Altro che Eurodisney. Se andate a Parigi, il vero paese dei balocchi per quelli come me si trova in prossimità del Charles De Gaulle, a pochi metri dalle uscite degli arrivi. Un capannone di non so quante migliaia di metri quadri tutto stipato di bancarelle e relative scaffalature di rivenditori di dischi usati. A me i posti così, nei luoghi in cui ci si trova in vacanza, un po’ indispettiscono perché i mercatini di settore impongono un rigore e un approccio incompatibile con le aspettative delle persone con cui ci si accompagna e richiedono, piuttosto, viaggi dedicati. Bisognerebbe visionare uno per uno tutti gli articoli in vendita, controllare le condizioni dei dischi e delle copertine, magari controllare sui siti specializzati il reale valore delle copie e, in un luogo così smisurato, risulterebbe un’impresa a dir poco sfidante.
Mia moglie, che mi espone a eterne sessioni di permanenza in esercizi come Tigota comprensive di interi quarti d’ora in contemplazione degli espositori colmi di articoli per la pulizia della casa alla ricerca del miglior rapporto qualità prezzo di un prodotto per il legno o di un ammorbidente, per non parlare delle interminabili battute di safari nella giungla dei vivai dell’hinterland milanese, tra piante e alberelli in offerta alla ricerca dell’acquisto più conveniente, dei vinili di seconda mano proprio non ne vuole sapere. Per questo mi abbandona lì all’ingresso senza avvisarmi – nemmeno nei peggiori incubi, come si profila questo – e si avventura con i mezzi pubblici alla volta del centro seguita dal resto delle persone con cui abbiamo pianificato questo breve soggiorno nella capitale francese.
Così mi soffermo in quel bazar monotematico insieme a Giancarlo che non c’entra niente con il gruppo di amici con cui siamo arrivati qui, ma piuttosto rende l’esperienza uno spin off del sogno precedente. Esaminavo con qualcuno su uno schermo improvvisato delle pellicole in super8 che lo ritraevano di spalle al mare ma, anche se ripreso di nuca, non c’era alcun dubbio si trattasse di lui. Commentavo con la persona con cui vagliavo quei filmini a proposito della moglie di Giancarlo e sul fatto che tiene dei corsi di ceramica. Pensavo che il secondo spettatore di quella proiezione domestica potesse conoscerla. Voleva a tutti i costi sapere come si chiamasse, ma il punto era che non lo ricordavo più e che poi, a un certo punto, perdevo anch’io la certezza perché non sembrava essere mai ripresa se non alla fine, quando lo raggiungeva sul bagnasciuga e si abbracciavano e così ho potuto fare un sospiro di sollievo per aver evitato una figuraccia.
Lì nel capannone pieno di dischi Giancarlo non è in costume da bagno come nelle riprese di prima, per fortuna, e scartabella con me un po’ frettolosamente alla ricerca dell’occasione perfetta, magari una prima stampa di qualcosa a un prezzo stracciato e in condizioni pari al nuovo, cose che possono accadere appunto soltanto in un sogno. Ma la faccenda sembra andare per le lunghe e decido di tagliare corto, un po’ perché mi accorgo di perdere interesse in quella che si presenta come un’impresa titanica e a scapito della visita alla città, un po’ a causa dell’inconfondibile odore di cantina che pervade gli ambienti popolati da rigattieri che mi causa sempre – non mi è mai stato chiarissimo il motivo – non pochi imbarazzi intestinali. In poche parole mollo il colpo, nel senso che guadagno l’uscita, dopo appena poche bancarelle, tanto Giancarlo l’ho già perso, sarà stato fagocitato dal reparto fumetti, non è un collezionista compulsivo di vinile come me.
