vicino all’Europa

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La stazione delle Ferrovie Nord di Milano Dateo custodisce un segreto degno di una città misteriosa come Bologna. Avete presente il Voltone del Podestà in Piazza Maggiore? Anche da noi si perpetua una specie di prodigio che lascia tutti a bocca aperta. C’è un punto in Dateo in cui gli annunci si percepiscono sfasati di qualche istante, per un curioso effetto acustico. La notifica del tal treno in arrivo o in ritardo, o la ricorrente raccomandazione a non oltrepassare la linea gialla, si sdoppia rincorrendosi dai binari verso l’uscita come a sottolineare l’ambivalenza di un non luogo come quello, un posto in cui si va e si viene. Ci sono cose di Milano che notano solo i pendolari e che, ora che non sono più un pendolare dalla periferia verso il centro e, di sera, viceversa, ma rientro nella categoria dei visitatori occasionali anche se le occasioni di visita diradano sempre più, mi colpiscono per il fatto di essersi perpetuate nonostante la mia assenza e mi fa stare più tranquillo il fatto che si siano mantenute intatte per chi ha preso il mio posto e chi ricopre il mio ruolo nel sistema economico della metropoli.

Ma non è solo quello. A Milano mi affascinano molto le persone che prendono posto sugli sgabelli nei bar e nelle tavole calde, sedendosi ai banconi che affacciano sulle vetrine rivolti verso la strada, un modo di intendere la ristorazione lenta o veloce che non è certo proprio della nostra cultura ma che rimanda alle grandi città USA. Qui in Italia non amiamo mostrarci al pubblico vulnerabili nei momenti privati. Una colonizzazione che tutto sommato ci sta, nel solco della trumpizzazione culturale a cui siamo irrimediabilmente destinati. Dicevo che mi affascinano molto e mi piace osservarli sorseggiare un cappuccino (o magari un caffè americano, saremmo ancora più in tema) con gli occhi piantati sul Macbook forse sfruttando le prese a disposizione per una ricarica di sicurezza, somministrata al mattino e in grado di reggere per tutta la giornata. Non si curano minimamente dei passanti come me che li trovano enormemente interessanti e pittoreschi, molto più degli avventori ordinari che occupano i tavolini all’interno o, peggio, un mordi e fuggi al bancone del bar che poi è quello che ancora ci caratterizza di più e che all’estero nessuno si sognerebbe mai di fare.

Un altro fenomeno acustico lo si può ottenere dai gruppetti di persone che si incrociano per strada e che, tra di loro, parlano in inglese. Un aspetto che ci permette di distinguere a grandi linee i turisti – che conversano nel loro idioma – dai fuori sede anglofoni che si trovano a Milano per studiare o lavorare. È fin troppo facile individuare i madrelingua rispetto a chi pratica l’inglese come lingua universale per farsi capire dagli altri, e qui se ne trovano davvero tanti. I ragazzi che vengono a studiare da noi e a frequentare i corsi universitari e i master conferiscono a questa città il giusto carattere di universalità e centro del mondo che merita, proprio come nei centri europei più blasonati che viene più naturale pensarli come luoghi in cui ci si sposta per cominciare o migliorare una carriera.

Quello di impicciarmi delle cose degli altri è un hobby che coltivo da sempre e che mi restituisce soddisfazioni incomparabili. Mi piace così tanto che persino l’invidia ricorrente la considero un sentimento tutto sommato positivo e vi invito a praticarla come faccio io, priva cioè da ogni tentativo di rivalsa. Si contemplano con ammirazione avanzata tutte le persone che sembrano come avreste potuto essere voi, ci si rammarica un po’ per come sono andate le cose ma poi finisce lì. Per esempio, adoro curiosare nelle dinamiche famigliari dei genitori giovani con tre o quattro figli. Io sono diventato papà a trentasette anni e con mia moglie, che è mia coetanea, siamo riusciti a riprodurci solo una volta. Siamo felici così, per carità, una basta e avanza, ma i siparietti tra fratellini e sorelline con padri e madri trentenni mi fanno impazzire. Qualche giorno fa, proprio lo stesso in cui ho provato ancora, dopo anni, l’effetto di eco anomalo presente in Dateo, di aver cercato di intuire nei portatili delle persone in vetrina di cosa si stessero occupando e di aver attraversato crocchi di studenti americani in Città Studi, ho seguito una famigliola dall’aspetto decisamente radical – categoria che va molto di moda ma destinata, prima o poi, a esser raccolta in qualche stadio da una milizia nazifascista – intenta nelle proprie conversazioni private, in una mattina di sabato. Camminavano proprio davanti a me. C’erano un paio di punkabbestia all’esterno di un Carrefour Express che sfoggiavano un cannone da competizione acceso. La figlia di mezzo, avrà avuto sette o otto anni, ha esclamato a voce alta “hei, c’è odore di erba!”. Avrei voluto rincorrerla e chiederle, con quell’espressione che assumo a scuola quando voglio entrare in confidenza con i miei alunni, “e tu bambina come fai a saperlo?”.

2 pensieri su “vicino all’Europa

  1. Roberto

    Ops…era ovviamente riferito al post precedente…………ci accomuna cmq oltre il nome il pendolarismo…

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