichiarato di aver preparato quelle due pizze. Mi sono chiesto chi mai penserebbe di porre fine alla propria vita dopo aver mangiato una pizza, o a chi possa venire in mente di scegliere la pizza come ultimo pasto prima di infilare il collo in un cappio. Come sia possibile associare la pizza alla morte, oppure se la pizza, che è il mio piatto preferito come immagino il vostro o, di sicuro, quello dei miei alunni e quello dell’insegnante madrelingua di inglese (madrelingua per modo di dire) è davvero l’ultimo desiderio che si esprime quando proprio non c’è più niente da fare.

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