Esco dal capannone e mi affretto a lasciare i pochi dischi usati acquistati nel bagagliaio della Xsara Picasso – modello che non possiedo più dal 2016 ma che porto sempre nel cuore, sia per la volumetria e certe prestazioni, sia per i momenti trascorsi a spasso per campeggi in Corsica e in Sardegna, durante le estati di tanti anni fa quando mia figlia era ancora piccola – posteggiata in uno dei parcheggi custoditi dell’aeroporto parigino. Solo al risveglio, definendo i punti salienti di questa storia per una probabile stesura sul mio blog, rifletterò sull’incongruenza di questo passaggio: se sono arrivato con un volo dall’Italia, che ci fa la mia macchina lì?
Mi metto in coda alla fermata del 41, il bus che dal Charles De Gaulle porta diretto al Pompidou, dimenticando che i numeri, nei sogni, hanno un valore non da poco, ma quello è l’unico di tutta la storia e so che non ci caverò un ragno da un buco. Chiedo conferma del percorso a due donne davanti a me che parlano in italiano, ma sopravvaluto il trasporto pubblico francese. I biglietti si acquistano ancora all’edicola, non c’è possibilità di pagare con la carta una volta saliti a bordo come sui mezzi dell’ATM. Sono costretto a lasciare il mio posto nell’ordinata fila in attesa e mi dirigo alla rivendita ubicata un po’ più avanti. Nel breve tragitto, inciampo in una piastrella difettosa del marciapiede. Per mantenere l’equilibrio lascio cadere dalla mano destra lo smartphone sul quale stavo controllando tutti i dettagli utili allo spostamento per raggiungere mia moglie e il resto della compagnia, non posso escludere il fatto che la distrazione possa essere stata la causa del passo falso stesso.
Il telefono, un anacronistico Blackberry aziendale d’antan che possedevo ai tempi della Picasso, si sfracella sull’asfalto battendo sul lato corto e curvandosi a fisarmonica come fosse di cartone. Il display che visualizzava il tragitto dell’autobus e il numero di fermate per arrivare a destinazione si cristallizza proprio su quella schermata ma, raccogliendo il dispositivo, mi accorgo che altro non è che una pagina di carta stampata e, forzando l’apertura dello chassis, noto che dentro ce ne sono delle altre come se tutta la cronologia delle pagine web visualizzate nella giornata si fosse trasformata in uno schedario portatile.
Il punto è che, senza telefono e senza Maps, sono fottuto. Completamente isolato, non posso avvisare nessuno, non posso contattare mia moglie, non posso avvertire i miei compagni di viaggio, non ho l’indirizzo della casa che abbiamo prenotato, non ricordo un solo numero di telefono. Ce l’ho nel culo, per farla breve. C’è solo una possibilità: recuperare la scheda SIM dello smartphone (o di ciò in cui si è trasformato per magia dopo che mi è caduto, una sorta di incantesimo a seguito del quale ora ha la foggia di uno strumento compreso in un metodo di matematica per la scuola primaria che utilizzavo nel ciclo scorso) e cercare un megastore di elettronica per dotarmi di un nuovo dispositivo. Ricordo che tutti gli aeroporti in cui sono transitato hanno, al loro interno, almeno un punto vendita di uno dei più noti brand della grande distribuzione del settore IT. Ma anche nei pressi, siamo nella periferia più destrutturata, ci dovrà essere per forza un centro commerciale come a Orio Al Serio.
Così, come nel montaggio cinematografico di un videomaker alle prime armi, nella scena successiva mi trovo senza tante spiegazioni seduto in un taxi, a vagare tra le stradine gremite di gente esagitata in una specie di medina. L’auto guidata da un conducente di origine nordafricana si muove troppo veloce tra gli stretti vicoli in cui si affacciano gli espositori di botteghe di pseudo-artigianato acchiappa turisti. Mi rendo così conto del destino che mi aspetta. Mi troverò a contrattare l’acquisto di uno modello ancora più obsoleto del Blackberry in uno di quei negozietti gestiti da bengalesi musulmani in cui si trova un po’ di tutto – bevande analcoliche, pile, tappeti, spezie e molto altro – e nei quali si possono utilizzare telefoni pubblici per chiamare, con prefissi che oggi ci sembrano del tutto inventati, i parenti emigrati a migliaia di km, dall’altra parte del mondo.