La settimana è appena cominciata e già alle dieci sento bussare alla porta, un nefasto presagio di guai. È Daria, la mia collaboratrice prefe. Mi fa un cenno complice e muto con la testa invitandomi a uscire dalla classe, ha un’espressione seria, dev’essere una cosa importante, di quelle da comunicare sottovoce di nascosto dai bambini. Oggi è il compleanno di Rebecca e se non le abbiamo ancora cantato tutti insieme la canzone che merita è perché c’è l’ora di inglese con l’insegnante madrelingua e non voglio sottrarre tempo all’eccezionalità della lezione, voglio sfruttare al massimo l’opportunità di imparare al meglio la lingua che è stata offerta ai miei alunni. La intoneremo in coro al termine dell’ora, come al solito facendo scegliere la lingua alla festeggiata: italiano (tutti), inglese (tutti), spagnolo (chi conosce le parole), cinese (solo Mickey), rumeno (solo Giorgio), francese (solo Julia). Daria mi deve parlare proprio di questo: qui fuori c’è la mamma di Rebecca che vorrebbe farle gli auguri di persona perché alla festa di stasera non potrà partecipare.
La situazione familiare di Rebecca è più che complicata e non è facile ricomporla qui anche perché non siamo stati messi al corrente di tutti i dettagli. Quello che so è che la madre – poco più che una ragazzina – abita e lavora in un’altra città, il padre (l’ho visto una sola volta e sembra una comparsa di Gomorra) è allontanato dalla compagna – Rebecca sostiene a parole sue che la trattava male – ma può incontrare la figlia. Questi presupposti impongono a Rebecca e alla sorella che fa quarta di vivere in campo neutro, in paese a pochi passi dalla scuola con la nonna materna (che si occupa di tutto) e una zia – la sorella maggiore della mamma – che peraltro è stata mia alunna un paio di cicli fa. Una volta, non ricordo quale fosse l’argomento, Rebecca ha alzato la mano per far sapere a me e ai suoi compagni che lei una famiglia non ce l’ha più. La mamma partecipa ai colloqui con noi esclusivamente via Meet e spesso in tenuta da lavoro, con un camice e una cuffia monouso. All’ingresso, stamattina, Rebecca mi ha confidato che festeggerà in serata solo con i nonni e i cugini, e questo è tutto.
Non potremmo lasciare entrare i genitori durante l’orario scolastico – la scuola su questo punto è intransigente, probabilmente un genitore in aula dopo la campanella delle otto e mezza genera una reazione come quando si scontrano materia e antimateria, dev’essere per quello – ma Daria ha deciso di fare un’eccezione – è a conoscenza della questione – e con me sfonda porte aperte. Chiedo un minuto alla collega di sostegno, invito Rebecca a uscire dall’aula e la rassicuro sul fatto che c’è una sorpresa che l’aspetta. La bimba scorge immediatamente la mamma che si è messa in ginocchio (siamo in seconda e per di più Rebecca è nanissima) per stringerla offrendo la maggiore area di contatto possibile. Le corre incontro e le si abbarbica con le braccia al collo.
Daria ed io ci guardiamo inevitabilmente commossi e ci allontaniamo per offrire un po’ di intimità in quell’ingresso asettico di un edificio scolastico anni sessanta, già inadeguato alle urgenze e ai trend pedagogici della contemporaneità come innumerevoli analoghe strutture di edilizia scolastica dislocate in tutta Italia, figuriamoci alle tragedie di quell’entità. Pochi passi dietro alla mamma c’è un ragazzone, probabilmente il suo attuale compagno, che reclama altrettanto affetto, partecipa alla posa laocoontica ma poi si mette saggiamente da parte anche lui.
Madre e figlia stanno ancora incollate qualche secondo tra i singhiozzi a sussurrarsi delle cose. Poi la mamma estrae dalla borsa un contenitore in plastica a sfera color oro che si rivelerà, poco dopo durante l’intervallo, pieno zeppo di Lego e catalizzatore di attenzioni collettive. Il tempo sta per scadere, non siamo certo noi operatori della scuola ad accelerare il distacco tra le due, ma la mamma è consapevole dell’anomalia dell’evento, e Rebecca, che già piangeva perché non potrà trascorrere quella giornata speciale con lei, ora cerca goffamente di trattenere la disperazione, come se volesse proteggere la madre da un ulteriore disagio.
Riaccompagno la bambina in classe, tenendola per mano. Rebecca raccatta un foglio di scottex per tamponarsi le lacrime, ma prima di varcare la soglia mi viene da stringerla anche io anche se so che non è mica la stessa cosa. Che diritto ho di impicciarmi nei sentimenti degli altri? Però mi chiedo se la mamma non avrebbe potuto festeggiare il compleanno ieri, che era domenica, o liberarsi o chiedere un cambio turno per la festicciola di stasera, o organizzare qualcosa di speciale il prossimo weekend, o evitare quello che non ho capito se sia uno strazio, una scena didascalica di un film sulla scuola che vedremo presto su qualche piattaforma a pagamento, o forse un modo per amarsi che non conosco.